Lo sappiamo tutti: da almeno un quarto di secolo (ma la tendenza era già iniziata negli anni ’80) il criterio di curare la gente, di salvare vite si è mano a mano sempre più “contaminato” con criteri totalmente estranei ai bisogni dei pazienti, come quello della cosiddetta “efficienza economica”. In realtà il sistema, dopo alcuni decenni di evoluzione positiva verso  la generalizzazione dell’assistenza sanitaria (grazie alle grandi lotte del movimento operaio del Novecento), pubblica e gratuita (o meglio, pagata dalle tasse dei cittadini), ha invertito la tendenza in seguito all’affermarsi, prima in Cile, nel Regno Unito e negli USA, in seguito anche in quasi tutti gli altri paesi capitalisti, avanzati o “arretrati”, del dogma neoliberista, per cui anche la salute deve essere “messa sul mercato”. Qui da noi, visto il sistema regionale sanitario, le regioni (come Lombardia e Veneto) a guida reazionaria (Lega o comunque destra) hanno iniziato per prime (qualcuno ricorda il sig. Formigoni?) nella sciagurata politica della “sussidiarietà” tra pubblico e privato. Ma anche le regioni a guida centro-sinistra hanno poi, piano piano, seguito più o meno la stessa strada. Ma vediamo alcuni numeri.

Nel 1973 in Italia c’erano 575.554 posti letto ospedalieri: uno ogni 96 persone. Nel 1986 erano già scesi a 450.377, uno ogni 128 persone. Nel 2016 i posti si erano ridotti a 215.064, il che vuol dire un posto letto ogni 280 persone. Ciò vuol dire che, in poco più di 40 anni, l’offerta di posti letto si è ridotta di due terzi. Anche tenuto conto della crescita dell’efficienza sanitaria e delle nuove tecnologie, c’è poco da stare allegri! Ma diamo un’occhiata ad alcuni altri stati. La Francia nel 1970 aveva 590.811 posti letto: uno ogni 86 persone. Vent’anni dopo, nel 1990, i posti letto erano saliti a 702.184, uno ogni 81 persone. Nel 2016 erano scesi a 384.000, uno ogni 167 persone. Come si può facilmente intuire, la dinamica di riduzione è iniziata dopo ed è stata meno drastica che da noi, con un dimezzamento dei posti disponibili rispetto alla popolazione. In Germania Federale (quindi solo l’Ovest fino al 1990) i posti erano 683.254 nel ’70, pari a un posto ogni 89 persone. Nel ’91, nonostante l’annessione dell’ex DDR, erano già scesi a 665.565, uno ogni 120 persone, numero analogo a quello del 2016 (663 mila posti, uno ogni 123 persone). Nel Regno Unito, ex “patria” del welfare state laburista, nel 1971 c’erano 526.034 posti letto (uno ogni 106 persone), dimezzatisi in seguito alla “cura Thatcher”: infatti si erano ridotti a 283.800 nel 1993 (uno ogni 204 persone), per poi ridursi a poco più di 171 mila (uno ogni 384 persone!) nel 2016. Una cura da cavallo, non c’è che dire! E oltre Atlantico? Gli USA avevano nel ’71 1.555.560 posti (uno ogni 131 persone, peggio comunque degli altri grandi paesi imperialisti), scesi a 1.241.000 nell’88 (uno ogni 196 persone), per scendere ulteriormente a 882 mila nel 2014 (uno ogni 357 persone). Per quanto riguarda il Giappone, aveva 1.338.056 posti letto nel ’71 (uno ogni 79 persone, record mondiale), saliti a 1.677.000 nel 1990 (uno ogni 74 persone) e 1.664.000 nel 2016 (uno ogni 76 persone). E i paesi a capitalismo “emergente”? La Cina nel 1978 (quando si definiva “socialista”) aveva 1.856.083 posti letto (uno ogni 512 persone), saliti a 2.624.000 nel 1990 (uno ogni 431 persone), fino ai 7.943.000 del 2017 (uno ogni 175 persone): salta agli occhi la tendenza esattamente opposta a quella degli altri stati. E l’India? Nel 1973 aveva 392.000 posti letto (uno ogni 1492 persone), saliti a 649.000 nel ’90 (uno ogni 1278 persone) e a 2.500.000 nel 2014 (uno ogni 500 persone). Il Brasile aveva 354.373 posti letto nel 1970 (uno ogni 263 persone), saliti a 501.660 nell’87 (uno ogni 269 persone, quindi una crescita insufficiente rispetto all’incremento demografico), ma scesi a 436 mila nel 2014 (uno ogni 454 persone).

Non sono né un medico, né un esperto di sistemi sanitari, e ovviamente mi rendo conto che il puro dato bruto del numero di posti letto non è sufficiente per dar conto del livello di avanzamento di un sistema sanitario. Però sarà un caso se l’unico paese a capitalismo maturo ad aver mantenuto un rapporto costante (intorno a 1 su 75), il Giappone, è anche il paese numero uno in termini di aspettativa di vita, mortalità infantile, ecc.? E se i paesi anglo-sassoni, quelli che per primi e più radicalmente hanno applicato le ricette neo-liberiste, hanno perso posizioni in tutti gli indici sanitari? Oggi gli USA, per esempio, sono intorno al 40° posto nella graduatoria mondiale per mortalità infantile e aspettativa di vita, mentre negli anni ’60 erano nel gruppo dei primi dieci. E, tra i paesi capitalisti “emergenti”, sarà un caso se la Cina (e, in misura minore, pure l’India) avanza anche in questo settore, mentre, per esempio, il Brasile arranca? Forse sarebbe il caso di porsi alcune domande, se non si vuole finire come gli USA o il Brasile. E questa maledetta pandemia deve spingere tutti a rimettere in discussione pratiche politiche ed amministrative esiziali per la salute umana.

Flavio Guidi