di Marilena Maragliulo (da Il sindacato è un’altra cosa)

Siamo ormai a quasi un mese dall’inizio dell’emergenza pandemica. A partire dalla sospensione delle attività, la didattica a distanza è stata subito proposta come valido strumento per continuare a garantire la formazione e il diritto allo studio. Sin dall’inizio tanti insegnanti, nella maggior parte delle scuole d’Italia, si sono spesi con passione e generosità, assumendosi peraltro maggiori carichi di lavoro, dilatati all’intera giornata, per arrivare in poco tempo a garantire a regime un contatto costante con i nostri allievi.

Abbiamo immediatamente capito tutti l’enormità di ciò che stava accadendo, sentendoci investiti della responsabilità di dover assicurare ai nostri ragazzi un legame con la normalità, per far sentire che, nonostante tutto, la scuola continua ad esserci. Si è trattato quasi di una necessità dell’animo, di un bisogno di non perdere quella preziosa relazione emotiva con gli studenti, che ogni insegnante conosce.

Non c’è dubbio che, in questo preciso contesto, nel momento emergenziale in cui siamo, la didattica a distanza (Dad), rappresenti un utile strumento di cui sicuramente non possiamo fare a meno. Ma da qui a tesserne acriticamente le lodi, come fa il Ministero in questi giorni, pensando che la scuola possa andare avanti come se nulla fosse o, peggio ancora, immaginando magari di utilizzarla massivamente anche a emergenza finita, è veramente molto pericoloso.

In tempi di pandemia e di reclusioni forzate è facile perdere la dimensione della realtà. Si dovrebbe prendere coscienza di quanto il lodevole volontarismo di docenti e studenti non potrà mai arrivare a sostituire la scuola, quella vera. Eppure in queste settimane una grande sbornia collettiva ha portato molti a credere di poter riproporre in toto le dinamiche della didattica in presenza.

La sostanziale resistenza da parte degli insegnanti italiani alla digitalizzazione (pilastro della Buona Scuola) è stata spazzata in un colpo solo. Dove non sono riuscite le ultime controriforme, ha potuto il coronavirus. In pochi giorni il Miur è passato da un primo ricorso alla Dad come scelta opzionale per poi dare più autonomia in materia ai dirigenti scolastici. Ha poi emanato lo scorso 17 marzo una nota in cui, nonostante escluda qualsivoglia adempimento di tipo formale, in realtà sciorina un elenco di prescrizioni in materia di didattica a distanza, che non lasciano margine all’interpretazione. Questo ha fatto sì che, in una fase in cui le prerogative degli organi collegiali sono soppresse a favore del potere esecutivo del dirigente e dei suoi più stretti collaboratori, molti dirigenti scolastici si siano orientati all’interpretazione letterale della circolare, chiedendo una programmazione ad hoc e sessioni di valutazione costanti.

A parte qualche potenzialità, i punti critici della scuola online sono molti. A partire dalla fondamentale questione riguardante l’accesso non uniforme alla rete e alla tecnologia, per cui la didattica a distanza rischia di diventare un enorme moltiplicatore di differenze sociali, con costi destinati a ricadere tutti esclusivamente sugli “utenti” finali, ovvero gli studenti e le loro famiglie.

Con queste premesse ogni forma di valutazione non solo è impossibile ma, se applicata a ogni costo, rischia di trasformarsi in un vero e proprio abuso, in una forma di accanimento nei confronti di quei soggetti più deboli e marginalizzati per innumerevoli motivi. Le variabili che si frappongono tra noi e i nostri studenti sono molteplici e non tutte controllabili: dal divario digitale alla situazione familiare, dagli spazi a disposizione per lo studio individuale (non tutti ne dispongono) alle competenze informatiche, fino ai contesti adatti per la concentrazione e lo studio. Per non parlare degli studenti con bisogni educativi speciali o dei disabili, per i quali il carico del lavoro di mediazione ricade più pesantemente sulle famiglie (nel caso fortunato di famiglie in grado o disposte a farsene carico).

Eppure si continua a pensare di poter mettere in piedi la didattica online come se nulla fosse, seguendo l’intero orario scolastico, firmando regolarmente il registro elettronico, sperando di poter “finire il programma”, continuando ad assegnare carichi di lavoro anche consistenti, programmando sessioni di verifica serrate, senza riuscire a rinunciare, nemmeno in tempi di pandemia, alla smania di valutare, misurare, censire, quantificare, giudicare, controllare, cosa già molto difficile in presenza, ma impossibile a distanza. Si continua a credere che tutto possa funzionare a puntino, nell’illusione del controllo disciplinare. La burocrazia si moltiplica, a voler documentare il lavoro svolto, nello strenuo tentativo di salvarlo dall’oblio. L’immaterialità a fare da cornice a tutto, a partire dalle relazioni, che hanno invece bisogno di sguardi, voci, gesti, per dar senso al dialogo educativo.

Quanto resterà di tutto ciò a emergenza finita? Forse molto. Una sperimentazione così imponente su scala nazionale è destinata a dare i suoi frutti. L’illusione che la tecnologia possa schiudere orizzonti salvifici nasconde il rischio di un’omologazione che, lungi dall’arricchire la didattica, rischia di impoverirla drasticamente. Vigiliamo dunque e chiediamoci che tipo di scuola vogliamo, al servizio di quale società e infine, quale il ruolo degli insegnanti.

In questo momento abbiamo un unico, importantissimo compito da svolgere: tenere i nostri studenti a contatto con la realtà, fornire loro gli spunti per aiutarli a leggere questo doloroso presente, liberare questo tempo dagli orpelli burocratici, offrendoglielo come una opportunità unica di riflessione sul mondo, quel mondo “grande e terribile” a cui presto andranno incontro. Torniamo ad assumerci il compito di mettere i nostri ragazzi in un contatto vitale con il Sapere, abbandonando il principio di prestazione e liberandoci dell’imperativo della produttività. Torniamo alla scuola dei contenuti.

Riprendiamoci quella libertà di insegnamento che anni di controriforme ci hanno scippato, piegando la scuola al mercato e alle aziende, rendendola il luogo delle nozioni, delle competenze, delle soft skills, trasformandoci da educatori a implacabili valutatori, misuratori, tetri burocrati, dimentichi di quella esperienza esistenziale profonda che dai tempi di Socrate si stabilisce tra maestro e allievo. Chissà che, allora, la distopia di questo tempo difficile e drammatico non possa rappresentare la spinta a una svolta per troppi anni rimandata.