La quantità di notizie sulla pandemia da Covid-19 che circola in questi giorni su tutti i mezzi di informazione (social media inclusi) è impressionante. Cercare di capire, analizzare nel merito e interpretare con proprie riflessioni cosa sta accedendo nel mondo e sempre più difficile con un sistema di mezzi di informazione sempre più concentrato a «stupire, intrattenere, intimorire o rassicurare più che informare, per poi indurre orientamenti critici»1.

Tra le tante, la notizia più interessante che ha innestato un dibattito molto diffuso soprattutto sui maggiori quotidiani di informazione e che inoltre ha suscitato anche un notevole interesse a livello internazionale è il possibile legame tra il contagio da Covid-19 e l’inquinamento atmosferico in alcune zone del mondo in particolare Cina e Pianura Padana.

Il tutto è partito da una pubblicazione (documento di posizione) ad opera di SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), Università Alma Mater Studiorum di Bologna e Università Aldo Moro di Bari dal seguente titolo: Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione, a cura di Leonardo Setti et. al.2.

In questa pubblicazione, gli autori riferiscono di aver riscontrato una correlazione tra i giorni di superamento dei limiti per il PM10 nelle unità di controllo di alcune provincie del territorio italiano, e il numero di casi da COVID-19 registrati negli stessi giorni. Mentre la correlazione si basa su un numero molto limitato di osservazioni e deve pertanto essere ulteriormente verificata, l’ipotesi alla base – che il particolato fine funga da vettore per altri inquinanti – è ben nota e certamente provata per altri fattori inquinanti come gli idrocarburi aromatici policiclici (gli IPA vengono rilasciati dalla combustione di carbone, olio, benzina, rifiuti, tabacco e legno).

Anche se ancora non è stata certificata la perfetta correlazione tra la diffusione di COVID-19 e altri coronavirus che sono comparsi nelle recenti epidemie – la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS)- e inquinamento atmosferico, numerosi studi sono attualmente già disponibili nella letteratura scientifica e hanno già evidenziato l’esistenza di un effetto reale tra la velocità di trasmissione di virus della tipologia sopracitata e l’inquinamento atmosferico3.

Come era facilmente prevedibile in questa fase di pandemia virale, associare a questo fenomeno l’annoso problema dell’inquinamento atmosferico ha subito suscitato un esteso dibattito oltre il mondo accademico e della ricerca. 

La corsa ad interviste, articoli e commenti sui maggiori quotidiani italiani (tra questi ovviamente Il Sole24ore), di accademici ed “esperti” per confutare o rimarcare che non si tratta di una vera pubblicazione scientifica, ma soltanto di un documento che esprime una posizione appaiono alquanto sospetti. Questi interventi non hanno confutato nel merito le questioni poste e inoltre citano i dati sull’inquinamento atmosferico in modo parziale.

Per questo motivo come lettore critico degli avvenimenti dei nostri giorni, ringrazio gli autori della pubblicazione perché hanno evidenziato fenomeni e dinamiche a me sconosciuti (in attesa che la comunità scientifica concluda le ricerche), spingendomi ad approfondire la tematica dell’inquinamento atmosferico.

Qui purtroppo i dati sono consolidati da anni e sono terribili. L’inquinamento atmosferico causa circa sette milioni di decessi prematuri nel mondo ogni anno, con le persone vulnerabili come donne, bambini e anziani più a rischio. Le prove scientifiche dimostrano che l’esposizione agli inquinanti può portare a malattie cardiache, asma, diabete, eczema, cancro e impatto sullo sviluppo del cervello nei bambini. La presenza di elevate concentrazioni di inquinanti nell’aria è considerata responsabile dell’eccesso di mortalità. E questa mortalità in eccesso avviene in tempi normali quando non c’è nessuna pandemia di alcun tipo da nessuna parte!!!

Secondo i maggiori istituti di ricerca scientifica e medica di tutto il mondo, il maggiore responsabile dell’inquinamento atmosferico è la combustione di combustibili fossili e di biomassa, utilizzati per la produzione di energia, il riscaldamento e la cottura, i trasporti e l’agricoltura. L’inquinamento atmosferico da combustibili fossili è particolarmente dannoso per gli esseri umani in quanto contiene grandi quantità di particolato, che penetrano nel corpo e danneggiano i suoi organi.

Dobbiamo quindi mettere in discussioni tutte le attività che contribuiscono a questa situazione cronica che predispone le persone alle malattie respiratorie, tra cui: un’alta concentrazione di attività industriali e zootecniche, un’alta densità di popolazione e quindi le emissioni dal traffico e dal riscaldamento delle abitazioni urbane. A questo si aggiungono condizioni climatiche sfavorevoli che possono intrappolare smog su intere aree industriali e città.

In Europa, l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) segue da anni la qualità dell’aria in tutta Europa (ultima relazione pubblicata nel 2019) e si concentra sull’eccesso di mortalità legato a tre parametri ambientali, il PM2,5, il biossido di azoto e l’ozono.

I PM analizzati come miscele di componenti separati dell’inquinamento atmosferico, sono stati classificati come cancerogeni (IARC, 2013). Le ultime stime indicano che l’esposizione al PM2.5 è responsabile di circa 400.000 decessi prematuri in Europa ogni anno (AEA, 2019)4.

L’ultima stima per l’Italia riporta un totale di 84.400 decessi dovuti a questi parametri, la maggior parte dei quali (circa il 77%) correlati al particolato fine (PM2,5).

Se si guarda la mappa dell’AEA sul valore medio di concentrazione del PM2,5 che mostra aree particolarmente inquinate (in rosso e viola intenso), la situazione della pianura padana si fa drammatica. Ma la valle del Po non è sola: città come Roma o Napoli, paesi come la Polonia, l’Ungheria e la Serbia sono altrettanto brutte al pari dell’Italia settentrionale.

Le persone anziane, i bambini e le persone con condizioni di salute preesistenti sono più vulnerabili, mentre le classi sociali più deboli ovviamente sono più esposte per effetto delle loro condizioni di vita quotidiana (lavoro, mobilita, luogo di vita).

Questi numeri evidenziano una grande devastazione ambientale che da anni distrugge la salute di milioni di persone. In questo momento in cui un’altra devastazione mondiale la pandemia da Covid-19 sta provocando paure e sofferenze, in molti riscoprono la necessità di un sistema sanitario nazionale pubblico a tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e a difesa degli interessi e del benessere della collettività.

Negli ultimi anni si è fatto tutto il contrario, privilegiando la sanità privata e dell’industria sanitaria delle assicurazioni, che non proteggono dalle pandemie e non agiscono per la salute pubblica.

Per questi affaristi l’unica variabile ammessa è il profitto, quindi le morti per inquinamento o problemi generali di salute pubblica sono presi in considerazione solo a fronte di guadagni certi.

È necessario quindi, un cambio di paradigma per affrontare nella loro drammaticità l’attuale fase di crisi cioè, un passaggio radicale nel modo di affrontare le questioni scientifiche, sociali e politiche per risolvere tutte le problematiche che l’emergenza da COVID-19 a evidenziato, partendo dal dato oggettivo e incontestabile che il sistema capitalistico non è in grado di affrontare queste emergenze.

Dobbiamo rivendicare con forza da subito:

  • Forti investimenti nel sistema sanitario nazionale, massicci assunzioni di personale, fine del blocco di accesso alla facoltà di medicina, nazionalizzazione e controllo pubblico dell’industria farmaceutica e requisizione delle cliniche private per la tutela della salute e del benessere collettivo.
  • Un piano di rilancio straordinario dal trasporto pubblico (treni, metropolitana e autobus), integrato con programmi di tutela per la salute e il clima per abbattere nelle aree urbane e ad alto insediamento industriale le concentrazioni di inquinamento atmosferico e tutte le patologie ad esso correlate.
  • Soppressione di interi settori inutili dell’economia (industria bellica ed estrazione di combustibili fossili, quest’ultima implicata direttamente nella crisi climatica), e radicale ristrutturazione dell’industria metalmeccanica dell’automobile, quella dell’acciaio, della chimica, della produzione agricola e infine un utilizzo ecosostenibile dei territori.
  • Riconvertire tutti lavoratori e le lavoratrici colpiti dalla soppressione o ristrutturazione di queste attività verso degli impieghi per il benessere collettivo e degli ecosistemi, condividendo saperi e lavoro e conoscenze per finalità socialmente ed ecologicamente utili.

Per fare tutto questo paghino coloro che non hanno mai pagato attraverso5:

– un taglio drastico delle spese militari, a partire dalla cancellazione dei finanziamenti per gli aerei F35;

– una patrimoniale che permetta di disporre subito di grandi risorse;

– la ridefinizione delle aliquote IRPEF garantendo una forte progressività proporzionale al reddito delle imposte;

– la cancellazione delle riduzioni fiscali per le imprese che tanto hanno colpito le casse dello stato negli ultimi 15 anni.

Siamo in un contesto di crisi sociale, con una pandemia crescente e con la devastazione ambientale per effetto delle alterazioni climatiche senza precedenti nella storia dell’umanità. Non basta più indignarsi ed esercitare pressioni su coloro che decidono. Dobbiamo insorgere, costruire la convergenza delle lotte, scendere per le strade e nelle piazze a decine di milioni, porre le basi per pratiche sociali che vadano oltre il quadro capitalistico.

Ma soprattutto mai come in questo momento c’è assoluto bisogno di organizzazione, solidarietà e fratellanza internazionale.

*membro di Sinistra Anticapitalista

1 https://anticapitalista.org/2020/03/13/diffusione-virale-in-un-mondo-malato/

2 http://www.simaonlus.it/wpsima/wp-content/uploads/2020/03/COVID19_Position-Paper_Relazione-circa-l%E2%80%99effetto-dell%E2%80%99inquinamento-da-particolato-atmosferico-e-la-diffusione-di-virus-nella-popolazione.pdf

3 Ciencewicki J et al., 2007. “Air Pollution and Respiratory Viral Infection” Inhalation Toxicology, 19: 1135-1146.

Sedlmaier N., et al., 2009 “Generation of avian influenza virus (AIV) contaminated fecal fine particulate matter (PM2.5): Genome and infectivity detection and calculation of immission” Veterinary Microbiology 139, 156-164.

Despres V.R., et al., 2012 “Primary biological aerosol particles in the atmosphere: a review” Tellus B, 64, 15598.

Chen P-S., et al., 2010 “Ambient Influenza and Avian Influenza Virus during Dust Storm Days and Background Days” Environmental Health Perspectives, 118, 9.

Ye Q., et al., 2016 “Haze is a risk factor contributing to the rapid spread of respiratory syncytial virus in children” Environ Science and Pollution Research, 23, 20178-20185.

Chen G., et al., 2017 “Is short-term exposure to ambient fine particles associated with measles incidence in China? A multi-city study.” Environmental Research 156, 306-311.

Peng L., et al., 2020 “The effects of air pollution and meteorological factors on measles cases in Lanzhou, China” Environmental Science and Pollution Research.

4 https://www.eea.europa.eu/soer-2020

5 https://anticapitalista.org/2020/03/25/una-piattaforma-di-classe-di-emergenza-per-affrontare-la-crisi-sanitaria/