Marco Bertorello

Francesca Coin

La pandemia che diventa crisi economica prima che finanziaria, interi comparti al collasso, un capitalismo che non appare più neanche in grado di preservare sé stesso, l’incognita Europa. Un dialogo tra due economisti nel mezzo della tempesta

Francesca Coin. Il mondo è stato travolto da una pandemia che alcuni studiosi, penso a Neil Ferguson dell’Imperial College, paragonano all’influenza spagnola del 1918, per la velocità del contagio, la potenziale durata e per il numero dei decessi, in assenza di restrizioni. in questo momento sono circa settecento mila le persone positive al Covid-19 nel mondo e la curva dei contagi continua a crescere. Questo scenario emergenziale ha posto rapidamente tutta una serie di problemi, in primo luogo quello della protezione immediata della popolazione con misure non farmaceutiche di quarantena e in alcuni casi di sorveglianza attiva. In questo scenario si è inserito un secondo problema, cioè il blocco repentino di tutti i settori non essenziali dell’economia reale e dell’andamento estremamente volatile dei mercati. Qualche giorno fa per esempio il Department of Labour americano ha fatto sapere che negli Stati uniti 3,3 milioni di persone hanno fatto domanda per il sussidio di disoccupazione in una settimana, dopo che ristoranti, alberghi, palestre, teatri ecc. hanno chiuso innescando una serie di licenziamenti di massa. Le stime sono senza precedenti, e non hanno paragoni negli ultimi novant’anni, infatti in una settimana la richiesta di sussidi di disoccupazione è aumentata di circa il 1.500%, dati sottostimati perché non includono i lavoratori autonomi, gig workers e studenti che lavorano da meno di sei mesi e che  non hanno diritto a fare domanda. Il Coronavirus sta innescando tutta una serie di ricadute vertiginose, perché strozza sia la domanda che la produzione. Negli Stati uniti dove il mercato del lavoro è particolarmente privo di tutele e orientato al lavoro a chiamata e alla libertà di licenziare, gli effetti si vedono in modo particolarmente netto. Qualche giorno fa, per esempio, Bloomberg diceva che negli Usa nell’ultima settimana c’è stata una crescita dei crediti in sofferenza che è quadruplicata raggiungendo quasi mille miliardi di dollari, livelli che non si raggiungevano dal 2008. Stiamo vedendo, insomma, nel complesso, una trasformazione rapida e violenta, che nel fermare la produzione mette in ginocchio l’economia reale come una specie di cigno nero che minaccia l’interdipendenza stessa dell’economia globale.

Marco Bertorello. La prima sensazione che si vive in questo periodo è un disorientamento complessivo. Il virus da poco più di influenza diventa come la spagnola nel primo dopoguerra. I locali e le imprese devono rimanere aperti e poi coprifuoco e controllo digitale. La politica sembra in mano alla scienza, ma questa si presenta in una forma centrifuga. Le mascherine non servono, le mascherine servono, il contagio è da contatto poi il virus rimane per ore nell’aria. La distanza da tenere passa da un metro a cinque. Insomma disorientamento che si diffonde dalla sfera politica e quella economica fino ad arrivare alla scienza. Difficile possedere una bussola. Se poi vogliamo arrivare presto alla sfera economica, oggi la crisi sanitaria sta rapidamente diventando crisi economica prima che finanziaria. L’ex presidente della Bce, Mario Draghi, sul Financial Times ha annunciato l’arrivo di una «crisi profonda». Effettivamente è probabile il rischio di assistere a una crisi economica senza paragoni nelle nostre vite, le generazioni dal dopoguerra in avanti non hanno mai vissuto una catastrofe sanitaria come questa. Siamo di fronte alla sospensione di interi comparti economici. Un terreno sconosciuto. Le conseguenze sono quelle di una crisi che rimbalzerà da un luogo all’altro. E la fine dell’emergenza sanitaria non coinciderà con il termine delle sue conseguenze economiche.

FC. Provo a sbaragliare le carte perché io sto vedendo due questioni emergere gradualmente. La prima è che ci sono esempi che ci dimostrano che la pandemia non è un destino. Ho seguito un po’ il dibattito degli epidemiologi, ed è fuori di dubbio che casi come la Corea del Sud dimostrano che la preparazione alle pandemie e il «test trace treat» permettano una sorveglianza attiva che limita di molto i danni alla salute delle pandemie e le loro ricadute sulla popolazione. L’Imperial College, per dirne una, il gruppo di ricerca che più ha influenzato la risposta politica al Covid-19, ha rivisto la stima dei decessi in Inghilterra da circa mezzo milione a ventimila persone, come effetto dell’introduzione del lockdown e della quarantena – provvedimenti, questi, inevitabili, in assenza di farmaci antivirali e vaccini. L’emergenza sanitaria ha posto, tuttavia, una serie di problemi politici, causati anche dai tagli alla sanità, alla ricerca e alla prevenzione di malattie infettive, che hanno enormemente contribuito ad aggravare i ritardi nella risposta e gli errori. Nonostante questo, mi sono resa conto più che mai che in potenza, e ripeto in potenza, le pandemie non sono un destino e anzi i danni possono essere fortemente limitati. Bisogna agire tuttavia in una doppia direzione, primo bisogna anticipare l’epidemia con la sorveglianza attiva e, in questo caso, dedicare risorse ingenti a testare e isolare i casi positivi, per impedire che l’unica risposta sia negli ospedali, come è avvenuto in Lombardia, complice la miopia e la completa inadeguatezza della Regione. E poi bisogna tenere l’economia in vita. Lo storico delle crisi economiche della Columbia University Adam Tooze scriveva l’altro giorno che il paragone con il Marshall Plan è sbagliato. Dopo la Seconda guerra mondiale lo scopo del Marshall Plan era fare credito per rilanciare la sfera produttiva. Adesso la priorità non è far ripartire la produzione ma consentire alle aziende di fermarla: permettere all’economia di rimanere in coma farmacologico per qualche mese per ritrovarla in vita quando sarà possibile eliminare le restrizioni. Per Tooze, bisogna fare con l’economia ciò che si fa con i pazienti in terapia intensiva, bisogna tenerli in vita con funzioni vitali minime per qualche mese. Potrei aggiungere che ho trovato studi in base ai quali le pandemie distruggono l’economia ma gli interventi non farmaceutici, le quarantene, no, nel senso che questi sono interventi decisi a tavolino per impedire il deterioramento della crisi sanitaria. Il punto è cosa implica tutto questo dal punto di vista politico ed economico. A me sembra implichi che si può uscire da tutto questo senza scenari apocalittici ma è indispensabile fare leva sull’uso generalizzato di alcuni strumenti, volti a finanziare le persone e le aziende mentre sono in quarantena. E questo è il punto centrale secondo me, perché se da un lato è indispensabile intervenire con strumenti di politica fiscale o monetaria – dalla patrimoniale al reddito di cittadinanza, per fare degli esempi. Nell’articolo tuo e di Danilo Corradi su il manifesto, parlate giustamente anche di Quantitative Easing for the people: mi sembra che non ci sia la volontà politica di farlo. Anzi in alcuni casi c’è il solito tentativo di usare la crisi per ribadire l’egemonia del capitale verso il lavoro, e dei capitali del centro Europa verso i capitali della periferia, che sarebbe disastroso.

MB. Mi convince il parallelo tra la sfera clinica e quella economica. Che vi sia la necessità di tenere in coma farmacologico l’economia in attesa di uscire dalla crisi sanitaria mi pare condivisibile. Resistere oggi con espedienti, prevalentemente di natura monetaria e fiscale, per provare a ripartire domani. Vediamo poi con che prospettive. Ma lasciami tornare ancora a riflettere su quale sarà lo stato clinico del paziente, per seguire la tua metafora, durante il ricovero in terapia intensiva. Sono convinto anch’io che non si tratti di evocare scenari apocalittici, ma vale la pena riflettere comunque sul carattere eccezionale del momento anche dal punto di vista economico. È la prima volta da molto tempo che viviamo una crisi che trova le sue radici nell’economia reale, in particolare nel lato dell’offerta. Questo processo ricadrà sul lato della domanda. In entrambe le dimensioni si affermerà un vortice verso il basso. Nelle condizioni di vita e di lavoro, come in quelle produttive. A peggiorare il contesto è il fatto che non erano ancora terminati gli effetti della crisi finanziaria ed economica precedente che ne è scoppiata un’altra. La crisi sanitaria è stata un elemento scatenante, ma da tempo vari osservatori annunciavano la potenziale esplosione di una nuova crisi basandosi unicamente sull’analisi dei fondamentali. La moneta facile di questi anni ha incentivato un recupero di quel modello andato in tilt nel 2008. Debiti e bolle finanziarie. Insomma qualcuno annunciava l’esplosione di un’altra bolla, denunciava l’insostenibilità dell’euforia finanziaria. Il fermo economico esplode sotto questa gracile impalcatura. Ecco allora una crisi più profonda delle solite. Dal lato soggettivo delle persone nel centro-sud italiano si registrano i primi acquisti senza pagamento di prodotti di prima necessità ai supermercati. Non sono gli espropri proletari degli anni Settanta. In quel caso le nuove generazioni compivano un atto politico di rivolta, volevano per sé quello che avevano visto riversarsi su buona parte della classe operaia precedente. La società era stata complessivamente in ascesa per alcuni decenni, quello che i giovani del tempo chiedevano era quel «superfluo» che sembravano aver conquistato i genitori o i fratelli maggiori. Oggi andare a far la spesa e non pagare significa chiedere di sopravvivere. È una fotografia preoccupante di ciò che sta accadendo complessivamente, emerge la differenza tra una società in ascesa e una che sta precipitando, almeno in tanta parte del mondo Occidentale. Certo in qualche modo ci sarà una ripartenza, una volta sconfitto il virus, ma come sottolinea David Harvey, le vulnerabilità sono in campi inediti. Egli in maniera precisa afferma che «le forme di consumismo esplose dopo il 2007-08 si sono schiantate con conseguenze devastanti». E le forme di investimenti corrispondenti a questo tipo di consumismo hanno assorbito volumi di capitale esponenzialmente crescenti. Per restare all’esempio di Harvey, gli spostamenti internazionali sono aumentati da 800 milioni a 1,4 miliardi tra il 2010 e 2018. Questo modello di accumulazione al collasso costituiva una porzione all’avanguardia nelle condizioni di riproduzione del capitale. Penso al modello turistico delle crociere, settore che conosco abbastanza bene, e che oggi sta letteralmente chiudendo. Centinaia di cattedrali del mare ferme nei porti di tutto il mondo, con circa 250 mila marittimi bloccati a bordo. Un settore che non tornerà alle condizioni precedenti, almeno in tempi prevedibili. Stiamo parlando di uno dei segmenti della valorizzazione contemporanea. Certo ci sarà magari l’espansione dell’Economia-Netflix, ma lo sconquasso che vivremo nel prossimo futuro sarà certamente molto significativo in quanto è stato colpito uno dei centri propulsori delle attuali forme produttive, derivante da inedite forme di consumo ad alta profittabilità. Gli stessi rapporti tra le classi muteranno ulteriormente.

FC. Mi sembra che il tema sia proprio questo che descrivi, cioè i rapporti di classe esistenti. Per dirla in modo semplice, secondo me per congelare l’economia per qualche mese la vera priorità è salvare le persone – bail out the people – con tutti gli strumenti possibili, dalla cassa integrazione al reddito di cittadinanza per consentire a chi non lavora di pagare l’affitto, il mutuo e di vivere fino a che rimangono in piedi le restrizioni. A Hong Kong per esempio sono stati distribuiti 1.200 dollari a sette milioni di residenti maggiorenni per fare fronte all’emergenza del Coronavirus – un provvedimento di redistribuzione fiscale «una tantum» attraverso il quale agire direttamente sulla domanda; non una risposta risolutiva ma sicuramente un inizio. Il problema come dici tu è che questo shock arriva alla fine di una crisi di lungo corso che a sua volta è cartina di tornasole di quarant’anni di evoluzione economica post-nazionale, fondata su catene di valore internazionali fatte di bassi salari, competizione al ribasso, guerra contro il sindacato, precarietà, disprezzo dell’intervento statale eccetera. L’imprevisto del virus arriva qui, ed effettivamente è uno shock perché il nostro sistema politico è tutto fuorché costruito, dalle fondamenta teoriche in poi, per un bail-outdella classe lavoratrice. Contemporaneamente, però, è evidente a tutti, o quasi, che non c’è alternativa, perché a meno che non siamo disposti a tutelare sia la classe lavoratrice che le aziende, entro un paio di mesi passeremo da una situazione di crisi sanitaria a una situazione di forte recessione. Dico questo perché secondo me bisogna essere molto chiari sul fatto che lo scenario apocalittico è una scelta politica. Non sta scritto da nessuna parte che la decisione politica di introdurre un periodo di quarantena debba finire in una forte recessione, appunto, diversi studi dicono esattamente il contrario. Il problema è che mi sembra ci siano molte esitazioni squisitamente politiche a intervenire con un «bailout» di classe, la nemesi di ciò che è stato fatto nel 2008 con le banche. A me sembra sia questa la logica che ha spinto, per esempio Trump, a pensare a un intervento statale di 2 mila miliardi. Ma la domanda è: quando e a chi andranno questi soldi? Le analisi che leggo – per esempio Greg Ip sul Wall Street Journal – sembrano poco fiduciose sul fatto che questi soldi si trasformeranno effettivamente, o nella misura necessaria, in un supporto alla classe lavoratrice, o a quei 3,3 milioni di lavoratori che in una settimana sono diventati disoccupati. Lo vediamo anche in Italia, come il blocco della produzione per poche settimane abbia portato individui e famiglie a non sapere come mangiare, lo dicevi prima, il che ci dà misura di quanto siano stati tagliati i salari e erosi i risparmi negli ultimi decenni. Il virus fa questo, da un lato ferma l’economia e dall’altra opera un disvelamento politico straordinario che mostra chiaramente tutti gli effetti disastrosi del neoliberalismo, dalle catene del valore internazionali, che adesso mettono a rischio gli approvvigionamenti; dai salari troppo bassi, che lasciano interi nuclei familiari continuamente a un passo dall’indigenza, sino al fatto che tagliare il welfare uccide. Ora questo disvelamento straordinario è certamente un’arma politica, ma temo che il conflitto tra capitali, e tra capitale e lavoro, mini la volontà politica di agire a tutela, non solo di chi è più vulnerabile, ma dello stesso capitalismo. 

MB. Per questi motivi provavo a insistere sul quadro generale. Per capire quali soluzioni si verificheranno e quali dovrebbero essere adottate è importante aver chiaro il quadro, per quanto è possibile almeno. Se una società rimane senza la sua economia, qualsivoglia economia, seppur per un periodo definito (e leggendo tra le righe non mi pare che i tempi saranno brevi, non solo per una ripartenza, ma anche per i ritmi a cui era abituato il meccanismo economico-finanziario di questa epoca) gli effetti non possono che essere molto critici. Questi sono tempi nuovi, e non abbiamo riferimenti sufficienti. Va premesso, dunque, che in tempi unici e difficili di crisi la piega che possono prendere gli avvenimenti aumenta il tasso di indeterminatezza. Tutto può succedere. Ma vediamo cosa può accadere in Europa in relazione al mondo che la circonda. Le soluzioni da un lato sono urgenti, ma non è detto che giungano immediatamente, soprattutto per come è strutturata l’Europa. Nella crisi precedente Stati uniti e Giappone hanno fatto scuola con le loro politiche monetarie espansive e solo dopo il Vecchio continente si è accodato. Magari con colpevole ritardo, ma si è accodato. Oggi sembrano nuovamente gli Usa a indicare una rotta. Moneta facile e investimenti pubblici, fino a mettere direttamente in tasca i soldi alle persone. Poi possiamo ragionare sulle prospettive di questa opzione, ma non c’è dubbio che rappresenti un’opzione, soprattutto per un paese che mantiene ancora un certo primato a livello globale. L’Europa è retroguardia. È litigiosa e perde tempo prezioso. Si caratterizza sempre come un’impalcatura istituzionale complessa e quindi poco efficace in questi momenti. Ma litiga. Certo si può giungere a una rottura, una rottura che potrebbe essere verticale. Non si può escludere, ma non mi sembra l’opzione preferita, neppure dai paesi rigoristi. Il paragone con la Grecia non mi convince in questo momento. L’Italia non è la Grecia. Non è un caso che metta in campo un’alleanza tra paesi mediterranei. La Grecia serviva come lezione di disciplina per tutti. E senza la Grecia la Germania poteva pensare che l’eurozona avrebbe resistito comunque. Era una scommessa che Syriza non ha saputo raccogliere. Una rottura con l’Italia rappresenterebbe un’altra cosa. Potrebbe portare con sé uno sfaldamento dell’intera composizione europea. Questo potrebbe significare la costituzione di un blocco nord-europeo nettamente più debole di fronte alle sfide globali. A maggior ragione dopo questa pandemia. L’Italia costituisce non solo uno sbocco per l’offerta del Nord-Europa, ma anche una parte significativa della terziarizzazione del modello produttivo tedesco. Tutto si è tenuto finora. Anche per la volontà delle classi dirigenti italiane che hanno individuato nella scommessa europea un modo per restare a galla, per evitare di essere un vaso di coccio tra vasi di metallo. Anche da questo punto di vista le differenze con la Grecia potrebbero emergere. L’Italia è un paese periferico in Europa, ma fino a un certo punto. La sua impresa è stata disponibile a svolgere una funzione periferica, nella misura in cui ne individuava una prospettiva in qualche modo utile. Un proprio tornaconto. Oggi se l’Europa ponesse condizioni capestro all’Italia la fede europeista dell’impresa italiana potrebbe venire meno, ripiegare in una logica del «si salvi chi può». Se in gioco c’è la semplice sopravvivenza il feudatario teutonico non può contare unicamente in un atteggiamento servile dei suoi vassalli. Ecco allora che la partita è più complessa. Non escludo che per ora siamo alle schermaglie. I toni di Conte sono l’espressione di classi dirigenti nazionali che denunciano che così non ce la possono fare. Come Jean-Paul Fitoussi credo che Angela Merkel «potrebbe convincersi». La partita la gioca l’Italia, ma insieme a Germania e Francia. La prima è il baricentro del Vecchio continente, dal punto di vista economico, ma anche politico, la seconda può diventare l’ago della bilancia nella contesa. Finora la Francia poteva scegliere e, sempre in ultima istanza, si è schierata con la Germania. Oggi la partita sembra più aperta, nella misura in cui il contesto è più grave e coinvolge direttamente i transalpini. Non a caso Macron ha iniziato anche a guardare oltre oceano. L’Europa per costituzione è terreno di equilibri e scontri. Vediamo come andrà a finire.

FC. Sono d’accordo che la partita è più aperta e anche che il paragone non rende, completamente, almeno, rispetto al 2015. Io però non vedo la volontà politica di agire con modalità diverse rispetto al nazionalismo economico, da parte del Nord Europa. Concordo che la situazione è diversa rispetto al 2015 anche perché, per guardare ai lati positivi, per la prima volta, Conte qualche giorno fa ha sbattuto la porta in faccia all’Europa. Non mi sorprende, perché la mia impressione è che Conte, trovatosi suo malgrado a essere Presidente del Consiglio in questa fase, ha tentato in tutti i modi di tenere insieme situazioni inconciliabili, con Confindustria che faceva pressioni per aprire, la Lega che ha agito sempre per conto suo, la popolazione sull’orlo della rivolta nel Sud, il personale sanitario a rischio, l’emergenza sanitaria – in questo scenario precario, è evidente che la risposta del Nord Europa di chiusura agli Eurobond non sia stata giudicata accettabile, il 26 marzo. Non sono certa, tuttavia, che Conte potrà tenere la posizione ferma, anche se ovviamente lo spero. Sappiamo che l’altra sera Ursula Von Der Leyen ha già detto che gli eurobond sono uno slogan e come tale sono una soluzione irrealistica alla crisi europea. Sappiamo anche che il problema della «mutualizzazione dei debiti» è un insulto, visto che i paesi del Nord hanno usufruito per vari anni dei benefici derivanti dalla fuga dei capitali verso i bond tedeschi che di fatto è solo una delle ragioni per cui la moneta unica è stata per alcuni versi una sciagura. Sappiamo anche che il problema non è solo la resistenza dei capitali europei a un intervento di questo tipo, ma anche dei capitali italiani. In questi giorni dalle colonne del Corriere della Sera fior fior di editorialisti fanno da grancassa all’austerità. Quando prima dicevo che la struttura dell’economia contemporanea non è pensata per un bail-outdi classe, intendevo anche che la politica di buona parte del ceto imprenditoriale italiano è stata spesso ripugnante. La favoletta morale degli sprechi italiani, le parole illeggibili del senatore del Pd Luigi Zanda, per dire, per il quale dobbiamo accettare l’intervento del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) e «impegnare i gioielli di famiglia», come li ha chiamati, sono la cartina tornasole di una classe politica che in troppi casi ha fatto gli interessi dei grandi capitali, in spregio ai diritti e alla giustizia sociale. Io pertanto guardo con timore la situazione attuale. Mi sembra che il dibattito italiano mostri una grande divisione, all’interno della quale spiccano alcune posizioni particolarmente esplicite, come l’appoggio di Matteo Renzi al Mes e alla riapertura delle fabbriche e quello più opaco, ma in parte allineato, del Pd. Il Ministro dell’economia dovrà sbrogliare la matassa nei prossimi giorni, mentre Conte, giustamente, ha ribadito ieri sera alla Tv tedesca che «non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia» – è giusto. Nonostante questo, la strada dei coronabond mi sembra irta, e temo fortemente l’introduzione di prestiti con condizionalità. Non è da poco, d’altro canto, che istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, da anni prefigurino un intervento in Italia in caso di un possibile «doom loop» tra banche e debito pubblico. Non mi stupirei se il Covid-19 diventasse l’occasione ghiotta per indurre l’Italia ad accettare un piano di aggiustamento strutturale. Poi è vero quello che dici, che l’Italia non è la Grecia e che il 2020 non è il 2015, ma la cosa non mi consola. È vero anche, e sono stati in tanti a dirlo in questi giorni, che non sarebbe impensabile l’emissione di coronabond da parte dei nove paesi che hanno firmato la lettera al Presidente del Consiglio Europeo. Sarebbe sicuramente la cosa migliore da fare, anche perché, come continua a ripetere Wolfgang Munchau dal Financial Times, la Germania e l’Olanda accetteranno provvedimenti comuni solo se si sentiranno minacciate. A me sembra ci sia un’altra variabile, ed è che la situazione esca di controllo anche in Germania, cosa che forse farebbe vacillare sotto la Merkel il mito, davvero finto, della virtuosa Germania. Dico questo perché è evidente che la favoletta delle spese eccessive dei paesi del Sud si regge anche sulle previsioni eccessivamente ottimistiche della Germania, ed è evidente che prima torniamo tutti con i piedi per terra, smettendola di usare questa crisi come un ricatto, meglio è.

MB. Certo, il rischio che salti tutto è concreto. Esistono spinte neosovraniste anche nel Nord-Europa, alimentate dai morsi della crisi che anche in quei paesi ci sono stati in questi anni. Potrebbe essere anche che le classi dirigenti di quei paesi non reggano alcune pressioni, come quelle provenienti da una parte dell’impresa locale, magari quella maggiormente orientata alla domanda interna. Ma reputo che quello in corso sia un tiro alla fune in cui entrambe le squadre sanno, in definitiva, che non possono strappare la corda, altrimenti la gara è invalidata e nessuno vince. Perciò sottolineavo la gravità del contesto. Chiaro che paesi più indebitati e con i fondamentali dell’economia in affanno da tempo sono in una posizione contrattuale di maggior debolezza. E possono anche prendere in considerazione di capitolare, creando meno problemi di ordine politico in Europa. Ma quello che penso è che un paese come l’Italia ora non regge con operazioni di maquillage. Basta leggere le richieste che arrivano da tutte le categorie imprenditoriali e sindacali. Tutti, ma proprio tutti, chiedono soldi. E li chiedono allo stato. Oggi nessuno si pone il problema dello stato spendaccione. Anzi. Sembra dover diventare un Bancomat. Ma dietro non c’è semplicemente egoismo sociale, non c’è unicamente la volontà di approfittare del momento. Il fermo economico implica una pauperizzazione dell’impresa nel suo complesso oltre che della società. Dato che l’emergenza non è dovuta a cattiva gestione di un paese, ma da uno shock esogeno, la contesa non può essere letta unicamente in chiave interna per il Nord-Europa. La Germania mantiene il 60% circa delle sue quote di esportazione all’interno del continente. Per non dire di come si dispiega la sua filiera produttiva. Oggi manca solo che salti l’Europa anche per loro. Sbaglierò, ma credo che alla fine ci sarà l’immissione di grande liquidità nei sistemi economici più colpiti. Con le formule più diverse, attivando Bei titoli pubblici senza scadenza – certo anche con una certa condizionalità, ma non quella prevista finora. Non penso che i paesi mediterranei siano semplicemente un bottino da saccheggiare per i paesi con bilanci più solidi. Oggi la crisi è talmente profonda che l’Italia semplicemente colonizzata non è la soluzione, non foss’altro perché in genere i paesi colonizzatori sono tali in quanto godono di salute economica che oggi non vedo all’orizzonte. Il ripiegamento è generalizzato. Permettimi, ancora, di togliermi un sassolino dalle scarpe. È emersa nella sinistra chiamiamola radicale, se può avere ancora senso la definizione, una sorta di accanimento contro Mario Draghi. Il banchiere dei banchieri. Ma al netto degli insulti, mi pare che ci sia un fastidio nel rilevare che quello che ha scritto sul Financial Times sia quello che da tempo chiedevano loro, seppur inascoltati. Come se avesse fatto propria la strategia del non badare al crescere dell’indebitamento e alla necessità di spendere, e tanto per giunta. Per tutti, persino per i cittadini. Questo intervento a me pare interessante perché ci parla delle difficoltà strutturali che le attuali classi dirigenti stanno vivendo. Il problema da porsi sarebbe se è ipotizzabile utilizzare moneta illimitatamente, magari stampandola dal nulla (fiat money). Se, cioè, l’espediente dell’indebitamento, perché di questo in ultima istanza si tratta, sebbene urgente, sia sufficiente. Oppure se sarebbe necessario ipotizzare un’altra economia. E qui iniziano i dolori, poiché le risposte non sono semplici e, ahimè, latitano per tutti. Ma è qui che mi concentrerei.

FC. Mi sembra che, al netto di scenari lievemente diversi, vi siano delle convergenze in quel che diciamo. Tu forse sei più ottimista di me in relazione alla capacità dell’Europa del Nord di convenire sul fatto che si tratta di uno shock esogeno, e che pertanto l’Europa deve agire in modo coordinato. Io penso che un tale risveglio di coscienza avverrà solo se la Germania si sente in pericolo. Se così fosse, e ne dubito, ci sarebbero forse le condizioni perché la Bce inizi ad agire come prestatore di ultima istanza. In attesa di quell’epifania, ogni intervento legato a condizionalità, soft o meno, mi sembra uno scenario da evitare in ogni modo.

MB. Tengo a precisare che il mio ottimismo finisce lì. Sono profondamente convinto che questa crisi porterà comunque ulteriori diseguaglianze e sofferenze per le classi popolari, comprese quelle in Italia.

Francesca Coin, sociologa all’Università di Lancaster, si occupa di lavoro, moneta e diseguaglianze. Marco Bertorello collabora con il Manifesto ed è autore di volumi e saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre).

Da Jacobin Italia