La mobilitazione era all’appuntamento, ieri, il 51° venerdì della protesta, e pochi giorni prima del primo anniversario di Hirak. Ad Algeri, e come al solito, sono stati numerosi ad unirsi al centro della città per far sentire la loro voce chiedendo uno Stato democratico. Oltre ai gruppi che si sono formati prima di mezzogiorno, in particolare in rue Didouche Mourad, la manifestazione ha visto due grandi marce, una da Belcourt e l’altra da Bab El Oued. E’ quest’ultimo, e come accade da diverse settimane, il più imponente e spettacolare.

Oltre ai soliti slogan, relativi allo “stato civile, non militare”, alla “legittimità popolare” o alla denuncia delle elezioni presidenziali del 12 dicembre, i manifestanti hanno chiesto il rilascio dei prigionieri di coscienza.

Inoltre, durante la marcia sono stati branditi i ritratti di diversi detenuti, come Tabou, Boumala e lo studente Ogadi, di Tlemcen. “Atalkou el massadjin, mabaouche el cocaina” (Libera i detenuti, non vendevano cocaina, ndr), i marciatori hanno gridato in segno di solidarietà.

I detenuti politici non sono mai stati dimenticati dai manifestanti del venerdì e del martedì dopo i loro arresti. L’uscita qualche giorno fa dell’attivista Samir Belarbi è stata vista come una vittoria in questo senso. Ha partecipato alla marcia di ieri nella capitale. L’avvocato Abdelghani Badi ha raccontato il suo arresto mentre stava tornando a casa alla fine della marcia.

Inoltre, molti hanno portato ieri i ritratti di Benyoucef Benkhedda, secondo presidente del GPRA (Governo provvisorio della Repubblica algerina), morto il 4 febbraio 2003, e di Hamid Ferhi, coordinatore del MDS (Movimento democratico e sociale), morto il 5 febbraio 2019. Un dimostrante ha tenuto in mano un cartello con un ritratto di Benkhedda con una delle sue citazioni: “L’esercito è al servizio della nazione. Ciò significa che è sotto la diretta autorità del governo, che rappresenta la legittimità popolare.

Naturalmente, gli algerini hanno cantato ancora una volta slogan relativi alle richieste democratiche e hanno attaccato le elezioni presidenziali del 12 dicembre. “Tebboune mzawar djabouh laasker” (Tebboune mzawar djabouh laasker), gridavano o “yasqot nidham, dawla ouled lehram” (Abbasso il regime, uno stato canaglia).

Anche il settore della giustizia è stato criticato aspramente dal ministro della giustizia Belkacem Zeghmati. “Zeghmati lel harrach, djibouh djibouh” (Zeghmati in El Harrach, riporta la nota dell’editore), hanno gridato prima di lanciare: “vinci rahi l’adala vinci rah el qanoun” (Dove è la giustizia, dove è la legge?). Altri slogan o i soliti canti hirak sono stati cantati dalle migliaia di manifestanti. Tra questi: “Dawla madania machi askaria” (una nota di stato civile, non militare) o “Qolna issaba trouh, ya hna ya ntouma” (Abbiamo detto che la banda criminale deve andarsene, o noi o loro).

In ogni caso, pochi giorni prima del primo anniversario dell’hirak, iniziato il 22 febbraio, questo 51° venerdì ha mantenuto le sue promesse in termini di mantenimento della mobilitazione. Molti manifestanti si erano già proiettati in questa prospettiva, prevedendo uno spettacolare 53° venerdì.

Infine, va notato che le misure di sicurezza messe in atto sono state praticamente identiche a quelle delle ultime settimane con una presenza altrettanto marcata presso la Grande Poste e l’Asselah Hocine Boulevard. Intorno alle 17h, la polizia è intervenuta per fermare la marcia. I dimostranti sono stati picchiati.

Da El Watan