Pubblichiamo uno stralcio dell‘articolo da Limes on line, interessante anche se con una impostazione che non è nostra.

Emblematico risulta il caso del comandante della portaerei statunitense Theodore Roosevelt, che ha chiesto al Pentagono di sospendere la missione in corso nell’Oceano Pacifico e di rientrare alla base di Guam per porre in quarantena i circa cinquemila membri dell’equipaggio, di cui più di cento infettati dal coronavirus. Per rendere più pressante la sua richiesta, il comandante – o chi per lui, la precisazione ha poca importanza – ha pensato bene di inoltrare una copia della lettera inviata al Dipartimento della Difesa a un quotidiano di San Francisco, rendendo così pubblico il problema.
L’episodio ne ha fatto un eroe per l’opinione pubblica e ovviamente per il suo equipaggio ma non ha certo deliziato il Pentagono, che lo ha immediatamente rimosso dell’incarico per una condotta giudicata quanto meno inopportuna. Una valutazione ineccepibile se si ragiona in termini militari.


Il gesto del comandante crea infatti un precedente pericolosissimo che può costringere in porto per chissà quanti mesi l’intera flotta, uno dei pilastri maggiori della presenza strategica degli Usa nel globo. Inoltre, rendere pubblica la situazione ha portato questo punto di debolezza a conoscenza non soltanto dell’opinione pubblica americana bensì di quella di tutto il mondo, che non è affatto detto sia ovunque animata da sentimenti di amicizia e comprensione nei riguardi di Washington. Tale evento ha poi reso noto alla medesima opinione pubblica mondiale come il soldato statunitense non sia veramente più il G.I. delle trincee della Marna o dello sbarco in Normandia e non sia affatto disposto ad accettare ciò che invece a suo nonno e a suo padre non appariva oltre il limite.


Questa vicenda ripropone il problema della debolezza militare derivante dal grande valore che la nostra società conferisce alla vita umana, la quale deve essere tutelata al massimo in ogni occasione. La questione non riguarda solo gli americani ma tutto l’Occidente: qualora il problema della Roosevelt si fosse presentato in uno qualsiasi degli altri paesi Nato, si sarebbero verificate le stesse dinamiche. Si tratta di un problema che per il momento non presenta alcuna possibile soluzione. Come diceva Andreotti, “se un problema non ha soluzione non è un problema, si tratta solo di un dato di fatto di cui occorrerà tenere conto”. È probabilmente ciò che noi e gli americani, ammaestrati dal caso della Roosevelt, dovremo fare in futuro.