Con 137 voti a favore e 53 contrari, il parlamento di Budapest approva la ‘Legge di autorizzazione’ che assicura al primo ministro Viktor Orban pieni poteri per, ufficialmente, contrastare il coronavirus. Il premier potrà d’ora in poi governare per decreto senza passare dal parlamento, bloccare le elezioni e sospendere leggi già in vigore. Il tutto a tempo indeterminato. Dal punto di vista sanitario, le cose non si presentano meglio: in Ungheria finora sono stati certificati 447 casi di contagio e 15 morti. Ma i dati reali potrebbero essere molto più alti. Al personale sanitario mancano tute, guanti e mascherine, e non ci sono apparecchi di respirazione sufficienti a garantire gli abitanti in caso l’epidemia si diffonda. Come se non bastasse, le politiche del governo nazionalista hanno spinto molte persone, medici compresi, ad abbandonare il paese. Se nel resto d’Europa in molti hanno dovuto varare misure straordinarie e temporanee limitazioni della libertà come il confinamento, la svolta di Budapest preoccupa perché approfondisce un solco già profondo nei complicati rapporti con Bruxelles.

Pieni poteri fino a quando?

La nuova legge prevede fino a 8 anni di carcere per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità e da uno a 10 anni per chi diffonde “notizie false”. Non è chiaro chi stabilisce la veridicità di un’informazione, perché le parole usate nel testo della legge sono abbastanza vaghe da poter includere qualsiasi critica nei confronti della politica, sanitaria e non, del governo. Ma l’aspetto che preoccupa di più è l’assenza di una cornice temporale entro la quale limitare provvedimento: i deputati di opposizione si erano resi disponibili a votare in favore della legge, se il premier avesse acconsentito ad inserire nel testo una scadenza, per tutelare il paese da una deriva autoritaria. Forte della maggioranza in aula del suo partito sovranista, Fidesz, Orban li ha attaccati: “O siete con me o siete con il virus”.

Una democrazia immunodepressa?

Più volte da quando nel 2010 Viktor Orban è tornato al potere, si è parlato di deriva autoritaria dell’Ungheria. L’erosione dell’indipendenza giudiziaria, lo spoil system e le leggi sul lavoro definite “leggi schiavitù”, unite alla progressiva scomparsa di media indipendenti, acquistati da oligarchi vicini allo stesso Orban, hanno di fatto alimentato i timori. Le recenti campagne elettorali, per le politiche prima (2018) e le europee poi (2019), sono state vinte da Fidesz grazie alla sua efficace propaganda anti-migranti. Nel frattempo l’adesione dei suoi 13 eurodeputati è stata ‘congelata’ dal Partito Popolare Europeo (PPE), mentre l’Ungheria è finita sotto procedura d’infrazione per violazione delle norme in materia di asilo. In breve, se si fosse trattato di un essere umano avremmo detto che il sistema politico ungherese era già fiaccato e immunodepresso. Che il coronavirus – come suggerisce sul Washington Post Ishaan Tharoor – abbia mietuto la sua prima vittima tra le democrazie?

Cosa può fare l’Europa?

A poche ore dall’approvazione della legge al parlamento di Budapest, il comitato europeo per le libertà civili ha chiesto che la Commissione apra un’inchiesta sul ‘caso ungherese’ e sulla possibile violazione dell’articolo 2 del trattato europeo, che impone agli stati membri di tutelare al loro interno i diritti fondamentali e i principi democratici. Ma, almeno finora, la presidente Ursula von der Leyen si è tenuta cauta, limitandosi a un generico richiamo ai paesi membri ad adottare “misure di emergenza limitate a quanto è necessario e strettamente proporzionato”. Questo è quanto si legge in un comunicato stampa pubblicato dopo il voto al parlamento di Budapest in cui non menziona mai direttamente l’Ungheria.

 

Il virus favorisce gli autoritarismi?

Inutile girarci intorno: la pandemia rischia di trasformarsi in un’arma a vantaggio dei leader con tendenza autocratica. Voci critiche si levano per denunciare derive di questo tipo, e non solo in Europa, da parte di governi che pretenderebbero di agire per il bene della salute pubblica. E in un momento di grande smarrimento e paura, è inevitabile che i cittadini si mostrino rispettosi di provvedimenti che, in condizioni normali, risulterebbero intollerabili. Anche se questo significa perdere la propria libertà. Nei paesi del V4, il cosiddetto blocco di Visegrad (Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia e Polonia), l’altro ‘sorvegliato speciale’, come osserva Matteo Tacconi, è la Polonia che ha deciso di confermare le elezioni del 10 maggio in cui il presidente Andrzej Duda punta alla rielezione, nonostante il lockdown. Ungheria e Polonia, d’altra parte, si puntellano, e Viktor Orban sa che in caso di procedura d’effrazione da parte della Ue, può contare sul sostegno dell’alleato per impedire l’unanimità necessaria a far scattare le sanzioni contro il suo paese.

Da ISPI

Intanto fra i provvedimenti già attuati, l’invio dell’esercito a presidiare (e di fatto controllare) oltre un centinaio di aziende ritenute di interesse strategico.