L’organizzazione agricola industriale, l’uso degli antibiotici negli allevamenti intensivi e l’inquinamento hanno rafforzato gli effetti del Covid-19. L’emergenza sanitaria non si risolve senza affrontare le cause dell’emergenza ambientale

Nella confusione in cui stiamo vivendo una sola cosa pare evidente: questo momento sarà storico e il modo in cui gestiremo l’emergenza segnerà la tendenza dei prossimi anni, che continuano, purtroppo, a essere i pochi che abbiamo a disposizione prima del punto di non ritorno per il nostro pianeta.

Occorre quindi ricostruire assieme punti di riferimento per affrontare il futuro, intersecando le conoscenze di tutte e di tutti, chiedendosi come la grande questione degli ultimi due anni (e dei prossimi dieci), cioè l’emergenza climatica, si leghi a quella nuova e impellente, cioè l’emergenza Covid-19.



Distruzione degli ecosistemi

Come spiega David Quammen in una sua recente intervista, la devastazione ambientale che si manifesta con la fusione dei ghiacciai, l’espansione delle aree urbane, la deforestazione, il cambiamento climatico e l’allargamento dell’agricoltura intensiva sono tutti fattori, diretti o indiretti, che comportano la distruzione di habitat provocando il massiccio spostamento di animali in nuovi ambienti che, trasportando patogeni di ogni tipo e incontrando nuove specie, possono compiere salti di specie mutando e diventando potenzialmente pericolosi per gli esseri umani.
Quando l’umanità entra in contatto con questi animali inizia a condividerne l’habitat e, come avviene normalmente negli ecosistemi, i microrganismi si trasmettono trovando «terreno fertile» in cui attecchire. I patogeni che mutano all’interno di questi animali diventano molto più pericolosi per gli esseri umani, in quanto non abbiamo anticorpi specifici per combattere questi nuovi virus. 

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il virus aviario è pericoloso proprio per la sua capacità di mutare rapidamente e di acquisire geni da virus che infettano altre specie animali. Per cause simili fu tanto pericolosa l’influenza suina che, modificandosi nei maiali da allevamento, divenne altamente patogenica. 


La scienza è chiara nel riconoscere che lo spostamento degli animali da zone endogene o l’avanzare degli umani nei vari ecosistemi, oltre che il trattamento disumano di questi animali nei mercati e negli allevamenti, aumenti il contatto artificioso tra specie diverse e che questo, in ultima analisi, faciliti la mutazione dei patogeni rendendoli più pericolosi per l’umanità. Quanto lo faccia è difficile dirlo; molto si è parlato del mercato di Wuhan dove animali di specie diverse venivano ammassati in pessime condizioni igieniche e come questo potrebbe aver facilitato il salto di specie. Al di là del caso specifico di Wuhan, occorre comunque essere chiari: certamente la formazione e la diffusione di nuovi virus è sempre esistita, ma l’organizzazione vorace degli allevamenti e dell’agricoltura ne ha prodotto un veloce aumento. 



Allevamento e antibiotico-resistenza

Sempre riguardo l’allevamento, un’altra grande emergenza sanitaria attuale (e sicuramente futura) è quella relativa all’antibiotico-resistenza, il fenomeno per cui batteri diventano resistenti agli antibiotici, di cui la maggior parte sono usati negli allevamenti intensivi. La necessità di un utilizzo massiccio in questa catena produttiva è dovuta in parte alle condizioni pessime di questi animali, che facilitano la comparsa di ogni sorta di malattia e rende necessario l’utilizzo di diverse classi di antibiotici. L’uso continuo degli antibiotici aumenta la pressione selettiva favorendo l’emergere, la moltiplicazione e la diffusione dei ceppi resistenti. Per l’Istituto Superiore di Sanità attualmente questo è uno dei maggiori problemi sanitari a livello mondiale e andrà intensificandosi, anche a causa del fatto che non è più economicamente conveniente per le case farmaceutiche investire nella ricerca di nuovi antibiotici.

Il nostro paese, comunque, continua a posizionarsi al secondo posto nella classifica europea dell’utilizzo di antibiotici a scopo veterinario, di cui il 90% non è per terapia individuale ma per l’utilizzo in mangimi e acqua, anche nel caso in cui l’animale non sia malato. Altro triste primato lo abbiamo nelle morti causate da infezioni antibiotico-resistenti con 10.700 persone ogni anno. È chiaro quindi che si sovrapponga, come spesso accade, l’interesse della nostra specie con quello della Terra e degli animali.



Malattie respiratorie e inquinamento 


Un’altra correlazione che si ripercuote sui corpi di noi tutte e tutti è la grave insorgenza di malattie respiratorie e cardiovascolari correlate all’inquinamento. È dimostrato che alti livelli di inquinamento atmosferico possono influire negativamente sulla funzione polmonare e nell’insorgere dell’asma e sulle riacutizzazioni della Broncopneumopatia cronica ostruttiva e aumentare il rischio di cancro al polmone. Sono particolarmente a rischio i residenti di aree a intenso traffico, specialmente quando l’inversione termica fa sì che l’aria diventi stagnante. Molte di queste patologie sono correlate all’indebolimento dei pazienti afflitti da Covid-19: ciò ne aumenta drammaticamente la mortalità.



Gestione politica dell’emergenza

I legami tra queste emergenze, però, non sono solo nella loro genesi e diffusione, ma anche nella loro gestione puramente politica. I movimenti per la giustizia ecologica hanno sempre sostenuto che quella ambientale è un’emergenza, che bisogna agire rapidamente e che deve pagare chi inquina. Attualmente le prime vittime di questa diversa ma simile emergenza sono i più deboli, i senza tetto, chi lavora e i professionisti sanitari in prima linea.

Non si può continuare a pensare che sia sostenibile un mondo in cui le emergenze vengono ignorate fino al loro scoppio, e poi quando si aggravano si fanno pagare ai più deboli: per il clima quanto per le epidemie. 

Esiste una questione dirimente che è l’allocazione delle risorse in tempo di emergenza, che va ragionata attentamente e dovrebbe basarsi su una vera giustizia sociale, anche e soprattutto quando viviamo in un periodo di forte crisi. Così come vogliamo che l’emergenza climatica la paghi chi l’ha causata, insieme con il contributo pubblico e individuale di tutti, così crediamo che sia necessario in questo momento sostenere e tutelare lavoratori, fasce deboli e professionisti sanitari – ora e anche quando questa epidemia finirà.

Prendiamo atto che sulla salute di tutte e tutti noi si son fatti continui tagli, a vantaggio di alcuni ma a danno di tantissimi. Abbiamo però l’occasione di poter cambiare strada, ragionare complessivamente sul mondo in cui viviamo e capire se la nostra sopravvivenza è prioritaria o secondaria al profitto di pochi.

Abbiamo l’occasione di capire che il cambiamento climatico nuoce alla salute e all’umanità, alla Terra, agli animali, che si interseca fortemente alle epidemie, e che l’unica soluzione praticabile è iniziare da subito una transizione ecologica che tenga conto della giustizia sociale, che sia rapida e radicale, che abbatta un sistema che è per sua natura insostenibile. Per noi sarà sempre prioritaria la salute della Terra (e quindi di noi tutte e tutti) rispetto al profitto di pochi.

*Salem Ghribi è studente di Chimica e tecnologie farmaceutiche all’Università di Parma e attivista di Fridays For Future Italia.