Riprendiamo un’articolo del Fatto Quotidiano del 7 Aprile 2020 a firma Paola Zanca che nei numeri ci pare significativo della responsabilità del cosidetto “mondo imprenditoriale” circa il mancato contenimento ed il favorire la diffusione del Covid-19, atteggiamento confermato e ripetutamente ribadito dai massimi vertici della Confindustria locale, lombarda e nazionale.

Dalla pagine di questo blog abbiamo più volte denunciato con prese di posizione, articoli e appelli sottoscritti da decine di sindacati di base, associazioni e partiti politici, oltre che da centinaia di singoli cittadine/i, il nostro convincimento riassumibile nello slogan “i lavoratori non sono carne da macello”. 

 

20.000 multe per inosservanza del DPCM del 22 marzo “Resta a casa”; 20.000 incoscienti che mettono a rischio la loro salute e quella degli altri…ma questi? … e i controlli?
7 MILA AZIENDE APERTE DOVE SI MUORE DI PIÙ.
Imprese aperte, Codici Ateco cambiati, attività secondarie diventate prevalenti: in migliaia sono in attività nonostante il lockdown. Riaprono Michelin e Mittal.
A BERGAMO E A BRESCIA (MA ANCHE IN PIEMONTE E VENETO) QUASI TUTTI LAVORANO IN DEROGA. E LE PREFETTURE NON POSSONO FARE CONTROLLI.

Mancano otto giorni alla riapertura delle aziende, secondo il decreto del presidente del Consiglio in vigore. Ma ieri per molti è stato un lunedì qualunque: al lavoro, come sempre. Non solo perché alcuni colossi come Ast a Terni, Michelin a Cuneo o ArcerlorMittal a Genova hanno riavviato la produzione. Ma soprattutto perché altre migliaia di imprese non si sono mai fermate, in particolare nel cuore dell’industria nazionale, là dove il coronavirus continua a mietere vittime. Brescia, Bergamo, Milano, la Brianza: le caselle Pec delle prefetture sono inondate di autocertificazioni di imprenditori che dichiarano di restare aperti, in deroga al decreto, perché parte della filiera delle attività essenziali.

IL FLUSSO prosegue senza sosta dal 23 marzo. Solo nella provincia di Brescia ieri alle 14 erano 4871. Specifichiamo l’orario, perché il ritmo con cui il contatore delle deroghe si aggiorna è impressionante. Quando avevano lasciato l’ufficio, venerdì, i funzionari della prefettura ne avevano contate 3964. La media, dall’entrata in vigore del Chiudi Italia ad oggi, sfiora le 350 comunicazioni al giorno. E ad analizzarle c’è una “task force” composta da funzionari della prefettura, della Camera di Commercio e della Guardia di Finanza, che varia “tra le 5 e le 10 unità”. Tradotto, è già un miracolo che ne abbiano istruite 625.
Sono solo un ottavo delle quasi 5 mila arrivate dalla filiera delle attività essenziali: poi, hanno dato il via a 18 delle 724 richieste degli impianti a ciclo continuo e hanno vagliato circa 150 delle 413 autorizzazioni chieste dal comparto Difesa. Di questo passo – è matematica – non riusciranno ad esaminarle tutte prima della scadenza del lockdown e, considerando l’andamento medio, non resteranno al passo nemmeno se il Chiudi Italia dovesse essere prorogato.

Nell’ attesa, a Brescia ma non solo, si continua a lavorare: 15 mila le deroghe arrivate in Veneto, 3800 solo nel Padovano; 1900 a Bergamo. Le prefetture non possono far altro che verificare il codice Ateco dell ’ azienda e confrontarlo con l’allegato 1 del Dpcm. In alcuni casi è un incrocio semplice, perché le aziende sono già autorizzate e hanno spedito la richiesta solo per scrupolo. In altri no: il problema sono i controlli. Impossibile “denunciare” chi allarga la produzione oltre i reparti legati alla filiera essenziale: il decreto non fa distinzioni tra attività prevalenti e secondarie, quindi può restare aperto anche chi magari ha solo una piccola parte della produzione che rientra nel settore autorizzato. “Se il legislatore avesse voluto esprimere una limitazione – spiegano dalla prefettura di Brescia – lo avrebbe fatto espressamente: il criterio della prevalenza non è previsto, anche perché si sarebbero dovuti specificare ulteriori sotto-criteri, per evitare discriminazioni”.

In prefettura, dunque, si verifica solo che non ci siano autocertificazioni false. I sindacati segnalano qua e là i casi di esplicite violazioni. Ma il tessuto produttivo è fatto soprattutto di piccole realtà, in cui i delegati non esistono e dove spesso la paura di perdere il lavoro è più forte della difesa della propria salute: per dire, nel bergamasco il 94 per cento delle imprese ha meno di 9 dipendenti. “Stiamo assistendo ad aziende che hanno pensato di cambiare in questi giorni il codice Ateco”, denunciano i confederali dei metalmeccanici di Monza e Brianza su Rassegna sindacale. “Prendi un cliente a caso per cui lavori
– racconta un lavoratore che tuteliamo con l’anonimato – scopri che fa anche materiali per disabili e ti fai passare come filiera essenziale: magicamente riaperti. Tanto, noi stronzi siamo immuni”.

L’ex sottosegretario al Lavoro Claudio Cominardi, illustrando alla Camera l’interpellanza della collega 5 Stelle Valentina Barzotti, ha chiesto che gli ispettori del lavoro possano coadiuvare il lavoro di Nas e Finanza. “Sono pochi, ma servirebbe almeno come deterrente”. Mentre il segretario della Cgil di Bergamo Gianni Peracchi insiste sulla necessità di mettersi al lavoro per il dopo, quando bisognerà “investire sulla sorveglianza sanitaria”, per evitare che i focolai riprendano forza.

I sindacati denunciano che già adesso alcune aziende non sono in grado di rispettare le misure di sicurezza obbligatorie. “Dal governo e dalla Regione arrivano continui appelli al rigore – conclude il segretario della Cgil di Brescia Francesco Bertoli – ma la verità è che stanno scaricando su prefetture e lavoratori il peso delle deroghe, che ovviamente non fanno altro che aumentare il numero di persone che circolano”. Altro che runner e ora d’aria per i bambini.