Sanders non ce l’ha fatta. Ma mai come stavolta si registra un divario tra le idee che hanno attirato gli elettori e il personale politico che dovrebbe rappresentarle. Soprattutto tra giovani e latinos. Da queste contraddizioni bisogna ripartire

Vent’anni fa, durante l’ultima estate della presidenza Clinton, Joe Rogan [commentatore molto influente, oggi autore di un podcast molto seguito, Ndtfu ospite del talk show in seconda serata di Bill Maher, Politically incorrect. Insieme a lui c’erano la figlia di Harry Belafonte, Shari, un’attrice visibilmente ubriaca di nome Kari Wuhrer, e il candidato alla presidenza del Partito socialista David McReynolds.

All’inizio McReynolds espose il suo programma ambizioso, citando la socialdemocrazia nordica come modello di giustizia per gli Stati uniti. Ma divenne presto chiaro che era lì per essere messo in mezzo come capro espiatorio.

«Le tue proposte porterebbero gli Stati uniti alla rovina – disse Maher – Dici di volere una settimana lavorativa di trenta ore?» (Il pubblico dello studio esplose in un applauso) «Salario minimo di 12 dollari». (Ancora una volta, la platea si scatenò) «Trattenete gli applausi, ragazzi!» Maher snocciolò il resto della piattaforma: «Sei settimane di ferie pagate. College gratuito. Trasporto pubblico gratuito. Servizi legali gratuiti. Assistenza sanitaria gratuita. Asilo nido gratuito».

I partecipanti non parevano turbati, con Wuhrer in pieno stile Fox News: «Il mio ex marito lo adorerebbe, Bill. Potrebbe fare una fossa ancor più grande sul divano – disse ridacchiando – I pigri continuerebbero a essere pigri!».

Ma nessuno era più allarmato di Joe Rogan. «Qualcuno dovrà pagare per tutto questo!», esclamò. McReynolds disse che era vero e che per questo intendeva aumentare drasticamente le tasse ai ricchi.

Rogan strabuzzò gli occhi. «Più del 48%?» McReynolds annuì. «È pazzesco! Vorresti raddoppiarle tasse?!». Rogan alzò le braccia. «Dov’è Steve Forbes quando hai bisogno di lui?». Wuhrer, accarezzando il braccio di Rogan, aggiunse: «È impegnato a lavorare».

McReynolds non restò inerme. Con voce stentorea, in un crescendo, tenne il punto spiegando la disparità di reddito tra un Ceo e un lavoratore medio, mentre Rogan fumava, Maher sfotteva e Wuhrer ridacchiava. Ma McReynolds – che è morto nel 2018 – rimase tranquillo, chiedendo a Rogan: «Credi davvero che Dick Cheney si sia guadagnato la sua pensione da 20 o 30 milioni di dollari?». «Chi se ne frega di Dick Cheney?! – urlò Rogan – Se vuoi aumentare le tasse di oltre il 50%, ti uccido!».

Venti turbolenti anni dopo, Joe Rogan – ora una delle personalità mediatiche più influenti nel paese – avrebbe appoggiato il programma che un tempo aveva deriso. Questa volta, sotto la candidatura di un altro socialista crudele e settuagenario che non manca di tuonare per l’assistenza sanitaria gratuita, la socialdemocrazia nordica e le disparità di reddito tra un amministratore delegato e un lavoratore.

La vita scorre veloce. Ma quando si parla di politica statunitense nel ventunesimo secolo, si muove alla velocità della luce. Le politiche socialdemocratiche, come Medicare for All, considerate marginali negli anni di Bill Clinton, ora godono del sostegno della maggioranza della popolazione. Per questo, mentre la sinistra rimane delusa dal risultato delle primarie, non c’è spazio per il pessimismo.

Che così tanto sia cambiato non negli scorsi vent’anni, ma negli ultimi cinque – in gran parte grazie al movimento creatosi attorno a Bernie Sanders – ci dice che dopo decenni di «Fine della storia», quell’enorme transatlantico che è il senso comune politico sta, notevolmente, invertendo la rotta – lentamente, in termini di un’era dell’informazione guidata da Internet, ma con una velocità fulminea se si adopera qualsiasi altra unità di misura precedente. Affinché la sinistra tragga vantaggio da questa situazione, occorre un’analisi lucida dei nostri punti di forza e debolezza.

«Dovrebbe essere più gentile!»

Sanders si è appena ritirato, ma le autopsie della sua campagna sono iniziate ormai settimane fa. E proprio come nel 2016, non sono molto convincenti.

Dopo che Sanders ha vinto le primarie del Nevada, un’ampia serie di sondaggi nazionali aveva mostrato che Bernie godeva di un vantaggio a due cifre nel campo democratico. Non era chiaro, nonostante le molte speculazioni dei media, se il sostegno a Bernie avesse già raggiunto il suo «picco». Anche dopo le primarie della Carolina del Sud, un sondaggio aveva mostrato che Sanders era sopra Biden in un testa a testa, tra il 52% e il 48%, tra gli elettori democratici.

A quel punto, nell’arco di ventiquattro ore, Pete Buttigieg e Amy Klobuchar si sono ritirate per sostenere improvvisamente Biden, insieme a Harry Reid, Beto O’Rourke e un pugno di parlamentari democratici. L’establishment aveva parlato e la scelta era stata fatta: un chiaro segnale era stato inviato agli elettori democratici. Nel giro di una settimana, il sostegno nazionale per Biden è aumentato del 25%.

L’incredibile velocità con cui i sondaggi su Sanders sono stati capovolti – non con l’ingresso di un candidato dinamico ma con le manovre dell’élite del partito – evidenzia con forza che se la leadership si fosse opposta a lui personalmente, non avrebbe mai potuto vincere.

I liberal accettano questa versione degli eventi. Sembrano tutti d’accordo su cosa sia andato storto nella campagna di Sanders: «Bernie avrebbe dovuto essere più gentile!». Questa è, ovviamente, una linea amata dagli autori di Vox, giustifica la loro relazione adorante con quella fazione.

L’ingenuità è sbalorditiva – come se legislatori che tengono le relazioni con le aziende che finanziano il loro partito (e la loro rielezione) avrebbero accettato di stare con Sanders se solo gli avesse mandato i biglietti per Hamilton o se gli avesse mandato un sms in occasione del loro compleanno.

Ormai da un decennio, Jim Clyburn, il cui sostegno ha cambiato il destino di Biden, ha preso più soldi dai Pac di Big Pharma – senza dubbio i maggiori investitori di Capitol Hill – di chiunque altro al Congresso. Dovremmo credere che una cartolina di Natale della più grande minaccia per il settore farmaceutico sarebbe valsa di più di oltre un milione di dollari versati da Clyburn? La più sfrenata fantasia di Bernie non si avvicina a questo livello di illusione. Ma non bisogna equivocare, si tratta di un’illusione creata ad arte. C’è stato bisogno di dosi massicce di manipolazione per arrivare fino a questo punto.

La campagna della leadership democratica per fermare Sanders è iniziata anni fa. Ed è iniziata con la Resistenza. I media e l’ossessione dell’establishment democratico per il Russiagate – dalla prima agitazione per il «pee tape» alle stesse udienze sull’impeachment – non hanno ovviamente rimosso il presidente dalla carica. Ma hanno lasciato l’elettorato delle primarie democratiche con una sola priorità: fermare Trump a ogni costo. Sfortunatamente, quel costo si rivela essere la nomina di un democratico conservatore in grave declino cognitivo nel mezzo di una pandemia globale. E se ciò non bastasse, ora deve anche affrontare un’accusa credibile di violenza sessuale.

Trasformare il Partito democratico in una coalizione anti-Trump ha aiutato a rimuovere l’appello di Sanders ai principali elettori democratici: dopo tutto, se sei convinto di affrontare una minaccia onnipotente e l’unico esercito che può batterlo è il Partito democratico, be’, perché non ascoltare i generali di quell’esercito?

Per la prima volta, il criterio di «eleggibilità» (dove Bernie era quasi sempre dietro Biden nei sondaggi) ha superato «i temi» (dove Bernie era sempre avanti). Si è trattato dell’esito di una strategia per neutralizzare la forza attrattiva di Sanders che è iniziata anche prima della sconfitta di Clinton. In altre parole, lo slogan «Stop Trump» ha funzionato, e avrebbe funzionato anche se Biden dovesse perdere con il presidente.

Ma prendiamo sul serio i liberal e la richiesta «sii più gentile». L’unica situazione in cui una maggiore «gentilezza» di Bernie avrebbe potuto avere un ruolo decisivo si sarebbe verificata se l’élite del partito fosse stata spaccata, come nel 2008. Quando Obama sfidò Hillary, la corsa non era tra un estraneo e l’establishment: dopotutto, è stato Harry Reid a incoraggiare Obama a correre. C’era una grossa spaccatura nell’establishment, e in quella situazione i rapporti personali di Obama con i funzionari del partito probabilmente aiutarono a invertire la tendenza.

Ma con Sanders non ci si è mai avvicinati a questa situazione. Non c’è stata alcuna divisione. Non ho amore per Hillary Clinton. Ma quando ha detto «a nessuno piace Bernie», stava dicendo la verità: quando si tratta di potere, non esiste nel partito l’ala di Sanders. Ha ragione.

La rappresentante Barbara Lee, che era presente alla cena ristretta del 2014 in cui Sanders ha tracciato per la prima volta la sua corsa per la presidenza, all’inizio ha appoggiato Kamala Harris. Il rappresentante Raul Grijalva, che ha sostenuto Sanders nel 2016, questa volta ha scelto Warren. E Warren, alla quale Sanders ha implorato pubblicamente di correre nel 2015, non solo non è riuscita ancora una volta a sostenere la sua campagna, ma è persino arrivata a ulitizzare il #MeToo contro di lui su un palcoscenico pubblico. Poi, dopo aver sospeso la propria campagna, è rimasta in silenzio, tranne per un’intervista a Msnb nella in cui ha parlato della cattiveria dei sostenitori di Sanders. 

Questi erano i suoi amici nel partito. In altre parole, esiste un’ala sinistra degli elettori democratici, anche fiorente. Ma non esiste una vera ala sinistra del Partito Democratico.

Il potere di controllare i politici

C’è un’altra lezione preziosa da tenere presente in futuro: gli scettici di Warren avevano ragione, e noi siamo stati troppo tolleranti. Anche se tweet e articoli più cattivi o argomentazioni più rabbiose non avrebbero potuto fare molto. Senza una organizzazione formale, non c’era modo di costringere Warren a ritirarsi dopo che aveva perso la sua forza propulsiva.

L’establishment democratico tuttavia non ha avuto problemi del genere: in un solo fine settimana ha schierato quasi tutti i candidati accanto a Biden. Possiedono sia carote che bastoni, e non hanno nemmeno bisogno di menzionare questi ultimi. Noi non abbiamo nessuno dei due. Perfino Bloomberg, uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, si è messo in riga come un bravo soldatino. Non ha pensato di attrarre un Ross Perot.

Che Warren si rifiutasse di attaccare Biden per tutta la sua campagna, l’uomo la cui terribile legge fallimentare l’ha portata per la prima volta in politica, era un fatto che nessun commentatore ha pensato valesse la pena di menzionare. Abbiamo sentito molto, tuttavia, di atrocità come i tweet con emoticon spietati contro di lei da parte dei sostenitori di Sanders.

La sua permanenza in gara ha certamente danneggiato la campagna di Sanders, forse fatalmente. Il fatto che una candidata riccamente finanziata sia stata in grado di usare la sua campagna come mezzo per frenare Sanders fino all’ultimo minuto suggerisce la vera utilità della sua corsa.

Come Ross Perot con Bill Clinton, l’incursione di Bloomberg era stata una manna dal cielo, ma Sanders non è stato in grado di sfruttarla, in gran parte a causa di Warren. Molto probabilmente questo fattore gli ha fatto perdere gli Stati critici del Super Tuesday. Forse un risultato migliore non avrebbe condotto alla nomination, ma avrebbe consentito a Sanders un altro mese di campagna prima del blocco per il Covid-19. A quel punto, chissà cosa poteva succedere.

Il partito di chi?

Chi sottolinea il numero di appoggi che ha immediatamente riportato in vita Biden e sostiene che ciò dimostra che la leadership del partito è ancora saldamente al comando ha ragione. Ma non nel modo in cui di solito si intende. E forse, non più per molto tempo.

Il fatto che Bernie e Biden abbiano valutazioni nette positive molto simili tra la maggior parte degli elettori democratici, in particolare tra gli elettori neri che hanno contribuito a far vincere Biden, rende l’intera corsa un esperimento ancora più utile per testare questa teoria.

Sanders come candidato è una forza della natura. È una lama affilata, è ideologia e programma prima ancora di essere un essere umano. «Non mi piace parlare di me stesso», ama dire.

A differenza di Obama, coloro che sostengono Sanders non lo fanno perché ha scritto un bellissimo libro di memorie o perché ha tenuto un ispirato discorso alla nazione. Bernie è la cosa più lontana che ci possa essere da un personaggio di Aaron Sorkin. Dietro il suo aspetto duro come la roccia, ha un fascino stravagante e un calore innegabile. Ma sono qualità («Yeah, good. Okay» [espressione usata da Bernie e diventata la base di meme e merchandise elettorale, Ndt]) apprezzate solo da coloro che già lo amano per il suo programma e la sua ideologia.

Su Biden, non c’è una grande narrazione. E non c’è neanche un grande appeal ideologico. Se si guarda alle scelte dirimenti della politica statunitense negli ultimi decenni, Biden è stato dalla parte del disastro ogni volta, quasi con tratti assurdi: tagli al nostro debole stato sociale, l’incoronazione di un giudice della Corte suprema di estrema destra, la legislazione anti-crimine che ha sconvolto persino l’amministrazione Reagan, il disegno di legge fallimentare che ha reso impossibile per le famiglie della classe operaia liberarsi dai debiti e, naturalmente, il disastro in corso e la sofferenza umana di massa che è stata la guerra in Iraq.

Amesso e non concesso che la sua nomination sia il risultato di quell’innegabile carisma da essere umano che racconta fandonie, non è un segreto che quell’essere umano si stia rapidamente avvicinando alla fine.

I democratici che si radunano intorno a Biden oggi mi ricordano la famiglia di Leatherface in Non aprite quella porta, la scena in cui il loro nonno centenario legato alla sedia a rotelle cerca di colpire una giovane donna in testa come faceva un tempo. La stanno tutti trattenendo, ma il martello continua a scivolare dalla presa del vecchio e continuano a rimetterglielo in mano. Se non fosse inquietante, sarebbe quasi divertente.

È una farsa che serve ai nostri scopi, però. Ciò che la nomination di Biden suggerisce è che, per il momento – e non importa quanto popolare possa essere il programma di Sanders – una pluralità dell’attuale elettorato delle primarie democratiche si preoccupa più di chi sta appoggiando l’establishment del partito che di qualsiasi programma politico. Finché a quel candidato batte il cuore.

Ma questa situazione sta rapidamente cambiando, grazie al ricambio generazionale. Anche se alcuni di noi sono scettici su questo, posso assicurarvi che la leadership democratica non lo è.

Il divario generazionale 

Scienziati sociali liberal come Ruy Teixeira e John B Judis sono stati derisi per il boom demografico dei millennial per anni, a partire da The Emerging Democratic Majority nel 2002. Dopo che l’entusiasmo di quella fascia generazionale ha contribuito a portare Obama al potere, Teixeira e Judis sono stati vendicati. Non è andata come si aspettavano.

Dopo che Obama ha lasciato il suo incarico, e dopo aver supervisionato lo storico crollo del suo partito, quella stessa composizione generazionale si è ribellata al successore designato dal presidente, in primarie democratiche contro un socialista del Vermont. Poi, quattro anni dopo, contro una mezza dozzina di candidati dello stesso stampo di Obama: Beto O’Rourke, Kamala Harris e – con particolare disprezzo – Pete Buttigieg. Ciò è avvenuto dopo che ognuno di questi politici ha ricevuto brillante copertura della stampa, visibilità 24 ore su 24 e persino i migliori veterani di Obama per organizzare le loro campagne elettorali.

Infine, quei millennial che avevano sostenuto Obama si sono ribellati al vicepresidente di Barack, che ha vinto le primarie del Michigan ma ha perso tutti i voti degli elettori sotto i quarantacinque anni.

I millennial sono insorti come Judis e Teixeira non avevano previsto. Non per Obama, ma per il socialismo democratico di Sanders. E ora, c’è una generazione completamente nuova che entra lentamente nell’elettorato – la Generazione Z – che i sondaggi suggeriscono essere ancora più schierata dei loro fratelli e sorelle maggiori. E questo prima del disastro del Covid-19.

I lettori di Jacobin senza dubbio diffidano di tutto ciò che sa di «politica generazionale». Ma non possiamo ignorare le prove numeriche per così tanto tempo. È chiaro ora che il divario generazionale, quando si tratta di ideologia politica, è più netto di sempre. E quando parliamo di «giovani elettori» nel 2020, non stiamo nemmeno più parlando dei giovani.

Sono nato nel 1981, vado verso i quarant’anni, sono sposato, con un bambino e un altro in arrivo – non esattamente un ragazzetto. Alla mia età, alla fine degli anni Ottanta, i Baby Boomers stavano scrivendo memorie di mezza età, guardando con nostalgia alla loro gioventù scomparsa da tempo. E anche se la stragrande maggioranza delle persone della mia età non scrive e stampa riviste socialiste (figuriamoci se le legge), sostiene selvaggiamente la candidatura del socialista democratico più conosciuto al mondo. Sì, è piuttosto strano.

Alle Primarie democratiche, Sanders è stata senza dubbio la preferenza maggioritaria di chi ha meno di 45 anni, non 25. Questa non è una novità. Persino George McGovern, presumibilmente il candidato dei baby boomers (e nessun altro), ha vinto in quella fascia demografica solo con il 52% contro il 46%.

Credere che millennial e zoomer cambieranno improvvisamente e drasticamente la loro ideologia significa ignorare decenni di scienze sociali, che mostrano chiaramente come l’ideologia politica si rafforza nella prima età adulta e rimane tale per tutta la vita. L’unica possibilità per una defezione di massa di millenial e zoomer sarebbe un improvviso nuovo boom economico simile all’età dell’oro del dopoguerra.

Ma sembra improbabile: nel futuro del capitalismo negli Stati uniti ci sono quasi certamente bassa crescita economica e crescenti disuguaglianze. In altre parole, la continuazione delle stesse circostanze che hanno modellato questa nuova coalizione. Le loro richieste, a differenza delle rivoluzioni dei diritti civili degli anni Sessanta, sono quasi interamente strutturali. Quindi, a meno che queste strutture non cambino in meglio – assistenza sanitaria universale, piena occupazione e un livellamento economico di massa – è probabile che il loro impegno resti solido.

Latinos per la socialdemocrazia

Mentre ci si aspettava la forza di Sanders tra zoomers e millennials, la marea latina sembra aver colto di sorpresa anche la campagna di Sanders, tranne naturalmente per l’affascinante Chuck Rocha.

Nel 2016, Sanders ha perso in quel gruppo demografico, il più grande gruppo etnico non bianco, in favore Hillary Clinton. Ma nel 2020, le cose sono cambiate e hanno portato a vittorie schiaccianti in Nevada, Colorado e California. Con altri sei candidati in gara, Sanders ha raccolto poco meno del 40% nella sola contea di Los Angeles. Ha perso di poco in Texas, ma ha guadagnato il consenso degli elettori latinos.

Ma ciò che è interessante è quanto sia minima la forza di Sanders sia nei media che presso l’élite del partito, nonostante i latino-americani siano quasi l’unico motore della crescente diversità razziale statunitense. Nate Silver ha recentemente twittato a proposito della forza di Biden presso gli elettori neri della Carolina del Sud: «È quasi come se i due Stati per oltre il 90% bianchi che hanno votato per primi non fossero rappresentativi dell’elettorato più ampio». Il terzo Stato, il Nevada, che è demograficamente molto più rappresentativo del Paese in generale rispetto alla Carolina del Sud, semplicemente non conta affatto.

Allora perché una popolazione demografica in forte espansione, non bianca, per la gran parte composta da lavoratori e lavoratrici, ha così poca importanza per il Partito democratico? 

Se si osservano i dati demografici degli elettori, ciò non ha alcun senso. Mentre gli afroamericani sono poco più del 12% del paese, circa il 18% degli statunitensi è di origine latinoamericana. Ma se si tiene conto dei politici che si sono insediati alla direzione del partito, improvvisamente ha perfettamente senso.

Semplicemente non esiste un gruppo istituzionale di politici latinoamericani nel Partito democratico. Vi è, tuttavia, un’enorme rete di intermediazione politica afroamericana saldamente posizionata all’interno della leadership: il Congressional Black Caucus è tra le organizzazioni più potenti del partito. A causa della forza di questa rete, l’élite del Partito democratico non può permettersi di ignorare la volontà degli elettori neri, né può permettersi di ignorare i politici su cui si può contare per esprimere il proprio voto. Ma quando si tratta degli elettori latinos, la verità imbarazzante è: in quel caso può fare finta di nulla.

Mentre i democratici neri hanno apprezzato il programma di Sanders anche se hanno optato per il candidato apertamente ostile alla maggior parte di esso, non esiste una forza istituzionale in grado di consegnare gli elettori latinos al candidato scelto dalla leadership. Gli attacchi anti-Sanders da parte della direzione della Culinary workers union non hanno impedito ai loro membri latinos di far vincere in modo schiacciante Sanders.

Ma nel caso degli elettori neri è diverso. Non sono sospettosi nei confronti dell’establishment, di cui si fidano, e in due tornate elettorali, quella fiducia ha bypassato il loro sostegno al programma di Sanders. Accreditano giustamente il partito della vittoria delle riforme per i diritti civili e dell’elezione del primo presidente nero: entrambi gli eventi sono ancora memoria viva.

L’articolo dell’Associated Press sull’endorsement di Jim Clyburn chiarisce questo meccanismo, a cominciare da un aneddoto su un elettore afroamericano di settantasei anni nella Carolina del Sud che si imbatte in Clyburn durante un funerale.

«Devo sapere per chi voterai», chiese.

Clyburn sussurrò, «Joe Biden».

L’Ap continua citando un consulente di pubbliche relazioni, un millenial di nome Antjuan Seawright che, a trentacinque anni, è già consigliere senior del Comitato per la campagna congressuale democratica:

Nella nostra comunità, come afroamericani, abbiamo sempre avuto notizie di persone che sono state scelte per guidarci… Questo esempio di Jim Clyburn non è diverso. C’è un motivo per cui penso che Dio lo abbia preservato per questo momento.

L’evidenza schiacciante è che gli statunitensi latinoamericani siano ora pronti per un’insurrezione socialdemocratica. Ma senza solide reti politiche nella direzione del partito, tale ribellione rischia di rimanere inascoltata.

Il futuro è nostro 

Nella fantascienza globale de Il problema dei tre corpi di Liu Cixin, gli scienziati scoprono che una civiltà aliena avanzata cerca di conquistare la terra: per questo sono già riusciti a sabotare le nostre migliori difese. Sono quasi certi di vincere. Ma le loro navi da guerra non arriveranno per altri quattro secoli.

All’inizio, gli scienziati sono scoraggiati. L’estinzione totale della razza umana è molto probabile. Ma quando si rendono conto di quanto sia arrogante il loro onnipotente nemico – che non si preoccupa nemmeno di nascondere i suoi piani e ci prende persino in giro – gli scienziati e i leader militari della terra lanciano rapidamente il loro progetto per resistere. Per loro, il momento della verità è quasi a mezzo millennio di distanza e tuttavia, senza dubbio, la mobilitazione inizia immediatamente. Cos’altro faranno?

Dal canto nostro, la nostra resa dei conti è a soli vent’anni di distanza. Senza le istituzioni della classe operaia che possono organizzarsi al di là delle battaglie elettorali, oggi la sinistra è piuttosto inadatta per questo tipo di pensiero a lungo termine. Ma dovremo iniziare a essere capaci di farlo.

Sì, i millennials e gli zoomer sono, apparentemente, una scelta naturale per il nostro progetto. E ce ne sono davvero tanti. La cosa peggiore che potremmo fare è usarli come una scusa per voltarci dall’altra parte e dimenticare di raggiungere i lavoratori più anziani: «Ok Boomer» non è una politica. Non solo i lavoratori più anziani hanno interesse diretto al nostro progetto, ma a differenza della maggior parte della nostra gente, si presentano e votano. E lo faranno per molti anni.

Invece di aspettare che The Squad prenda il comando, dovremmo dare un’occhiata più da vicino a dove Sanders stavolta è andato più forte e iniziare a trasformare quei voti in potere politico. E il primo passo dovrebbe essere l’organizzazione delle comunità dominate dai latini a Ovest che si sono schierate per il socialista democratico.

In una gara a sette, Sanders ha conquistato quasi il 40% degli elettori della Contea di Los Angeles – con oltre il 50% in alcuni distretti congressuali – eppure non ci sono funzionari schietti che li rappresentano. Perché diavolo non accade? Se riusciamo a far eleggere un Sanders al Senato nel Vermont, che dire del New Mexico, del Colorado o delle Hawaii? Perché la Camera dei rappresentanti non brulica di membri del Congresso Bernie-craticia ovest e sud-ovest?

Sappiamo cosa fa muovere le persone: Lavoro, Medicare, College e Childcare for All. Eppure, con l’incoronazione di Joe Biden, è chiaro che la leadership del partito non è molto interessata a nulla di tutto ciò. Quel divario tra ciò che la gente vuole e ciò di cui ha bisogno e ciò che la leadership del Partito democratico può offrire è la nostra unica speranza. Quella promessa, e non schemi selvaggi per la rottura apocalittica, è ciò che ci ha portato così lontano in così poco tempo. Più di un secolo dopo è ancora difficile lottare per la pace, la terra e il pane.

Come disse uno dei miei eroi, il compianto Alexander Cockburn, al culmine degli anni di Bush:

Devi avere lo sguardo lungo, a volte. Supponiamo di essere nell’impero romano nel 300 dopo Cristo… Abbiamo visto che esiste un futuro per la sinistra laica nell’impero romano… In realtà, se avesse una visione a lungo termine, la gente direbbe che «queste persone erano completamente pazze nel terzo secolo». Perché ci sono secoli di progressi non esattamente radicali davanti a loro. Ma hanno sbagliato a pensare di poter nazionalizzare la terra, liberare tutti gli schiavi e costruire una società dei comuni al nord della Toscana?

Quella visione ha impiegato mezzo millennio per diventare realtà. E anche dopo, ha lasciato molto a desiderare. Anche ai più pessimisti, direi che stiamo guardando nel futuro di non più di venti o trenta anni, a un progetto decente socialdemocratico per prendere davvero possesso della vita statunitense. Come la linea della metropolitana di Second Avenue, è già partita e prenderà vita nel corso dei decenni. Dobbiamo solo finire il lavoro.

Quindi asciugatevi gli occhi, fratelli di Bernie. Per la prima volta da decenni, il futuro è luminoso.

*Connor Kilpatrick è membro dell’editorial board di Jacobin Magazine. Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Giuliano Santoro.