La riunione in consueta videoconferenza dell’Eurogruppo è durata fino a tarda notte, ma si è conclusa senza accordo. Tuttavia, non è vero che non è stato raggiunto proprio nessun accordo; sembra che ci sia un accordo su almeno tre dei quattro pilastri. Resta solo controverso il quarto pilastro, sul quale le posizioni dei ministri dell’economia e delle finanze degli stati membri restano, invece, molto distanti.

I tre pilastri del pacchetto sono: i) il finanziamento per mezzo delle linee di credito del MES (o c.d. Fondo salva-stati) a condizionalità light, ovvero senza particolari e impegnative condizioni economiche, pari a circa 280 miliardi di euro (2% del PIL dell’Area euro); ii) gli aiuti alle imprese per mezzo di emissioni straordinarie della Banca europea degli investimenti (BEI), pari a circa 240 miliardi di euro; iii) il nuovo fondo costituito, SURE, su proposta della Commissione europea, a garanzia delle misure di sussidio straordinarie per fronteggiare la disoccupazione, pari a 100 miliardi di euro. Nel complesso, si tratterebbe di circa 620 miliardi di euro.

Invece, il quarto pilastro, quello su cui non è stato raggiunto l’accordo, è rappresentato dal fondo europeo straordinario, proposto dal ministro francese Bruno Le Maire, e sostenuto fortemente anche da Italia, Spagna e Portogallo, per l’emissione di debito comune europeo; qualcosa di simile agli osannati Eurobond o Covidbond, finalizzato a finanziare la ripresa economica dopo l’emergenza. Insomma, l’ultimo punto avrebbe rotto il famoso tabù, e difatti è stato bloccato. Ciò nonostante, il quadro che ne emerge è davvero inquietante, oltre l’impensabile. Emerge, da un lato un’incapacità cronica di comprendere la crisi sanitaria, socio-economica e ambientale in atto; dall’altro lato, ancora peggio, la volontà ostinata di voler far pagare le conseguenze della crisi agli stati maggiormente indebitati, ma soprattutto alla classe lavoratrice, salvaguardando, invece, il più possibile gli interessi della classe borghese dominante e creditrice.

I tre pilastri dell’austerità di marca nordica…

Il primo pilastro è quello sponsorizzato da Germania e Olanda. Come ormai noto, i livelli di debito pubblico in rapporto al PIL sono piuttosto divergenti tra i paesi dell’Area euro: dalla Grecia con il 175%, passando per Italia con il 136%, Portogallo con il 119%, Belgio con il 99,5%, Francia con il 99% circa e Spagna con il 97% circa, si arriva sino a Cipro con il 94%; poi improvvisamente si passa a un secondo gruppo di stati, tra cui l’Austria con il 69,9%, Germania con il 59,2%, Finlandia con il 59% e Olanda con il 48,9%, per giungere alla fine con l’Estonia all’8,7%.

Insomma, questo secondo gruppo di stati non ha alcun interesse a condividere il debito con il primo gruppo; infatti, questi stati hanno la possibilità di finanziare il proprio debito pubblico straordinario per fronteggiare l’emergenza a un costo inferiore a quello che si avrebbe con l’emissione di debito comune, il cui tasso d’interesse corrisponderebbe alla media del rischio di credito di tutti i paesi dell’Area euro; inoltre, considerando che l’intervento della BCE è ripartito praticamente in funzione della percentuale del PIL, e non dei bisogni reali di sostenibilità, possono persino godere di uno smisurato paracadute finanziario. È come se negli Stati Uniti d’America, la California si finanziasse a più caro prezzo rispetto allo Stato di New York; ma si sa l’Unione europea, lungi dall’essere uno Stato federale, è più verosimilmente un’accozzaglia di stati imperialisti.

Per tale ragione, lo strumento del MES appare particolarmente adeguato agli occhi degli stati dominanti. Chi non ha sufficiente merito di credito sui mercati finanziari, e quindi soffre la pressione sui rendimenti nelle emissioni straordinarie di titoli pubblici, può chiedere un sostegno ad hoc al Fondo salva-stati. Tale sostegno sarebbe, quindi, asimmetrico e si concentrerebbe verso quegli Stati membri che hanno difficoltà a finanziarsi a condizioni più favorevoli sul mercato. Si prevedrebbe la costituzione di una linea di credito del tutto nuova per il MES, una sorta di CCL (Covid Credit Line), temporanea e a condizionalità ridotta rispetto alla ECCL (Enhanced Conditions Credit Line), la famigerata linea di credito subordinata alla sottoscrizione di un Memorandum, finalizzato a garantire la sostenibilità del debito per mezzo di austerità, avanzi primari, tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, e in grado di innescare l’acquisto illimitato di titoli pubblici da parte della BCE; per capirci meglio, lo scambio prestito-austerità, ovvero il regalino che Draghi ci fece nel mentre del suo asinistra tanto decantato discorso del whatever it takes.

In realtà, si tratta effettivamente di una versione soft della linea di credito ordinaria e capestro, disegnata su misura per le emergenze, ma sul modello di un programma simile del Fondo monetario internazionale. Vi sarebbe comunque una sorta di memorandum, e non potrebbe essere diversamente, visto che lo prevede esplicitamente l’articolo 136, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, oltre, ovviamente, al Trattato intergovernativo che ha istituito il MES. Si tratta, invece, di un ERP, European Response Plan, un mini-memorandum, la cui condizionalità sarebbe sicuramente quella di vincolare le spese esclusivamente al sostegno della sanità e dell’emergenza socio-economica in conseguenza del nuovo corona virus; ma soprattutto, vi sarebbe il vincolo della capacità del rimborso del debito, repayment capacity, principio già introdotto nella proposta di riforma del MES, con la sorveglianza rafforzata di una nuova troika di fatto, ovvero la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo salva-stati al posto del Fondo monetario internazionale.

Facendo due miseri conti, per l’Italia, si tratterebbe di usufruire di circa 36 miliardi di euro, con un rimborso a breve-medio termine, non essendo prevista la possibilità di spalmare per mezzo di emissione di linee di credito a lungo termine, e un risparmio sul tasso d’interesse di qualche decimo di punto percentuale. Resta, tuttavia, l’incremento del debito pubblico in rapporto al PIL, da dover ripagare nell’immediato del post-emergenza, una volta che la sospensione del Patto di stabilità venga meno, a ritmo accelerato, come previsto dalla riforma del Six pack, e come introiettato nel Trattato intergovernativo del Fiscal Compact. Oltre al danno, si aggiungerebbe la beffa del c.d. stigma, ovvero della richiesta asimmetrica da parte dell’Italia, rispetto agli altri stati membri, che non ne faranno richiesta, con ovvie conseguenze sul rialzo degli spread dei titoli sovrani. Insomma, un disastro per la classe lavoratrice che sarà chiamata a rimborsare.

Il secondo pilastro, attraverso la leva della Banca europea degli investimenti, avrebbe il pregio di non incrementare il debito pubblico degli stati membri, in quanto finirebbe sul bilancio della BEI stessa. In pratica, attraverso l’aumento di capitale per circa 25 miliardi di euro, versato dagli Stati membri pro-quota, si espanderebbe l’emissione da parte della BEI di titoli obbligazionari per finanziare sino a circa 200 miliardi di euro aggiuntivi di prestito alle imprese, in aggiunta ai circa 40 miliardi già previsti per le Piccole e medie imprese. Ciò nonostante, tale prestito sarebbe concentrato sulle imprese; per l’Italia si tratterebbe di circa il 4% della mole sterminata di credito che è stata già promessa, con garanzia pressoché piena da parte dello stato, alle imprese di varie dimensioni, su cui occorre inevitabilmente soffermarsi maggiormente in seguito.

Il terzo pilastro è dato dal Regolamento proposto dalla Commissione europea, che prevede uno schema di emergenza per l’assicurazione europea contro la disoccupazione, SURE (Scheme Unemployment Risk European); di fatto, si offre la possibilità di garantire prestiti a condizioni favorevoli agli Stati membri per offrire sussidi di disoccupazione. Anche in questo caso, gli stati membri dovranno versare un capitale di garanzia di 25 miliardi pro-quota, a fronte del quale verranno emesse obbligazioni a livello comune dell’Unione, per un ammontare complessivo di 100 miliardi di euro. Ciò nonostante, la richiesta di prestiti da parte degli Stati membri, per quanto contratta a livello comune dell’Unione, contribuirà in ogni caso a far aumentare il debito pubblico dello stato membro che lo richiede. Inoltre, si tratta di circa 100 miliardi di euro, in cui ogni stato ne può chiedere al massimo 20 miliardi, per l’Italia pari a circa 4 settimane di cassa integrazione. Infine, anche il risparmio in termini di costo del debito risulta molto inferiore rispetto a quanto si potesse presumere; per un paese ad alto debito pubblico, come l’Italia, si tratta dello 0,015%, praticamente il nulla.

… e il quarto à la française

Fin qui il menù dei paesi brutti e cattivi. Tuttavia, anche il quarto pilastro proposto dalla Francia, e appoggiato fortemente dall’Italia, lungi dal costituire una soluzione. Anzi, esattamente l’opposto.  La proposta francese prevede l’istituzione di un fondo europeo straordinario, finanziato per mezzo di emissioni di titoli di debito comune, European Recovery Bond, attraverso i quali consentire gli investimenti per la ripresa, immediatamente dopo l’emergenza del Covid-19, come una sorta di nuovo Piano Marshall europeo. La mutualizzazione del debito su scala europea sarebbe circoscritta a questo tipo di investimenti ben specificati; sarebbe limitata nel tempo al periodo post-emergenza; sarebbe garantita attraverso la costituzione di una apposita capacità fiscale europea, ovvero attraverso entrate europee straordinarie, probabilmente sull’IVA, unica imposta armonizzata a livello europeo, ma decisamente regressiva, da destinare in maniera mirata al finanziamento di questo piccolo budget europeo. Si propone un ammontare di circa il 3% del PIL, 420 miliardi di euro, per aumentare la spesa in investimenti, escludendo categoricamente la spesa corrente.

Ciò nonostante, gli investimenti riguardano essenzialmente le filiere industriali minacciate dalla crisi, aeronautica, auto, trasporto, turismo, aereo, al fine di sviluppare tecnologie nuove in grado di competere come player europeo contro la Cina e gli Stati Uniti. In altre parole, lo scopo non è affatto quello di mitigare il costo del debito degli stati membri in difficoltà, ovvero di alleviare le condizioni di difficoltà delle famiglie, come ci viene raccontato ripetutamente dal governo Conte, quanto piuttosto di cominciare a sfruttare forme di imperialismo europeo nella competizione globale post-emergenza. Tale progetto di piano Marshall è simile anche a quanto proposto dai due Commissari europei, Gentiloni all’economia e Breton al mercato interno; salvo, poi, apprendere che la presidente Ursula von der Leyen intendeva una garanzia data dai fondi strutturali del bilancio europeo che avrebbero potuto aumentare marginalmente nei prossimi sette anni. Insomma, per lei una miccetta piuttosto che un bazooka.

Sotto questo profilo, la Francia di Macron sembra avere una consapevolezza maggiore della necessità di un imperialismo europeo, rispetto alla Germania, le cui relazioni economiche sembrano ormai orientarsi in termini transnazionali molto al di fuori dei confini europei. La Germania, infatti, ha per il momento rifiutato questo pilastro e sembra, al massimo, accettarlo come fece nel 2012 con l’assicurazione europea sui depositi, che restò sulla carta, senza che se ne fece nulla. Non è, tuttavia, escluso un nuovo compromesso imperialista franco-tedesco.

Il nodo scorsoio del debito 

Nessuno di questi pilastri affronta il nocciolo del problema, ovvero la sostenibilità del debito pubblico degli stati membri. È molto probabile che, in Italia, di fronte alla recessione del PIL e all’aumento dell’indebitamento straordinario della pubblica amministrazione, il rapporto tra debito pubblico e PIL arrivi a toccare la quota del 160%, o addirittura del 170%. Per renderci conto, rispetto ai parametri di rientro dal debito pubblico previsti dal Fiscal Compact, si tratterebbe di due punti percentuali aggiuntivi in media all’anno, ossia un aumento del 57% dello sforzo finanziario richiesto sin qui. Una tempesta si avvicinerebbe per la classe lavoratrice, costretta a subire nuove micidiali politiche di austerità.

Viceversa, sarebbe possibile concepire forme di trasferimento a fondo perduto agli stati membri, di tipo straordinario, garantiti attraverso il bilancio della banca centrale, ovvero attraverso la monetizzazione del debito pubblico, anche attraverso l’acquisto in asta di titoli pubblici perpetui senza scadenza. A proposito, cerca di andare abbastanza in questa direzione anche la petizione internazionale https://www.openpetition.eu/petition/online/usiamo-il-denaro-della-bce-per-la-salute-e-non-per-la-finanza-petizione-internazionale, proposta dall’ex segretario del Partito della Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, e sottoscritta dai partiti della Sinistra europea.

In altre parole, sarebbe necessario rivedere il ruolo della banca centrale, finalizzandolo alla sostenibilità del debito pubblico rispetto al PIL, piuttosto che a quello, decisamente limitato e subordinato, di mitigatore degli spread legati alla valutazione del rischio sovrano imposta dai mercati finanziari. Del resto, il rischio inflazione non è neanche lontanamente all’orizzonte, tantomeno quello di una svalutazione eccessiva. In ogni caso, sarebbe sempre possibile arrestare il programma straordinario se fosse necessario. Insomma, occorre una svolta a 180 gradi delle istituzioni monetarie e finanziarie europee, per garantire finalmente l’accesso al credito degli stati in misura adeguata allo sforzo necessario, senza dover scaricare i costi futuri sulla classe lavoratrice.

Ebbene, ciò non basterebbe neanche. Di fronte alla crisi sociale ed economica, sarebbe, altresì, necessaria una gigantesca operazione di redistribuzione di risorse dai profitti ai salari, in primo luogo per mezzo di una tassazione progressiva sui redditi di capitale, ma anche attraverso l’introduzione di una imposta di tipo patrimoniale. Ci sono oltre 3 mila miliardi di euro di ricchezza mobiliare che giacciono investiti in vari strumenti finanziari, senza che siano soggetti ad alcuna effettiva e sostanziale forma di imposizione. Gli economisti borghesi italiani, invece, propongono una sorta di “patrimoniale volontaria”, ossia l’emissione di BTP speciali di lunga durata, con un rendimento legato alla crescita del PIL nominale, più un extra rendimento di un punto percentuale. Se l’economia va male, il costo del debito per lo stato è molto inferiore a quello che si stabilisce sul mercato dei titoli, e il guadagno degli investitori decisamente minore. Tuttavia, da un lato per la borghesia sarebbe un obolo volontario, e non garantito, nei confronti dello stato; inoltre, non sarebbe affatto un obolo, ma pur sempre un prestito, sebbene con rendimenti meno elevati di quelli di mercato. E questa la chiamerebbero una patrimoniale! Inoltre, finanziare così l’emissione straordinaria di circa 350 miliardi di debito pubblico significherebbe andare al massacro davanti alle agenzie di rating.

Il decreto economico del governo Conte: al servizio dei padroni

Del resto, tutta la strategia del governo Conte è finalizzata a ripristinare gli anticorpi per le imprese, scaricando i costi presenti e futuri sulla classe lavoratrice. Dopo essersi inchinata alle esigenze della Confindustria lombarda, rifiutandosi di costituire le necessarie zone rosse, dopo aver perseverato a garantire la continuità della produzione anche nelle filiere non essenziali, dopo aver fatto finta di nulla nei confronti dei furbetti dei settori Ateco, con oltre 70 mila richieste di deroga sino ad oggi, tanto che la c.d. “Italia chiusa” è più un miraggio che una realtà, l’ultima perla è stata l’approvazione del decreto sulla liquidità delle imprese, ovvero un autentico delirio di follia filopadronale.

Il decreto prevede lo stanziamento di 30 miliardi di euro, probabilmente lo sarà anche in deficit per competenza economica, per la garanzia da parte dello stato di una mole di crediti aggiuntivi da parte delle banche alle imprese di 400 miliardi di euro, che si aggiungono ai precedenti 350 miliardi di euro, a loro volta garantiti dalla predisposizione in bilancio di circa 5 miliardi, prevista dal precedente decreto “Cura Italia”. Il meccanismo funziona così. Le banche aumentano i prestiti alle imprese per circa 400 miliardi di euro; le garanzie sui crediti vengono scaricate sullo stato, che infatti predispone uno stanziamento di riserva. Se le imprese non rimborseranno i crediti, i costi ricadranno interamente sul bilancio dello stato, o per meglio dire sulle politiche di austerità nei confronti della classe lavoratrice. Il meccanismo è davvero infernale se lo si analizza nel dettaglio, e potrebbe purtroppo rappresentare una mina esplosiva per gli anni a venire, capace di sfociare in politiche impopolari senza precedenti.

Si prevede, infatti, che le banche possano fornire prestiti automatici alle piccole e medie imprese (in realtà anche a una cospicua fetta di grandi imprese, secondo la definizione europea, visto che si parla di una soglia di 500 dipendenti), con garanzia statale al 100%, per mezzo del Fondo centrale di garanzia, gestito dal MCC, senza alcuna valutazione di merito di credito sino a 25 mila euro di credito; il prestito non è automatico, ma subordinato a una valutazione dei bilanci e delle dichiarazioni fiscali degli ultimi due anni, per un ammontare maggiore di credito. Per le imprese più grandi, la garanzia è gestita da un fondo nuovo gestito dalla SACE, di proprietà della Cassa depositi e prestiti, e sarà pari al 90% sino a ricavi di 1,5 miliardi, all’80% sino a 5 miliardi e al 70% oltre. In pratica, lo stato fornirà una garanzia pressoché totale.

Inoltre, tali finanziamenti non serviranno a garantire soltanto il flusso di liquidità per gli oneri inderogabili, quali quelli relativi ai finanziamenti contratti, ai pagamenti già previsti per i fornitori, agli oneri rateali di varia natura, che sarebbero dovuti persino a fondo perduto perlomeno per le imprese e le partite IVA di piccole dimensioni. Piuttosto, tali finanziamenti finiranno inevitabilmente anche per innescare ulteriori processi viziosi di appropriazione indebita. Del resto il vincolo sul blocco dei dividendi è ristretto alle sole imprese con oltre 500 dipendenti, e nel periodo limitato di 12 mesi.

Il rischio è davvero gigantesco, poiché l’azzardo morale per le banche e le imprese nei confronti dello stato è totalmente incontrollato. La restituzione dovrebbe avvenire nel tempo limitato di 6 anni, 2 anni per il pre-ammortamento. Il tasso d’interesse minimo dovrebbe essere pari al rendistato maggiorato dello 0,5%, ossia circa l’1.9%, davvero alto rispetto allo zero paventato. I prestiti saranno garantiti anche alle situazioni di crediti deteriorati, sia nella forma di esposizioni scadute sia in quella di inadempienze probabili, mentre saranno escluse solo le situazioni peggiori di imprese con crediti in sofferenza.

Ancora una volta il governo risulta incapace di comprendere che la crisi economica era strutturale e precedente allo scoppio della pandemia. Le situazioni di crediti deteriorati erano già diffuse, data la crisi strutturale di profittabilità e valorizzazione. Il problema è che il probabile fallimento ulteriore delle imprese, innescato dalla nuova rincorsa alla finanziarizzazione, sarebbe totalmente a carico dello stato, ossia della classe lavoratrice, che pagherebbe due volte: prima nel vedersi il deficit utilizzato solo per finanziare le esigenze della borghesia; successivamente per rimborsare il credito al posto della borghesia stessa. Di necessità virtù, qui siamo al capolavoro della consueta conversione del liberismo: si innesca l’azzardo morale per le imprese e si richiede un massiccio intervento statale di socializzazione delle perdite per la ri-privatizzazione dei profitti.

La necessaria terapia ecosocialista

Tutto ciò è ancora più tragico se si confronta questa misera realtà con quello che sarebbe davvero necessario. La crisi economica preesistente allo scoppio del nuovo corona virus si manifestava nella forma di un eccesso di capacità produttiva inutilizzata, di un arresto della profittabilità e della capacità di valorizzazione del capitale, nella crescente precarietà e disoccupazione di massa. Pertanto, la risposta alla crisi deve essere certamente nell’espansione della domanda, per mezzo di una combinazione fiscale e monetaria espansiva, ma soprattutto nella riconversione dell’offerta, attraverso la proprietà pubblica delle banche e delle imprese strategiche, nazionali e multinazionali, svincolata dalla logica dell’accumulazione e della spasmodica ricerca del profitto. Solo in questo modo le politiche della domanda risulterebbero davvero efficaci; diversamente sarebbero subordinate al ripristino delle condizioni di profittabilità, ossia all’aumento dello sfruttamento della forza lavoro, per mezzo di una riduzione della quota dei salari, ovvero di ristrutturazioni e licenziamenti, cioè di fusioni e concentrazioni d’impresa per aumentare la produttività del lavoro.

Tuttavia, l’emergenza innescata dal Covid-19, essendo palesemente uno shock di domanda e offerta contemporaneamente, offre una opportunità storica di riconversione della produzione. Invece del piano Marshall di stampo imperialista, servirebbe una riconversione ecosocialista del modo di produzione attraverso un massiccio piano di investimenti pubblici. Chiaramente, ciò implica una riduzione della produzione inquinante e energivora e un aumento della produzione sostenibile sul piano ambientale e energetico. La maggior parte delle imprese multinazionali dovrebbe essere pesantemente colpita dalla riconversione ecosocialista; il settore aereo, il settore energetico tradizionale, il settore agroalimentare, il settore farmaceutico, il settore militare e così via… per questa ragione, l’unica uscita dalla crisi è quella della riconversione ecosocialista e internazionalista del modo di produzione, ovvero della proprietà pubblica e della pianificazione democratica, della partecipazione effettiva della classe lavoratrice all’organizzazione economica e sociale della produzione, della finalità dei bisogni e dei desideri della collettività al posto dei profitti della classe borghese, della salute e del bene comune al posto dell’accumulazione di denaro e ricchezza, della qualità al posto della quantità!