Di Luca De Crescenzo

Ciò che sta succedendo sul Coronavirus mostra come anche il più «naturale» dei fenomeni fa i conti con i rapporti politico-economici globali. Il rischio è che nel tentativo di mettere delle toppe si moltiplichino soltanto le emergenze

Secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), a livello globale quasi un decesso su cinque è dovuto a una malattia infettiva. Che diventa un decesso su due se si considera solo la metà del mondo più povera. Si tratta di malattie per lo più curabili – polmoniti, bronchiti, dissenterie. E spesso orribili. Quelle che non uccidono debilitano, invalidano e possono trascinarsi in lunghe paralizzanti agonie (cercate su google «elefantiasi» per capire di cosa stiamo parlando). Molte fanno parte delle cosiddette «malattie tropicali dimenticate». «Tropicali», anche se si concentrano dall’equatore in giù dove vive la maggior parte dei poveri del mondo. «Dimenticate», perché notoriamente dei poveri è facile disinteressarsi. Forse sarebbe più appropriato chiamarle «malattie banali poco lucrative». Al momento colpiscono più di un miliardo di persone, con danni che dalla salute arrivano all’economia, tornando nuovamente alla salute, in una classica trappola del sottosviluppo.

Di fronte a questi dati il clamore mediatico per il Coronavirus – con le poche centinaia di vittime a fronte dello straordinario dispendio di risorse ed energie che sta mobilitando – sembra ipocrita quanto ridicole appaiono le scene di panico che ne derivano. Ma non c’è alcuna contraddizione. Il panico porta all’estremo il timore di finire in quelle stesse condizioni di morte e malattia lontane ma presenti, da cui proviamo a proteggerci con muri che si rivelano inutili di fronte a un morbo invisibile. E che in realtà spesso sono già a casa nostra. Un anno fa ha fatto scandalo la notizia di un’epidemia di tifo a Los Angeles, una malattia «medievale» nel pieno della California, lo Stato più ricco del Paese più ricco del mondo, in cui però si registra un record di senzatetto. Visto che povertà, scarsa igiene, carenza di assistenza medica non vengono scongiurate a monte, è inevitabile che le risorse si concentrino sulle potenziali catastrofi sanitarie che producono a valle. Se per farlo si può contare sulla collaborazione di una popolazione terrorizzata, meglio.

La transizione mancata

Eppure fino a qualche anno fa la convinzione generale era che le malattie infettive fossero destinate a sparire, o quantomeno che presto non avrebbero più rappresentato un fattore di mortalità significativo, lasciando sempre più spazio a malattie non trasmissibili come quelle cardiache e tumorali. Una «transizione epidemiologica» che, nel modello canonico teorizzato da Omran nel 1971, si compie anche attraverso il «progressivo recedere delle pandemie».

Belli gli anni Settanta, quelli in cui il futuro prometteva un benessere diffuso, cambiamenti demografici e pure la fine dei germi (mentre il presente regalava guerre, colpi di Stato e apartheid). Guardando la storia epidemiologica dei paesi industrializzati si deduceva che il miglioramento delle condizioni sociali, economiche e delle infrastrutture sanitarie dei paesi in via di sviluppo li avrebbe portati a replicare lo stesso schema – con ritmi diversi e ognuno ai suoi tempi, tanto non c’è fretta. Il successivo precipitare dell’economia di tanti Stati africani e non solo, il crollo dei sistemi socialisti dell’Europa dell’est insieme a quello dell’aspettativa di vita dei loro abitanti e la scandalosa crescita delle disuguaglianze hanno di gran lunga ridimensionato questi ottimistici scenari.

A lasciare ancora un margine di credibilità a tali proiezioni è stata, paradossalmente, proprio la crescita della Cina, in cui si è registrata la più grande emersione dalla povertà della storia, con un miglioramento senza precedenti delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Come sanno gli studiosi di disuguaglianze, è stato il gigante asiatico a trainare l’apparente miglioramento dei dati sulla povertà globale. Come riassumeva egregiamente l’antropologo Jason Hickel su Jacobin Mag, a trainare il declino della percentuale di esseri umani che vive con 1,9 dollari al giorno (soglia comunque miserevole) è proprio la Cina, senza la quale le magnifiche sorti e progressive decantate da magnati come Bill Gates registrerebbero un aumento del numero assoluto di persone che vivono in povertà, principalmente in Africa (ma non solo). Che ciò si rifletta sulle condizioni sanitarie è ovvio. Questo è il retroterra in cui malattie curabili come la malaria e la tubercolosi hanno ricominciato a mietere centinaia di migliaia di morti all’anno in decine di paesi. E in cui emergono nuove potenziali pandemie come il virus Zika (era il 2016, ce lo siamo già dimenticato?) o ne riemergono di vecchie come l’Ebola.

Il problema non è però solo il sottosviluppo. È anche lo sviluppo. A partire dal principale clamoroso effetto collaterale dell’anelata crescita globale: il cambiamento climatico, le cui conseguenze dirette e indirette sulla salute aprono scenari inquietanti. Così come gli effetti imprevedibili dell’alterazione accelerata degli ecosistemi del pianeta, come pure quelli dell’industria alimentare, dei traffici di merci (si pensi alla zanzara tigre nascosta nei pneumatici venduti in giro per il mondo), dei viaggi internazionali.

Il contraddittorio mix di condizioni socio-sanitarie disastrose come quelle del Congo e di Haiti e di tecniche mediche avanzate come trasfusioni e campagne di vaccinazione sono all’origine della prima pandemia globale della storia contemporanea, quella tutt’ora in corso dell’Aids. E non è dalla povertà, ma da ciò che muove la ricchezza che nascono malattie come quelle che si sono guadagnate le prime pagine dei giornali in tempi recenti. In poco più di quindici anni abbiamo visto Sars, Mers, influenza aviaria, influenza suina e ora il 2019-nCov. Le loro radici comuni affondano in modernissimi allevamenti intensivi, viaggi intercontinentali e megalopoli. Spesso il virus è incubato in qualche animale esotico, come il pipistrello, per poi passare ad animali a stretto contatto dell’uomo come il cammello. Oppure direttamente da animali come il maiale o il pollo all’essere umano che li ammassa e li macella. E che poi li lavora, li vende e quindi viaggia e si sposta. Azzeccata la mutazione che gli permette di passare da uomo a uomo, il virus è pronto a dilagare.

Non è quindi né lo sviluppo né il sottosviluppo la ragione strutturale dietro la ricorrente minaccia di una pandemia globale come quella della Spagnola di cento anni fa. È la particolare combinazione dei due, che ammassa e connette uomini e merci, sconvolge relazioni ecologiche consolidate e al contempo ne crea di nuove, accumulando incredibili ricchezze e capacità produttive insieme a clamorose povertà. Che crea differenziali talmente grandi nelle prospettive e stili di vita che milioni di uomini e donne non rinunciano a spostarsi nel tentativo di colmarli, per quanto le si possa annegare, imprigionare, torturare. Come ha scritto il biologo marxista Richard Levins, che nel 1993 ha coordinato un pionieristico convegno a Harvard dall’eloquente titolo «Malattie in Evoluzione»

«piuttosto che annunciare il declino inesorabile delle malattie infettive, dobbiamo renderci conto che ogni grande cambiamento nella società, nella popolazione, nello sfruttamento della terra, nel clima, nella nutrizione, o nelle migrazioni è al contempo un evento sanitario con il suo quadro epidemiologico».

Anziché sparire, le malattie infettive si evolvono insieme all’economia globale. Evidentemente però è difficile liberarsi di certi miti. D’altronde, come si possono considerare crisi, disoccupazione di massa e guerre deviazioni momentanee rispetto all’equilibrio naturale verso cui tenderebbe un sistema economico a concorrenza perfetta, allo stesso modo si possono considerare accidentali tutti i fatti che contraddicono i presunti trend epidemiologici di un lungo periodo in cui saremo tutti belli sterilizzati e asettici (perché morti e sepolti).

Se lo scenario idilliaco non si è ancora realizzato l’unica spiegazione è che ci sia qualcosa di strano, premoderno: i cinesi si mangiano pipistrelli e serpenti, gli arabi giocano con i cammelli e gli americani sono ossessionati dalla carne di maiale. Una ricercatrice del movimento One Health che propone un approccio ecologico alla salute, intervistata a Radio 3 Scienza ha parlato di due Cine: una moderna e occidentalizzata e una ancora legata a pratiche alimentari antiquate ed esotiche, come quelle che affollano l’ormai famigerato mercato del pesce di Wuhan (eppure ancora non è sicuro se sia stato quello l’effettivo focolare). Quando ci si concentra sulle cause immediate, anche quelle ecologiche, senza tenere conto dei rapporti economici e sociali si finisce sempre male. One medicine, one Health – ein Reich, ein Führer.

Problema globale orgoglio nazionale

La semplificazione razzista e nazionalista è tornata di moda di fronte a problemi complessi. Forse perché più che il passaggio dall’animale all’uomo, quello che spaventa è il passaggio dall’uomo nero – in questo caso giallo – all’uomo bianco. In Italia l’ondata di sinofobia è stata denunciata anche da Amnesty: dai bar che si rifiutano di servire i turisti cinesi ai quotidiani gesti offensivi ai danni di quelli che da anni vivono in Italia (o sono nati qui). Chi poi si contrappone al razzismo palese lo fa spesso in nome di un nazionalismo più rispettabile e sottile, ma altrettanto insidioso. I più autorevoli giornali italiani, quotidianamente impegnati nella lotta alle bufale del web, hanno sbandierato a titoli cubitali la notizia dell’isolamento del virus allo Spallanzani di Roma, millantando che fosse il primo caso nel mondo, o almeno in Europa. Un falso clamoroso, quanto l’insinuazione in prima pagina di Repubblica per cui la Cina avrebbe tenuto per sé i dati sul genoma del virus, che invece il nostro generoso paese metteva per la prima volta a disposizione della comunità scientifica internazionale. Sarebbe bastato consultare gli appositi database pubblici per vedere le sequenze genomiche già condivise da Cina, Australia, Francia e Germania. Ma questo è stato solo uno degli episodi più eclatanti – battuto dalla notizia sull’invenzione del virus in un laboratorio cinese, lanciata da TgCom24 – di una generale campagna di diffamazione contro la Cina. Mentre l’Oms celebrava la serietà e la qualità dell’impegno di Pechino, non c’è giornale occidentale che non abbia parlato di ritardi nel riconoscimento dell’epidemia, o messo in discussione l’attendibilità dei dati forniti.

La questione non è semplice da districare. Si pensi però che all’epoca dell’influenza suina del 2009 il virus fu lasciato a lungo incubare negli allevamenti intensivi di Messico e Stati Uniti e fu identificato solo dopo mesi che circolava nell’uomo. Se i media occidentali se la prendono allora con i «gooks», come gli americani chiamavano gli asiatici quando erano impegnati a insegnargli la democrazia a colpi di napalm, è perché questi si sono permessi di insidiarne il dominio sull’economia mondiale. Il blocco dei voli da e per la Cina, ordinato con il parere contrario dell’Oms, si inserisce nella guerra commerciale scatenata da Trump due anni fa. Proprio a pochi giorni dalla sigla di un accordo sul rilassamento dei dazi doganali tra i due paesi, la Cina si è trovata costretta ad accelerare i tempi, programmando l’abbattimento delle tariffe di alcuni beni per far fronte agli effetti sulla produzione delle recenti misure di emergenza. A unilaterale beneficio degli Usa.

Questo ovviamente non vuol dire che il virus non sia reale e la pandemia non sia un rischio, ma piuttosto che anche il più «naturale» dei fenomeni fa sempre i conti con i rapporti di forza politico-economici globali, forse più di quanto non sia vero il contrario (con la notevole eccezione di supernove, buchi neri, collisioni planetarie – almeno per il momento). Non c’è quindi bisogno di tirare in ballo laboratori e servizi segreti (per quanto la storia della Cia non renda scientificamente fondato escludere a priori l’ipotesi di un suo coinvolgimento su praticamente qualsiasi cosa a parte supernove, buchi neri, collisioni planetarie – anche questa volta, almeno per il momento). Anche perché gli effetti sono contraddittori, come dimostrano le preoccupazioni dei mercati e, nel nostro paese, i malumori di Confindustria per il blocco dei voli deciso dal  governo, l’unico in Europa e il primo al mondo a prendere una tale scelta in un misto di psicosi istituzionale, servilismo filoatlantico e ciarlataneria.

Da un’emergenza a un’altra

Nonostante le distorsioni dei media, il panico da pandemia ha però la sua tragica razionalità: meglio esagerare con le precauzioni che sottovalutare il rischio e pentirsene quando è troppo tardi. In questo modo però le pandemie di panico diventano prove generali di uno Stato di polizia. Ciò che è davvero irrazionale, allora, è essere arrivati a questo punto. Anche se il Coronavirus verrà fermato, la minaccia rimarrà. «Una pandemia dovuta a un virus aereo altamente infettivo è inevitabile […] non si tratta di se ma di quando e come». Lo ha scritto l’Oms in un recentissimo documento sulle principali sfide sanitarie del decennio appena cominciato, riprendendo un rapporto pubblicato prima ancora che si parlasse dell’influenza nata a Wuhan. Come ha scritto sulla rivista marxista Monthly Review pochi giorni fa Robert Wallace, biologo evoluzionista esperto del campo,

«dal 2000 ci siamo già imbattuti in nuovi ceppi di febbre suina africana, Campylobacter, Cryptosporidium, Cyclospora, Ebola, E. coli O157:H7, afta epizootica, epatite E,  Listeria, virus di Nipah, febbre Q, Salmonella, Vibrio, Yersinia, Zika e una varietà di influenze di tipo A, tra cui H1N1 (2009), H1N2v, H3N2v, H5N1, H5N2, H5Nx, H6N1, H7N1, H7N3, H7N7, H7N9, and H9N2. E praticamente nulla di reale è stato fatto. Le autorità tirano un sospiro di sollievo per il recedere di ognuna di esse e subito dopo fanno un lancio alla roulette epidemiologica, rischiando che esca il numero più virulento e letale. Un approccio che rappresenta più di una semplice mancanza di lungimiranza e coraggio. Per quanto necessari, gli interventi di emergenza volti a ripulire ognuno di questi casini possono peggiorare la situazione. Oltre questa continua proroga, non riuscire ad affrontare i problemi alla radice rischia di rendere le stesse misure d’emergenza inefficaci».

Il rischio è che proprio nel tentativo di mettere toppe a questa situazione che non si è stati in grado di risolvere si moltiplichino le emergenze stesse, facendoci precipitare in uno stato d’eccezione permanente fatto di quarantene, trattamenti sanitari obbligatori, chiusura di porti e aeroporti. Come nel caso dell’influenza in cui la morte non è dovuta al danno diretto del virus ma agli effetti della reazione immunitaria che suscita, le nostre società rischiano di soffocare per le contromisure che sono costrette a mettere in campo per fermarla. «Il cordone sanitario sembra funzionare, ma il contagio economico pare inarrestabile», scriveva in seconda pagina Repubblica il 9 Febbraio. Una preoccupazione presente anche nelle recenti dichiarazioni della Presidente della Bce, Christine Lagarde. D’altronde secondo l’ultimo rapporto annuale del Tavolo di Monitoraggio sulla Capacità di Risposta Globale (Global Preparedness Monitoring Board) intitolato A World at Risk, che riprende stime della Banca Mondiale, il costo economico di una grande pandemia sarebbe in grado di annullare la crescita del Pil in diverse parti del mondo.

La crescita economica ci aveva promesso la fine dei germi e ora sono i germi a minacciare la fine della crescita economica.

Una scienza per il popolo

Non bisogna esagerare con i catastrofismi. Non solo perché per gran parte del mondo la catastrofe è già in atto. Ma perché per alcuni le catastrofi sono innanzitutto un’occasione di lucro. Prendete le famigerate risate intercettate degli imprenditori edili Piscitelli e Gagliardi di fronte al terremoto de L’Aquila, moltiplicatele per un milione di volte, travestitele di contegno, ammantatele di rispettabilità e avrete gli amministratori delegati delle aziende farmaceutiche, delle assicurazioni sanitarie, delle imprese di bonifica e di costruzioni più ricche del mondo.

Non c’è bisogno di invocare i famosi complotti con cui Big Pharma vorrebbe imporci i suoi dannosi unguenti: il problema dei vaccini non è essere inutili ma proprio essere utili! Essere l’unica arma a cui abbiamo imparato a ricorrere per contenere i danni generati da un sistema che riesce a lucrarci sopra e a dire che lo fa per il nostro bene. Gettandoci nel panico quando non riusciamo a svilupparli in tempo, fino a farci temere più un microscopico virus e la sua manciata di vittime che il gigantesco rischio quotidiano che corriamo ogni volta che prendiamo l’auto o andiamo a lavorare in cantiere o in fabbrica. Una logica che rischia di lasciarci sguarniti anche di fronte a tutti i microrganismi che stanno sviluppando resistenze ai nostri preziosissimi antibiotici. Una minaccia sanitaria, questa, considerata tra le più importanti del decennio secondo l’Oms e addirittura la più grave di tutte secondo Sally Davis, ex-capo consulente sanitario (Chief Medical Officer) del governo inglese, che la definisce uno «tsunami silente», pericoloso quanto il riscaldamento globale.

Ovviamente la scienza di fronte a questi nuovi pericoli non sta a guardare. Biologia sintetica, fagoterapia, addirittura la geo-ingegneria promettono di tirarci fuori dai disastri causati dalle tecnologie precedenti. Potrebbero riuscirci e speriamo lo facciano, superando gli ostacoli al loro sviluppo dettati dalle esigenze di profitto di breve periodo delle aziende private come spiegato bene da Leigh Philipps. Speriamo e lottiamo perché l’intervento pubblico prenda in mano la questione, come ha dimostrato di saper fare proprio nel caso del Coronavirus in Cina e allo Spallanzani, nonostante sottofinanziamenti e precarietà (ma non diciamolo troppo forte che qualcuno potrebbe pensare che allora va bene così). Il problema però sono i disastri a cui ci porteranno a loro volta questi innovativi rimedi. E soprattutto chi ne pagherà il prezzo. Perché la catastrofe ecologica non è uguale per tutti. Anzi, di per sé il termine non significa nulla. Ogni organismo altera il suo ambiente ed è al contempo parte dell’ambiente di un altro, con cui intrattiene rapporti tutt’altro che idilliaci. C’è simbiosi e mutualismo ma anche antagonismo e predazione. L’idea che tutto tenda verso un qualche equilibrio naturale non solo è a priori indimostrabile ma anche storicamente falsa, come mostra la sequela di estinzioni di massa che hanno preceduto la comparsa dell’homo sapiens.

Non è quindi una crisi ecologica quella a cui siamo davanti ma l’ecologia di una crisi che concentra la ricchezza in poche mani irresponsabili. Quelle di chi gioca con il fuoco convinto che non si brucerà mai, anche se manderà a fuoco tutto. Mentre noi urliamo nelle piazze che «non esiste un pianeta B», Elon Musk prepara programmi spaziali che prevedono colonie lunari e addirittura marziane nel giro di cinquant’anni. Nel caso «l’astronave terra» si rivelasse un gigantesco Titanic i passeggeri di prima classe stanno preparando le scialuppe di salvataggio. E molti scienziati ne sono involontariamente complici (alcuni volontariamente). Che la scienza non sia democratica, come va sbandierando il paladino degli anti-anti-vaccinisti Roberto Burioni non è allora un vanto ma un problema. Gli stessi paesi liberali che hanno ridotto la politica a un talk show e la democrazia al televoto, oppongono a questo libero e vuoto opinare il rigore della scienza. Ma se con democrazia si intende il potere del popolo di decidere il proprio destino, allora la partecipazione popolare al processo di produzione scientifico diventa non solo essenziale, ma qualcosa che verrebbe arricchito dal metodo scientifico e che lo arricchirebbe al contempo.

In un articolo apparso a Novembre dell’anno scorso su Nature, la più importante rivista scientifica del mondo, con l’eloquente titolo Una nuova scienza del 21esimo secolo per risposte efficaci contro le epidemie, si sostiene che «al centro di questo approccio devono esserci le comunità a rischio: le popolazioni locali sono le prime a rispondere alle epidemie e il loro coinvolgimento nelle attività di preparazione e risposta è essenziale». Va da sé che questo richiede un popolo istruito e non afflitto dalla fame, dal terrore della disoccupazione e da carichi di lavoro massacranti. Va da sé che questo richiede una rivoluzione.

*Luca De Crescenzo, attivista di Potere al Popolo!, sta curando e traducendo una raccolta di scritti del biologo, matematico e filosofo della scienza Richard Levins in uscita per Mimesis.