Da oltre un mese seguo il grafico del tasso di letalità nelle varie regioni italiane (ed anche nei vari paesi d’Europa e del mondo). Ho aspettato pazientemente prima di esternare la mia domanda sulle differenze del tasso di letalità (numero di morti rispetto al numero dei contagiati) tra le varie regioni. Avevo già notato dall’inizio che il fatto di vivere in Lombardia pareva essere un elemento di fragilità, ma mi dicevo: sarà perché nelle altre regioni il virus si sta espandendo con ritardo (anche se il Veneto e l’Emilia-Romagna sembravano smentire questo approccio improntato alla cautela), aspettiamo di vedere i dati tra una settimana, o due, o tre. Qualcuno mi suggeriva un ragionamento che mi apparve già un mese fa poco serio: siccome il “presunto” tasso di letalità “dovrebbe” aggirarsi intorno all’1 o 2%, la spiegazione del perché in Lombardia si muore “apparentemente” due o tre volte più che in Veneto o in Toscana è dovuta che qui si sono fatti meno tamponi, sottostimando di conseguenza il numero dei contagiati. Ora, va da sé che il ragionamento si basa su un postulato tutto da dimostrare, e cioè il “dato” dell’1 o 2% che, appunto, DOVREBBE essere quello che ci si aspetta. Ma, dopo più di un mese di quarantena, il differenziale lombardo non solo non sparisce, ma si amplia, come si vede dal grafico riportato dai giornali. In Lombardia il tasso di letalità è del 18,1% (quasi un paziente su cinque non ce l’ha fatta), contro una media italiana (dovuta per metà ai lombardi) del 12,6%, una media emiliano-romagnola del 12,2, toscana del 6%, veneta del 5,8, umbra del 3,9, e così via. Ho pensato anche all’inquinamento (ma Veneto, Piemonte o Emilia non mi sembra siano messi meglio, visto che stanno in buona parte pure loro nella grande camera a gas chiamata Val Padana), alla fortissima densità di popolazione (ma il Bresciano ha una densità minore del Veneto, per fare un esempio), alla presenza di migliaia di piccole e medie industrie che hanno fatto di tutto per costringere i lavoratori a rischiare la salute (e forse la vita) pur di continuare a produrre. Ma non credo che in Veneto, in Piemonte o in Emilia sia così diverso. Scartata l’ipotesi che il tutto abbia un’origine etnica (i dialetti lombardi come veicolo di contagio) mi resta solo il dubbio che la gestione della questione sanitaria, sia immediata (vero Fontana?) sia pregressa (vero Formigoni?) sia stata particolarmente “poco saggia” tra il Ticino e il Mincio. O mi sbaglio? Come diceva uno dei guru della destra italiana, l’ineffabile Andreotti, “a pensar male si fa peccato, ma spesso si fa centro”.

Vittorio Sergi