Il 25 febbraio si registra il primo caso di Covid 19 a Orzinuovi. Si tratta di un paziente del dott Pietro Severo Micheli, medico di base nel comune. Il 2 marzo i contagi sono già 11 con un decesso. Due giorni dopo sono saliti a 19 casi ufficiali e 2 morti; il 5 marzo il contagio arriva ad interessare 29 persone con 5 morti ed il giorno successivo 36 con 7 decessi. A ieri, 6 aprile, il numero ufficiale dei casi è di 189  con 50 morti: positivo al Covid è quindi uno ogni circa 63 abitanti, pari al 1,5% della popolazione residente, mentre a Brescia c’è un caso ogni circa 140 abitanti. I morti reali a causa del Covid 19 sono però ben superiori considerando che il numero dei decessi nello scorso mese di marzo nel paese sono stati 87, contro i 10-15 per mese dell’anno scorso; essendo 50 i casi ufficiali di decesso diagnosticati con il tampone, i morti attribuibili al coronavirus risultano essere almeno 20-25 di più. Lo stesso ovviamente vale per i contagiati: tra gli assistiti del dott. Micheli 26 sono stati tamponati ma altri 70 sono ammalati con sintomi riconducibili al Covid 19.

Chi ha sottovalutato la gravità della situazione nel paese della bassa bresciana occidentale? Di chi sono le eventuali responsabilità? Chi poteva o doveva prendere provvedimenti tempestivi ed incisivi per contenere quel focolaio ed impedire che il contagio si diffondesse nel resto della provincia di Brescia?

Con questa inchiesta Radio onda d’urto cerca di dare una risposta a questi interrogativi considerando che anche in questo caso ed in Valseriana dovevano essere attuate misure straordinarie di fronte a quella che si configurava a tutti gli effetti come una situazione particolarmente critica. Il 23 febbraio quando fu decisa la zona rossa nel basso lodigiano si registravano nei 10 paesi interessati dal provvedimento 35 casi, secondo quanto dichiarato dall’assessore regionale al Welfare, Gallera (il 21 febbraio a Codogno c’erano 9 casi in ospedale); a Vò Euganeo ce n’erano 19 con un morto: perchè Orzinuovi con 11 contagi ed un decesso al 2 marzo solo nel proprio territorio comunale e su una popolazione di solo 12520 abitanti non è stata ritenuta una situazione altrettanto grave?

Il sindaco di Orzinuovi Gianpietro Maffoni ai nostri microfoni ha dichiarato di non aver chiesto formalmente una zona rossa per il suo comune ma di “aver espresso la sua preoccupazione ed invitato infatti bar e negozi come i parrucchieri alla chiusura”; afferma inoltre “di aver interloquito nei primi giorni di marzo con Ats, Prefettura e Regione Lombardia; se gli enti superiori avessero applicato la zona rossa avremmo sicuramente arginato il contagio”. Maffoni, rispondendo ad alcune nostre domande fuori onda, ci ha ricordato che “ i sindaci tengono i contatti con i dirigenti dell’ATS, e che in quei giorni c’era un contatto molto diretto e anche frequente sia con la prefettura che soprattutto con ATS”, mentre “con l’assessorato alla sanità della Regione Lombardia” c’è stato un contatto diretto tra la fine di febbraio e marzo “affinché avessero un approfondimento su quel che stava accadendo a Orzinuovi”.

La nota dell’Istituto superiore di sanità del 2 marzo, che consigliava la chiusura dei comuni bergamaschi di Nembro e Alzano conteneva un riferimento ed una raccomandazione anche per Orzinuovi? Il sindaco, in veste anche di parlamentare, ci dice: “rilevo questo dato da fonti giornalistiche, io non ho avuto nessun documento ufficiale. Ho letto la notizia su una testata ed in più sono stato chiamato da una giornalista di Bergamo. Anche nell’interrogazione parlamentare che ho fatto non do questo come dato certo, ma come notizia di più fonti giornalistiche”.

Il 2 marzo a Orzinuovi si contavano già 11 casi ufficiali di contagio ed un morto; quel giorno nella città di Brescia, con una popolazione 16 volte più numerosa, i positivi al coronavirus erano solo 3.

Nello stesso giorno l’Istituto superiore di Sanità in una nota consigliava una zona rossa per impedire la diffusione del contagio nei comuni bergamaschi di Alzano e Nembro ed in quello bresciano di Orzinuovi. Ce lo conferma in una intervista la giornalista Francesca Nava che ne ha avuto notizia da fonti interne all’Iss e che non è mai stata smentita.

Regione Lombardia e governo nazionale erano quindi a conoscenza della gravità della situazione nel paese orceano.

L’intervista alla giornalista del TPI The Post international Francesca Nava VmPd

Il sindaco di Orzinuovi, Gianpietro Maffoni, ai nostri microfoni ha parlato di interlocuzioni avvenute in quei giorni con Ats, Prefettura e Assessore al Welfare in cui aveva espresso la preoccupazione per la situazione critica del paese. Il 3 marzo però con un comunicato alla popolazione “smentisce categoricamente l’eventualità che ad Orzinuovi ci possa essere un focolaio legato alla diffusione del Coronavirus e afferma di essere “costantemente in contatto con Il Prefetto e con L’Ats”, con cui “ stiamo valutando ogni ulteriore possibile azione da adottare. Non escludo maggiori restrizioni nelle prossime ore” scrive ancora il sindaco “ma nel caso queste verranno adottate dopo un’attenta analisi”.  (Clicca qui per il comunicato integrale del 3 marzo).

Le misure più restrittive però non sono mai arrivate, nonostante la situazione degenerasse giorno dopo giornoarrivando il 6 marzo a 36 casi Covid 19 e 7 decessi; il mancato intervento ha permesso così che le persone residenti a Orzinuovi, anche quelle già contagiate, potessero circolare liberamente nei paesi vicini, andare a lavorare nelle aziende e negli uffici di Brescia e di altri comuni, favorendo così la diffusione dell’epidemia in tutta la provincia.

La testimonianza di Giuseppe Lama, sindaco di Borgo San Giacomo (circa 5mila abitanti e ben 84 contagi ufficiali), Comune confinante con Orzinuovi VmPd

L’onda epidemica quindi dalla Bassa sale verso Brescia e le valli: estratto dell’intervista del 12 marzo al prof. Arnaldo Caruso, docente universitario, direttore del laboratorio di virologia degli Spedali Civili di Brescia e presidente della Società italiana di Virologia. Il prof Caruso fin dall’inizio dell’epidemia, in una intervista che ci aveva rilasciato il 24 febbraio quando ancora molti sostenevano la tesi della banale influenza o poco più, avvisava che il virus era temibile, potente e molto aggressivo e che sarebbero state necessarie misure incisive e drastiche per contrastarlo.

Ascolta qui lo stralcio dell’intervista al prof Arnaldo Caruso VmPd

Perchè queste misure più restrittive non sono mai arrivate devono spiegarcelo il Sindaco, l’ATS, la Regione Lombardia ed il Governo nazionale, tendendo conto però che sono gli ultimi due soggetti ad avere la prerogativa per istituire una zona rossa e la chiusura del comune. Il sindaco ci ha già risposto che non spettava a lui richiederle, l’ATS di Brescia ci ha invitati a rivolgersi all’assessore Gallera. Siamo in attesa di sapere se vorrà essere intervistato ma immaginiamo che affermerà, come fatto per la Valseriana: “ci aspettavamo che intervenisse il governo”. L’esecutivo infine risponderà come fatto da Conte riferendosi ai casi di Nembro e Alzano: “Mi è stato chiesto se il governatore della Lombardia poteva assumere ordinanze più restrittive e abbiamo risposto che non abbiamo impedito di farlo, altri governatori lo hanno fatto. Ma non voglio imputare o scaricare responsabilità. Abbiamo sbagliato o fatto bene? Noi riteniamo di aver agito in scienza e coscienza e ce ne assumiamo tutta la responsabilità. Ci sarà poi il tempo per giudicare e io non mi sottrarrò” per poi concludere “ci stavamo orientando a misure più rigorose per la Lombardia, una cintura rossa che coinvolgesse l’intera area”, ben sapendo che la zona arancione adottata l’8 marzo per l’intera Lombardia è  un provvedimento molto diverso da una vera zona rossa come quella istituita nei comuni del Lodigiano e a Vò Euganeo con la chiusura dei comuni ed il blocco della circolazione e delle attività produttive.

In conclusione, siamo certi che sulla decisione di non agire ad Orzinuovi con misure forti e straordinarie abbia pesato la presa di posizione contraria della Confindustria e di Assolombarda, ribadita proprio alla giornalista Francesca Nava dal presidente dell’associazione padronale della Lombardia, il bresciano Marco Bonometti. Alla domanda: “Lei mi conferma che i primi di marzo ci sia stata in Regione una riunione con i rappresentanti delle industrie lombarde ed il presidente Fontana per parlare proprio della zona rossa?” La risposta del padrone delle Officine meccaniche rezzatesi è stata: “Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione.”

Questo veto ha ovviamente riguardato, o comunque condizionato anche la decisione su Orzinuovi perchè non sarebbe stata assolutamente comprensibile e giustificabile una misura restrittiva nei confronti del paese della bassa bresciana occidentale mentre non la si adottava in Valseriana dove la situazione era ancora più grave.

Il profitto e gli interessi economici hanno così prevalso sulla salute collettiva e l’epidemia è dilagata nella province di Bergamo e di Brescia lasciandosi dietro morti e sofferenza.

Da Radio Onda d‘Urto