di Lisandro Silva Mariños*

Vale la pena ricordare che gran parte delle conclusioni raggiunte in questa nota emergono dalla riflessione collettiva sviluppata all’interno dell’organizzazione Venceremos- Abriendo Caminos. [N.d.A.]

1.- La dinamica della destra neoliberale

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le analisi che hanno voluto caratterizzare il momento politico che la regione sta attraversando. Nelle diverse letture – oltre a fare un bilancio sui cosiddetti governi progressisti – volava un’ipotesi: ci si trovava di fronte alla chiusura di un ciclo segnato dal progressismo(1), e all’apertura di un altro segnato dall’iniziativa e dall’ascesa al potere di progetti di destra, uno scenario sintetizzato nell’idea di una “svolta conservatrice” regionale.

Si sono infatti verificati cambiamenti qualitativi che hanno generato le condizioni per arrivare a tale scenario. Potremmo identificare la morte di Chávez nel 2013 come il punto di partenza verso il declino delle proiezioni progressive, anche se il partito di avanzata di destra sostenuto dagli Stati Uniti ha guadagnato slancio a partire dal 2008 con l’attacco Yankee-Uribe in territorio ecuadoriano, lo stesso anno in cui Washington stava ristabilendo la Quarta Flotta, sommando alle aggressioni attraverso colpi di stato riusciti contro i presidenti Zelaya in Honduras (2009) e Lugo in Paraguay (2012), i tentativi di colpo di stato sconfitti contro Evo Morales in Bolivia (2008) e Correa in Ecuador (2010). Occorre però sottolineare che l’idea di chiudere un “ciclo progressista” si pone soprattutto di fronte a due eventi di grande rilevanza regionale: la vittoria di Mauricio Macri in Argentina alla fine del 2015 e il processo brasiliano che va dal colpo di Stato parlamentare-giudiziario-mediatico contro Dilma Rousseff del 2016, che portò alla presidenza di Michel Temer, alla pressione di Lula da Silva e alla vittoria di Jair Bolsonaro del 2018. Allo stesso modo, in questi tre anni, si sono svolti eventi politici in linea con l’idea di un’avanzata di destra, come la vittoria del “No” nel plebiscito per l’approvazione degli Accordi di Pace in Colombia; la sconfitta di Evo Morales nel tentativo di sostenere una rielezione attraverso lo stesso meccanismo plebiscitario; e la sostituzione ecuadoriana di Lenin Moreno, che si è dimesso dai vertici del Movimiento Alianza PAIS che ha governato dal 2007 al 2017. Infine, dobbiamo sottolineare la presenza di Trump alla Casa Bianca, l’aggravarsi della crisi economica e politica in Venezuela, e il profondo aggiustamento economico dell’Orteguismo in Nicaragua per mano del FMI.

In modo sintetico, potremmo dire che i progetti di destra sono riusciti a capitalizzare il malcontento sociale che emergeva dalla crisi capitalista iniziata nel 2008 (con un impatto regionale a partire dal 2011/3) sotto un sigillo “anti-populista”, che è stato sostenuto di fronte all’impotenza del progressismo nel rispondere alle richieste sociali legate al declino degli indici economici; dal rifiuto delle politiche di ridistribuzione e inclusione sociale; e dall’incredulità politica, sociale, etica e morale di fronte alle accuse di corruzione, tra le altre ragioni. In modo distorto e demagogico (con il patrocinio di un apparato parlamentare, giudiziario e mediatico) la destra ha raccolto i disordini sociali, l’ha potenziati nelle mobilitazioni e gli ha dato un volto nell’opzione elettorale, facendo avanzare le caselle in tutta la regione.

Ora, chiudendo l’anno 2019, è possibile affermare che, sebbene le coalizioni di destra siano cresciute di fronte al declino dei progetti progressisti, è quantomeno frettoloso sostenere che tale inversione di tendenza rappresenti l’emergere di un nuovo ciclo conservatore con una stabilità egemonica. A nostro avviso, questa equazione ha due problemi fondamentali: da un lato, considerare esclusivamente i pezzi di ricambio del governo per definire l’apertura/chiusura di un ciclo, e dall’altro, sottovalutare le riserve di lotta esistenti nel movimento popolare latinoamericano.

Il primo problema esprime il limite di periodizzare dei cambiamenti qualitativi esclusivamente a partire dal risultato di controversie che si verificano dall’alto, e nella maggior parte dei casi si coniugano con l’idea di identificare una gestione dello Stato come un aspetto particolare che si oppone ad una tendenza globale. Per esempio, ci riferiamo all’idea che prima del ciclo progressista “eravamo nel neoliberismo”, durante il quale ci siamo allontanati da esso aprendo una fase “post-neoliberale”, dopo l’avanzata della destra “siamo tornati al neoliberismo”, e ora dal suo ritiro “siamo usciti dal neoliberismo”. Questa logica non ci permette di chiarire se quando parliamo di “entrata/uscita” del neoliberismo ci riferiamo all’impronta di un governo o ai modelli di accumulazione che lo sostengono, e di conseguenza nasconde che il superamento del neoliberismo richiede di cominciare (come uno, di un’infinità di compiti più profondi, poiché il neoliberismo è anche una razionalità che costruisce la soggettività) a ripristinare la primarizzazione della regione rompendo con la sua dipendenza.

Il secondo aspetto è legato all’importante domanda posta da Ouviña e Thwaites Rey(2): quale livello di reversibilità e di ristrutturazione conservatrice hanno le conquiste parziali – cristallizzate in certe politiche pubbliche e nell’espansione dei diritti – ottenute dopo la debacle neoliberale e l’ascesa del CINAL, e in che misura queste forze di destra e le classi dominanti riusciranno a costruire una nuova egemonia attraverso il “consenso attivo”, o privilegeranno il dominio (seppur selettivo, in misura sempre maggiore) di fronte al cambiamento della situazione? Alla vigilia del 2020, potremmo dire che la destra ha incontrato delle resistenze per invertire completamente le conquiste ottenute, ostacolando così il suo obiettivo di ristabilire l’autorità del capitale sul lavoro (la triplice riforma del lavoro, delle tasse e delle pensioni che è un programma regionale per il superamento della crisi capitalistica). Al momento, è possibile identificare quattro pietre miliari a questo proposito:

(1) nelle proteste del 14 e 18 dicembre 2017 nel Congresso argentino contro la riforma delle pensioni promossa da Macri, che ha lasciato una ferita aperta nella governance e ha segnato un limite al possibile tentativo di applicare la triplice riforma. Questa situazione, insieme alla crisi economica, ha portato alla sua recente sconfitta elettorale;

(2) nella popolare ribellione contadina indigena che si è opposta al FMI e al pacchetto di Lenin Moreno in Ecuador, che è stato costretto a lasciare Quito a causa della paralisi del paese e ad annunciare la revisione della riforma;

(3) in Bolivia, dove si sta sviluppando un movimento anti-golpista che si oppone alla formazione di un governo civico-militare, con uno scenario aperto, dato che al momento non vi sono prove di una vittoria totale per la destra, dato che da El Alto e Cochabamba (tra gli altri luoghi) si sta sviluppando un’eroica resistenza al progetto di colpo di stato.

(4) in Cile(3) durante le giornate di ottobre/novembre contro l’aumento delle tariffe della metropolitana di Santiago, che ha scatenato una vera e propria rivolta sociale che ha sospeso l’adeguamento, è stato affrontato il piano repressivo e sono state chieste le dimissioni di Piñera e la formazione di un’Assemblea popolare costituente. Questa rivolta è di grande importanza, poiché si svolge nella cosiddetta “culla neoliberale”, e la sua crisi mette a freno l’insieme delle frazioni borghesi che hanno considerato il Cile come “oasi” economica, che ora si dimostra davvero un miraggio.

All’interno di questa gamma ci sono stati altri eventi politici di rilevanza regionale, come le dimissioni di Pedro Pablo Kuczynski (PPK) in Perù e la conseguente instabilità politica di Vizcarra; le dimissioni del governatore di Roselló a Porto Rico; la rivolta popolare ad Haiti contro l’adeguamento del presidente fantoccio Yaqui del FMI, Jovenel Moïse; e l’intensificarsi della lotta e della mobilitazione in Honduras chiedendo le dimissioni del governo narco-criminale di Juan Orlando Hernández (JOH).

In tutti i casi, al di là delle particolarità che scatenano le crisi, tornano sulla scena la lotta nelle strade, le barricate, il picchetto, l’incendio di edifici pubblici, lo sciopero politico di massa e la risposta repressiva potenziata, che in alcuni Paesi implica un coprifuoco e lo stato di emergenza (Ecuador, Cile e Bolivia).

Infine, per completare la mappa, è necessario includere cinque aspetti che inclinano l’equilibrio verso un luogo contrario ai piani di destra: (1) gli scontri politici che Bolsonaro sta vivendo (un governo diviso, accuse di corruzione e responsabilità nell’assassinio di Marielle Franco, importanti mobilitazioni popolari contro le sue politiche, la caduta dell’immagine positiva e lo smembramento del processo giudiziario contro Lula che sta portando alla sua libertà), che sebbene al momento non si traducano in una crisi politica compiuta, portano a pensare che il suo progetto politico non stia avanzando alla velocità prevista; (2) Il trionfo di López Obrador in Messico con un’agenda progressista che promette una “quarta trasformazione” contraria al disastro economico e pro-Yankee che fu proprio della presidenza di Enrique Peña Nieto; (3) la capacità del Chavismo (in una profonda crisi economica e politica) con Maduro in testa di non cedere all’offensiva statunitense che ha messo un Guaidó già dimenticato come presidente autoproclamatosi dopo il fallimento dell’intervento militare mascherato da “aiuto umanitario”; (4) la sconfitta elettorale in Colombia del Centro democratico di Uribe e Duque nelle prime elezioni regionali dopo la firma dell’accordo di pace nel 2016 e la riattivazione della lotta sociale di massa espressa nel recente sciopero nazionale del 21 novembre; e (5) su un altro livello di influenza, l’irruzione del movimento femminista in tutto il continente con una forza che ha rafforzato ciascuno dei suddetti eventi, e che con un’agenda trasversale che parte dall’espansione dei diritti ma contiene una potenziale critica al sistema ecclesiastico-capitalista-patriarcale.

2.- Identificare il fattore e misurare l’entità del declino relativo dei diritti.

Il già citato quadro di rivitalizzazione della resistenza politica e sociale agli attacchi conservatori non deve far perdere di vista il fatto che la risposta popolare non è stata sempre analoga all’attacco perpetuato dai governi di destra, e che né le cause che hanno portato alla crisi politica né l’incapacità di consolidare i diversi progetti sono della stessa natura politica. Si è sempre tentati di equiparare le diverse situazioni particolari di ogni paese allo stesso fattore esplicativo, ma è necessario non “mettere tutto nella stessa borsa”, e identificare il motore che guida ogni protesta per avvicinarsi il più possibile al quadro della situazione con l’obiettivo di evitare diagnosi errate, che delineano compiti ancora più sbagliati. In questo senso, diventa importante andare caso per caso a misurare la profondità del retrocedere conservatore.

In Argentina, sebbene Macri non sia riuscito ad applicare tutte le sue riforme strutturali e a raggiungere un secondo mandato per cercare di attuarle, ha posto in essere altre misure che hanno colpito le condizioni di vita dei lavoratori (brutale svalutazione dei salari, dollarizzazione delle tariffe, riforme del lavoro per settore, legittimazione di una dottrina repressiva, ecc.) In ogni caso, la sua sconfitta è il prodotto delle ferite aperte dalle manifestazioni popolari e dei colpi di mercato svalutanti che già oggi scommettono su Fernandez-Fernandez per mantenere la governabilità. Allo stesso modo, il processo elettorale che va dal PASO alle elezioni di ottobre, ha dimostrato che esiste una base sociale “antipopulista” che sostiene il macrismo al di là dei suoi disastrosi risultati economici sponsorizzati dal FMI. Un retrocedere del flusso elettorale del 40% e una forza di 118 deputati che non sembrano essere una sconfitta di vasta portata del progetto di destra.

Nel caso dell’Ecuador, la ribellione contro il Paquetazo si è fermata quando è stato abrogato il decreto n. 883, lasciando in sospeso altre richieste che sono state espresse nelle strade, come le dimissioni di Lenin Moreno, la rottura con il FMI, e l’impeachment dei ministri responsabili (almeno) dei 7 morti, 937 feriti e 1121 detenuti. La situazione si è fatta più complessa quando, dopo il picco della mobilitazione, lo Stato ha fatto progressi nel perseguire i principali oppositori e combattenti popolari, e ancora una volta ha pianificato un nuovo decreto che avrebbe compensato l’adeguamento di Moreno su richiesta dell’organizzazione internazionale.

Lo scenario di Haiti è quello di una lunga agonia di un burattino americano sostenuto dal FMI che si rifiuta di dimettersi mentre sprofonda in una crisi politica che ha causato più di 50 morti da almeno un anno e mezzo. Simile è la situazione in Honduras, dove il narco-stato di JOH che emerge dal colpo di stato contro Zelaya è agonizzante e rifiuta anche di dimettersi di fronte alle richieste della mobilitazione popolare.

I casi del Perù e di Portorico, invece, si scatenano dopo l’avvio di negoziati corrotti che suscitano rabbia popolare per costringere le dimissioni dei rispettivi leader, anche se nel primo Paese la crisi si sta incanalando verso una soluzione che risolve i conflitti dall’alto anche placando la mobilitazione che gridava nelle piazze “se ne vadano tutti”; e nel secondo persiste il regime coloniale e la Giunta di Supervisione Fiscale che garantisce il piano di austerità su richiesta degli Stati Uniti.

In Brasile è stato il presidente con un’immagine positiva inferiore al 5% (Michel Temer) a dare il via al piano di riforma strutturale che Bolsonaro intende ora approvare, mentre le mobilitazioni non raggiungono il grado di massività e radicalismo necessario per placarli. In Colombia Duque si tira indietro alle elezioni e la sua approvazione cade, mentre ha gettato via una parte importante degli accordi di pace, continua ad assassinare i leader sociali e pianifica un triplo pacchetto di riforme che ha affrontato il suo primo giorno di sciopero nazionale con almeno tre morti.

Il Cile presenta una certa eccezione, poiché le carte sono disposte sul tavolo in uno scenario aperto che porta migliaia di feriti, decine di morti e scomparsi e gravi violazioni dei diritti umani, dove il passo indietro di Piñera è evidente, ma vacilla ancora tra la ricomposizione istituzionale o un’uscita ordinata se la protesta sociale lo metterà ancora più alle strette.

La mappa regionale e i suoi casi particolari ci mostrano che la ritirata di destra risponde a diversi fattori che incanalano il malcontento di fronte alla crisi economica aperta che deve ancora trovare una via d’uscita. In alcuni casi, come in Argentina, Ecuador, Haiti e Cile, la forza trainante è il rifiuto di accettare l’aggiustamento che rende più precarie le condizioni di vita dei lavoratori e che nei primi tre casi ha l’approvazione del FMI; in Perù e Portorico è la stanchezza per gli scandali di corruzione o le fughe di notizie che mostrano il volto misogino e omofobico di un regime; In Brasile e in Colombia manca un consolidamento dei programmi governativi che sono emersi con grande aspettativa; e in Honduras c’è una crisi profonda che contiene resistenze all’aggiustamento ma anche il confronto con un regime criminale che da tempo distrugge le condizioni dei lavoratori.

In conclusione, potremmo dire che la destra non è riuscita a consolidare il suo potere né ad applicare tutte le misure previste per rilanciare l’accumulazione di capitale dopo la crisi del 2008. Hanno potuto avanzare in riforme parziali che rendono precarie le condizioni di vita dei lavoratori, ma non hanno ottenuto (al momento) una sconfitta di portata storica, poiché si sono scontrati con rivolte popolari che, per diversi fattori, hanno posto un limite alle proiezioni conservatrici. È importante chiarire che il loro non consolidamento e la loro regressione non devono essere confusi con una profonda sconfitta di questi progetti, sia su scala particolare di ogni paese che a livello regionale. Possiamo dire che non si è sviluppata una bolsonarizzazione della regione, ma che, nonostante il ripiegamento, la destra è riuscita a consolidare un certo nucleo di valori che alimentano un fascismo sociale mascherato da anti-populismo che ha trovato riferimenti da parte delle masse incanalati in opzioni elettorali che da tempo non abitavano l’arena politica con un numero così elevato di voti. Quanto sopra si esprime (oltre che in Argentina) nel caso dell’Uruguay dove sembra che secondo i sondaggi – sempre meno credibili – il Frente Amplio sia sconfitto dal Partito Nazionale guidato da Luis Lacalle Pou, ma soprattutto in Bolivia. Nel Paese andino è stato compiuto un vero e proprio colpo di stato, guidato da una destra fascista, razzista e clericale che è entrata – con l’appoggio delle forze armate e della polizia – nel Palacio Quemado con la Bibbia in mano, pronta a dare fuoco a ogni Wiphala che trova sulla sua strada. Al momento, il colpo di Stato ha ucciso più di 30 persone che si stanno mobilitando per respingere il governo illegittimo di Áñez, che, dall’asse Camacho-Meza, sta cercando di distruggere l’intera espressione politica del MAS.

3.- L’instabilità dei progetti come segno della fase che diventa polarizzazione.

Quando diciamo che è stato prematuro annunciare il consolidamento dei progetti di destra di fronte alla chiusura del ciclo progressista, cerchiamo di dimostrare che il segno della tappa aperta dopo la crisi capitalistica del 2008 è segnato da una grande instabilità e volatilità dei progetti in lotta (disuguali tra loro) che cercano di consolidare un’egemonia o da parte della destra conservatrice, o dai progressisti con una propensione alla sinistra. In effetti, non si può dire che ci siano garanzie per progetti politico-economici stabili con una prospettiva a lungo termine. La mancanza di equilibrio nella situazione si spiega con l’incapacità della destra di rompere il pavimento dei diritti conquistati infliggendo una nuova sconfitta storica alla classe operaia, mentre le opzioni progressiste che erano impotenti a contrastare la ricomposizione delle forze conservatrici, oggi non hanno lo stesso potere politico e il quadro economico internazionale favorevole per ricreare quel ciclo di contestazione neoliberale. Allo stesso tempo, nel quadro dell’instabilità, sono scoppiate rivolte sociali che hanno generato l’esistenza sia di una tendenza di destra che assume le sue sfaccettature golpiste e/o neofasciste, sia di una tendenza alla ribellione che esprime un confronto diretto con il progetto neoliberale e allo stesso tempo dimostra i limiti del progressismo. Questi poli stanno costruendo uno scenario latino-americano che sicuramente aprirà situazioni di confronto in ogni Paese, rafforzando aspetti che stanno guadagnando slancio da una parte o dall’altra. Ad esempio, in Colombia il recente sciopero nazionale ha mostrato nella mobilitazione popolare la necessità di “svegliarsi come il Cile”, e anche se i sondaggi non danno la vittoria al Frente Amplio, il panorama non è chiuso, perché è probabile che un’importante base sociale uruguaiana si mobiliterà e voterà contro l’opzione elettorale conservatrice nel quadro del colpo di stato in Bolivia e del progetto neofascista di Bolsonaro.

A questo va aggiunto un elemento che riguarda entrambi i campi politici (di destra/ progressisti) ed è causa di grande instabilità istituzionale e di incredulità: le accuse di corruzione, tema centrale dell’VIII Summit delle Americhe (tenutosi nel 2018 a Lima) dove i capi di Stato e di Governo dell’emisfero hanno riconosciuto che la corruzione indebolisce la governance democratica e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Va detto che l’instabilità dei progetti è un segno della contraddizione della permanenza di istituzioni democratiche e statali che mantengono (al di là delle loro crisi di legittimità) una certa stabilità e capacità di centralizzare – su un piano, diciamo legale o giuridico – la risoluzione del conflitto. Sia in Argentina che in Ecuador “il calendario elettorale è stato rispettato” quando al culmine della rivolta sociale si è sentito dire “Macri fuori” o “Lenin Moreno fuori”. Lo stesso vale per il Perù dove, alla chiusura del Congresso nelle strade di Lima, si sente “que se vayan todos” (“che se ne vadano tutti”), ma tutto sembra indicare che i campi politici si stanno ordinando verso le elezioni straordinarie del Congresso del 2020. Su un altro livello, in Brasile, è diventato evidente come il sistema giudiziario abbia ingiustamente imprigionato Lula, ma le norme giuridiche sono state rispettate per incanalare la sua richiesta di libertà, che non è diventata un “17 ottobre brasiliano”, ma piuttosto l’attesa di una risoluzione da parte del sistema giudiziario. In Bolivia si sta sviluppando la resistenza al colpo di stato nelle strade e la proposta di una via d’uscita attraverso un appello alle elezioni. Insomma, nonostante la messa in discussione delle istituzioni democratiche e dei partiti politici tradizionali, tutto sembra indicare che ci troviamo di fronte a un processo di crisi di governabilità che non si traduce necessariamente in una crisi del regime politico nel suo complesso, e in alcuni casi, a partire dal calendario elettorale, la destra viene messa in attesa e addirittura sconfitta (come in Argentina e in Messico). In un certo senso, il caso cileno presenta una complessità ancora maggiore, in cui il rapporto di forze è controverso tra quanto è o non è da perseguire nell’ambito di questi quadri giuridici. I tentativi di Piñera di decomprimere la rivolta sociale sulla base di una “agenda sociale” non hanno avuto successo, e sebbene sia stata recentemente proposta una “Convenzione Costituente” per realizzare una riforma costituzionale dall’alto, l’emergere di assemblee popolari nelle diverse regioni sta discutendo il carattere che dovrebbe assumere una possibile Assemblea Costituente.

D’altra parte, vale la pena ricordare che il segno dell’instabilità in cui l’ala destra si sta ritirando relativamente all’aspetto elettorale, implica un fallimento politico per i piani dell’imperialismo statunitense nella regione. Mentre l’America Latina non è stata al centro dell’attenzione di Trump nella disputa geopolitica (dato che le armi erano rivolte al Medio Oriente), egli ha strutturato obiettivi chiari: attaccare il Venezuela, isolare Cuba e contrastare il crescente peso geopolitico di Cina e Russia. Questi punti sono aspetti strutturanti della sua campagna elettorale verso il 2020, dove rafforza il discorso anticomunista, antisocialista, antimmigrazione sotto la premessa di “America First”. I risultati sono in vista: Il PPK, leader del Grupo de Lima – armato della capacità istituzionale di applicare il colpo di stato in Venezuela e legittimare Guaidó – non solo si è dimesso dalla presidenza del Perù, ma è anche sotto pressione preventiva per 36 mesi; Macri, in ritirata, è la principale espressione del fallimento economico a cui conducono gli accordi con il FMI, organismo che ha concesso un prestito senza precedenti su richiesta di Trump, in cambio di un’aggressione diplomatica contro Venezuela e Iran; e in assenza di accordi commerciali regionali, i piani della Cina e della Russia in settori quali lo sviluppo delle infrastrutture e l’accesso alle risorse strategiche, compresi gli idrocarburi e l’acqua, non sono stati bloccati. Senza Macri, Peña Nieto e PPK, l’impegno ricade su altri tre presidenti: Piñera, Duque e Bolsonaro, che si trovano nel bel mezzo di una crisi o di una mancanza di legittimità politica all’interno dei loro paesi. In questo contesto di perdita di fantocci che rispondono ai piani dell’imperialismo, l’appoggio e la promozione degli Stati Uniti è dato al colpo di stato in Bolivia dove è in gioco la possibilità di indebolire l’asse progressista, oltre a prendere possesso dell'”oro del futuro”, il litio. Un prolungato trionfo del colpo di stato si baserà solo su un vero e proprio massacro del popolo boliviano, che ora viene affrontato nelle strade. Per questo motivo, il suo ripudio e l’indebolimento internazionale è un compito di primo ordine.

4.- Il Gruppo de Puebla (GdP) come sintesi dell’attesa progressiva.

Di fronte al ritiro dei progetti di destra, emergono analisi che si interrogano sulla possibilità di un nuovo ciclo progressista nella regione, o ancor più in attesa, parlano di “agonia e morte del neoliberismo”(4). Al trionfo del Frente de Todos in Argentina con un’agenda che capitalizzava il malcontento per la gestione di Macri, si aggiunge la recente libertà di Lula in Brasile dove si rivela la farsa giudiziaria del giudice Moro e di Bolsonaro; I primi passi dell’AMLO in Messico con un livello di accettazione favorevole della popolazione che attende ancora misure concrete verso la “quarta trasformazione”, il peso politico di Petro in Colombia, e altri eventi in sintonia con la situazione, sostengono l’idea che il progressismo stia tornando sulla scena per capitalizzare il malcontento sociale di fronte alle terribili conseguenze del pacchetto di adeguamento neoliberale applicato dai governi di destra. Come abbiamo accennato in precedenza, non si tratta di fare un bilancio del cosiddetto “ciclo progressista”, ma è necessario ricordare che l’idea di un “ritorno” ad esso è quanto meno discutibile, non solo a causa della situazione economica globale, ma anche alla luce dello spettacolo di moderazione politica che i riferimenti di un nuovo capitolo progressista presentano al momento.

Va notato che l’attuale contesto economico internazionale della regione è tutt’altro che simile al processo di recupero delle esportazioni che ha generato la possibilità di ottenere un reddito straordinario con un surplus commerciale basato sul prezzo delle materie prime, motivo per cui molti dei cosiddetti governi progressisti hanno riacquistato più spazio per un’azione economica volta a promuovere la loro agenda redistributiva e di inclusione sociale, senza dipendere interamente dalle agenzie di credito internazionali. Attualmente l’America Latina è soffocata dal vincolo esterno derivante dai cambiamenti dell’economia mondiale dopo la crisi capitalistica che non trova una via d’uscita; la Cina, oggi il principale partner commerciale, è concentrata su una guerra commerciale con gli Stati Uniti. I prezzi delle materie prime hanno subito un forte calo; nessuna previsione prevede una crescita economica sostenuta; e gli indicatori di disuguaglianza, povertà e disoccupazione sono peggiorati, aggravando il debito che sta soffocando gran parte dei paesi della regione. In questo quadro, i piani di ritorno a cicli di crescita che mirano a soddisfare i tassi di capital gain e a generare allo stesso tempo una ridistribuzione sono sempre più limitati. Anche quelli meno ambiziosi come quello di Alberto Fernandez sintetizzato nell’idea del “patto sociale” per incanalare la crisi economica che l’Argentina sta attraversando. Un altro aspetto limitante verso l’aspetto economico è il citato contesto politico regionale, dove la crisi del Venezuela, il colpo a Evo Morales, e un Bolsonaro al potere brasiliano, non configurano uno scenario incline all’integrazione regionale che promuova e protegga le economie locali contro la crisi, e ancor meno prima di un piano di accordi bilaterali che Trump sponsorizza.

A sua volta, un’altra differenza sostanziale tra il “ciclo progressista” e i leader che intendono reinventare una fase simile a breve termine è la mancanza di radicalismo e la moderazione politica. In larga misura, il sedicente “Gruppo de Puebla” (GdP), formato a metà di quest’anno da un gruppo di ex presidenti, candidati presidenziali e leader latinoamericani, incarna i piani per rimettere sul tavolo l’agenda progressista. Il suo slogan “il cambiamento è il progressismo”, si oppone al cosiddetto “Gruppo di Lima” e sostiene nella sua presentazione fondante che intende costituirsi come asse contro i governi che comandano l’avanzata neoliberale di destra contro le conquiste acquisite durante il “ciclo progressivo”. Al momento ha dato due importanti segnali di coalizione politica dissonanti dai piani della destra: non unirsi al coro che denuncia una dittatura in Venezuela, opporsi all’attivazione del TIAR (Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca) nel quadro dell’Organizzazione degli Stati Americani e posizionarsi per una soluzione pacifica e autonoma da risolvere da parte del popolo venezuelano stesso; e a sua volta, nel denunciare rapidamente il colpo di stato in Bolivia, preparando la partenza di Evo Morales verso il Messico vivo. Tuttavia, la proiezione politica del Pil è tutt’altro che simile a quelle coordinate che a volte hanno sviluppato un timbro antimperialista (come la sconfitta dell’ALCA nel IV Vertice delle Americhe del 2005). La nuova coalizione progressista si sta allontanando dal Gruppo di Lima, ma è ben lontana dall’incorporare i rappresentanti del PSUV nel suo gruppo, e non è nemmeno vicina alla Cuba socialista.

A nostro avviso, il GdP non ha alcuna ambizione di promuovere un’integrazione più ampia di quella raggiunta nel primo decennio del XXI secolo. Certo, non è simile ad ALBA, ma piuttosto a una cassa di risonanza politica e intellettuale di fronte alla chiusura di altri strumenti diplomatici come l’UNASUR o il CELAC. Si potrebbe dire che la mancanza di radicalismo può essere spiegata dall’assenza di leader come Chávez, ma ciò ignorerebbe il fatto che all’interno dei cosiddetti “cicli progressisti” ci sono sempre stati almeno due blocchi: uno radicale che ha messo in tensione le logiche del capitalismo neoliberale (come il Venezuela e la Bolivia) e altri che hanno fatto dei loro modelli di neosviluppo la base dei progetti di capitalismo “più o meno umano”. Allo stesso tempo, i possibili nuovi governi progressisti si trovano di fronte a una grande contraddizione: si propongono di opporsi alla destra neoliberale e di ottenere il sostegno elettorale per invertire i suoi aggiustamenti economici, ma allo stesso tempo l’aspettativa che viene posta su di loro non sopporterà che ancora una volta la risoluzione della crisi ricada su quelli in basso, cioè si trovano nel mezzo della polarizzazione tra le rivolte sociali e i governi con caratteristiche fasciste (Bolivia e Brasile). È necessario misurare quali sono le aspettative dei settori popolari che sostengono il GdP, perché sarebbe quantomeno rischioso dire che vengono promossi con l’aspettativa di ricreare un “ciclo progressivo”. Forse sono più propensi a garantirsi certe condizioni di riproduzione in modo stabile e in alcuni casi a recuperare la capacità di consumo e di risparmio. Ma, di sicuro, i margini di adesione si ridurranno se i progressisti, di fronte a una crisi economica che non trova una via d’uscita, sceglieranno di adeguarsi verso il basso. L’idea di suscitare una “pesante eredità o terra bruciata” lasciata dai governi di destra può durare per un po’ di tempo, ma non può sostenere la governance a medio termine. Infine, un fatto mette in allarme l’intero GdP: la rivolta sociale che ha paralizzato Cile ed Ecuador è un messaggio a tutti i governi che vogliono applicare il programma della triplice riforma, o peggio, cercano sotto l’idea di un capitalismo efficace di approfondire la disuguaglianza imperante.

5.- Nella rivolta: l’assenza di un’alternativa politica anticapitalista e i nuovi scontri a venire.

Tutta la fase politica aperta dal 2017 merita un’analisi precisa che ci permetta di individuare la portata delle attuali ribellioni sociali. Una lettura ricorrente è quella di vedere una “giornata rivoluzionaria”(5) di fronte alle azioni combattive delle masse che si confrontano con la repressione e indirizzano le loro richieste al potere politico del momento. A nostro avviso, parlare di “giornata rivoluzionaria” implica che l’iniziativa delle masse sia diretta verso la disputa di tutto l’ordine sociale, ma che esse costruiscano anche un potere autonomo organizzato, antagonista del potere del capitale. Al momento non è questo che si sta sviluppando nei processi delle lotte in corso, ma piuttosto c’è una risposta popolare all’avanzata della destra che si traduce in ricette di aggiustamento permanente per uscire dalla crisi organica del capitale. Un carattere indigente si esprime in molti di essi, che chiedono le dimissioni dei principali attori politici, e la loro combattività di fronte alla repressione dimostra la determinazione a raggiungere gli obiettivi proposti (abrogazione dei pacchetti e/o fine dei mandati corrotti). Queste ultime due caratteristiche (l’indigente e il combattivo) sono aspetti centrali che ci permettono di non limitare le rivolte a progetti progressisti che cercano di capitalizzarle. Tuttavia, detto questo, è innegabile che tra i soggetti, le organizzazioni e i fogli di lotta sollevati nel bel mezzo della rivolta sociale, ci sono inevitabilmente vasi comunicanti con le esperienze progressiste che la GdP incarica oggi. Vale la pena di fare una valutazione preliminare su questi due settori passando in rassegna alcuni paesi:

1- In Argentina, dopo il dicembre 2017 e dopo la crisi del governo, si sono affrontate due strategie: “Macri fuori” e “C’è il 2019”. Il secondo è stato imposto in assenza di un’alternativa politica che incarnasse la prima verso una soluzione politica proiettata alla crisi e dalla forza del Kirchnerismo-Peronismo che, insieme ai sindacati e ad altri settori, ha incanalato il malcontento verso il Macrismo nella formula della FF.
2- In Ecuador, il CONAIE, nella sua lotta contro il pacchetto di Moreno e il FMI, si è costantemente delimitato da Correa, ma anche se la Rivoluzione dei cittadini non ha avuto un ruolo di primo piano nelle lotte, ha una maggiore capacità elettorale per le elezioni del 2021, un aspetto centrale che la confederazione indigena ha iniziato ad affrontare discutendo la necessità di un proprio strumento elettorale.
3- In Honduras, la tollerabile lotta contro il governo narco-criminale di JOH guidato dal “Coordinamento contro la dittatura di Juan Orlando Hernandez” ha tra i suoi principali leader Manuel Zelaya Rosales, coordinatore del Partito della Libertà e della Rifondazione (Libera), forse un candidato alla presidenza se le elezioni saranno anticipate.
4- In Brasile, l’opposizione a Bolsonaro oggi è commissionata da un Lula libero che può riarmare il PT come suo principale avversario, ricordando che non è stato presidente solo perché è stato imprigionato su richiesta di Bolsonaro.
5- In Bolivia, il confronto con il colpo di stato di Camacho e Mesa ha incontrato varie resistenze, ma se è possibile trovare un’opzione che canalizzi gli sforzi per intraprendere una battaglia a fondo contro la destra, sicuramente MAS avrà un ruolo importante insieme agli altri movimenti sociali che, con maggiori o minori livelli di differenziazione, sicuramente si uniranno alla lotta contro il colpo di stato sia nel confronto di strada che in un nuovo processo elettorale.

Il panorama è più complesso in paesi come il Perù o Portorico, ma la singolarità è il Cile, dove l’esperienza progressista non fa da sfondo ed esprime che oggi non c’è possibilità di incanalare la rivolta sociale all’interno di un’istituzione più o meno riformista. C’è un interrogativo generalizzato su chi intende dialogare con Piñera per trovare una via d’uscita dalla crisi nei quadri proposti dalla destra, compresa la tradizionale sinistra del PC o la novità progressista dello stesso Frente Amplio (che ha accettato di sedersi con il governo per portare avanti la proposta di un “accordo di pace” e di una “convenzione costituente”). Lo scenario aperto in Cile tenta più di un analista locale nel dire che “l’anno 2001 è arrivato nel paese trans-andino”, ma le differenze sono varie, a partire dalla sostenibilità dei combattimenti di strada, così come la capacità di alcuni partiti tradizionali (per esempio il Partito Giustizialista) di incanalare rapidamente la rivolta nata dal basso nell’orbita istituzionale.

Di conseguenza, possiamo affermare che al momento non assistiamo a “giornate rivoluzionarie” in vista dell’inaugurazione di processi pre-rivoluzionari che attraverso le insurrezioni popolari o la costruzione di organismi di doppio potere parallelo diventino l’ordine sociale attraverso una forza politico-militare organizzata. Piuttosto, stiamo assistendo all’apertura di una nuova tendenza di ribellione popolare con la pretesa di mascherarsi di fronte ai paquetazos (il triplo programma di riforma) richiesti dal FMI o agli abusi di governi corrotti e malvagi. Tale tendenza ha il potenziale di frenare l’avanzata della destra, ma esprime anche un limite: non articolare al momento un’alternativa politica di massa che superi le aspettative progressiste.

Riprendendo l’importanza della caratterizzazione regionale, riteniamo che al rischio di vedere “giornate rivoluzionarie”, si somma la sottovalutazione del peso della destra, e la capacità conservatrice di sponsorizzare colpi reali che danno una sconfitta storica al movimento popolare. La situazione in Bolivia è illustrata dalle dichiarazioni di cui sopra, sia nelle dichiarazioni fatte in risposta al colpo di Stato “Né con Evo né con Mesa”(6), sia in coloro che sostengono che c’è una “rivolta popolare di cui l’ultra-destra sta approfittando”(7).
Da diverse prospettive, sono legate dal non mettere al centro la denuncia del colpo di Stato fascista/razzista/clericale/civico-militare, sottovalutando il potere di destra, anche mettendolo sullo stesso piano con la forza della MAS, come se non bastasse senza considerare che il colpo di Stato guidato da Camacho e Mesa ha il consenso di Trump, della chiesa e di tutta la borghesia boliviana. Se il fascismo avanza oltre la resistenza anti-golpista del MAS e di altri movimenti, non c’è scenario in cui la destra avanza in modo positivo per chi oggi parla di non entrare “nel gioco della guerra che entrambe le parti vogliono imporci”(8).

In conclusione, l’instabilità politica che segna il nuovo scenario è tutt’altro che finita, poiché la crisi mette in tensione e pone prospettive incerte rispetto ai pilastri stessi del modello neoliberale. Questo non si riduce a livello regionale, poiché in Europa, ad esempio, si esprime nel processo di Brexit, o nelle importanti mobilitazioni dei jilet gialli in Francia e recentemente in Catalogna come risposta all’arresto dei principali leader politici che hanno chiesto il referendum sull’autodeterminazione. Questi eventi fanno parte di un più ampio processo di crisi nell’Unione Europea dopo la crisi del 2008. Lo scenario del riordino e delle controversie si è acuito anche in Medio Oriente, con l’escalation di provocazioni belliche (attacco all’Arabia Saudita, aggressione americana all’Iran, invasione turca di Rojava, ecc.) A ciò si aggiunge una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che in più di un’occasione hanno cercato di raggiungere un accordo, ma sappiamo bene che le oggettive tensioni dell’accumulazione di capitale e la disputa intorno al mercato mondiale non si risolvono in una trattativa. In questo senso, il palcoscenico è aperto e sono attesi nuovi scontri nel continente più disuguale del pianeta, che ha il 30% della popolazione al di sotto della soglia di povertà. Nella definizione della via d’uscita dalla crisi capitalistica, è in gioco una nuova sconfitta storica per il campo popolare; così come la possibilità di un lungo periodo di avanzamento e di ritirata nella disputa per la difesa dei diritti fondamentali legati alla più/meno degna riproduzione delle nostre condizioni di vita; o l’opportunità di innalzare qualitativamente i livelli di coscienza, di lotta e di organizzazione delle masse nel processo di costruzione di un’alternativa di superamento al capitalismo.

6.- Contributi per pensare (e agire) sul ruolo della sinistra anticapitalista.

Siamo nel bel mezzo del trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Forse è un momento più che paradossale per la sinistra, poiché da allora il capitalismo è stato raramente messo in discussione con forza da diverse latitudini, mentre non vi sono prove di una capacità politica di opporsi alla barbarie con un’alternativa socialista. Se la caduta del muro ha confermato “la fine della storia” e la totale egemonia neoliberale, oggi quell’egemonia è in crisi, non morta, ma in crisi, e la conseguente domanda deve essere se le proiezioni socialiste abbiano il terreno per andare avanti. Sconfitta o no, l’idea gramsciana che “il vecchio non finisce di morire e il nuovo non finisce di nascere” assume valore.

Ma non dobbiamo confonderci, perché se, di fronte alla mancanza di equilibrio derivante dalla crisi capitalistica, non è la sinistra a capitalizzare il malcontento sociale, possono essere le forze di estrema destra che emergono come neofascismo del XXI secolo. Siamo di fronte all’idea di una polarizzazione dei campi, e tornando a Gramsci “in quel chiaroscuro appaiono i mostri”. Ecco perché un compito fondamentale della sinistra capitalista è quello di combattere tutte le espressioni della destra conservatrice che incarnano una controffensiva fascista che ha un taglio economico (nella triplice riforma), militare (nella disciplina, nel controllo, nell’assassinio e nella scomparsa dei nostri corpi) e religioso (fondamentalista, contrario all'”ideologia di genere”) che in alcuni Paesi si impone con il “suggerimento” delle Forze armate alle dimissioni di un presidente (Bolivia), in altri licenzia i leader e imprigiona gli oppositori (Brasile), o prende direttamente la vita di decine di persone, facendo centinaia o migliaia di feriti, violando sistematicamente i diritti umani, anche se non cede alle richieste popolari (Cile-Haiti-Honduras). Dal nostro punto di vista, la lotta contro la destra conservatrice si esprime sia nel confronto aperto con un epicentro nella lotta per le strade, sia nell’avere una posizione chiara nei processi elettorali in corso, dove, sebbene sia necessario considerare le peculiarità di ogni Paese, dovremmo sostenere elettoralmente la definizione dei progetti politici che prevedono di porre un freno alle alternative di destra e imperialiste nella regione, da una posizione critica e di indipendenza politica. Questo deve essere accompagnato da una maggiore solidarietà internazionale di fronte all’assalto fascista, attraverso mobilitazioni, ma anche attraverso altri eventi politici che raddoppierebbero la pressione internazionale. Per le nuove generazioni che si sono unite alla lotta qualche anno fa, di fronte a un colpo di Stato come quello in Bolivia, occorrono risposte di solidarietà internazionalista all’altezza storica di altre imprese internazionaliste che si sono concentrate sulla denuncia del fascismo e dell’imperialismo (la guerra civile spagnola o la guerra del Vietnam, per esempio).

Un altro aspetto centrale è quello di promuovere e incoraggiare il trionfo delle diverse rivolte popolari che si stanno sviluppando contro l’offensiva del capitale sul lavoro e che oggi si esprimono nel rifiuto dei piani imperialisti e del FMI in America Latina. La possibilità di ottenere vittorie, parziali, ma alla fine vittorie, deve essere un obiettivo fondamentale per segnare nuovi livelli di coscienza nei popoli latinoamericani, e per iniziare a discutere non solo dei percorsi delle crisi, ma anche delle vie politiche per uscirne. La rivitalizzazione della protesta, l’organizzazione dal basso contro le pretese istituzionaliste, il confronto diretto, la mobilitazione e altre dinamiche di lotta collettiva che si oppongono alla configurazione del soggetto individualista neoliberale, sono esperienze che dovrebbero accumulare maggiori riserve di lotta ma anche la consapevolezza della necessità di realizzare una propria via d’uscita alternativa alla crisi prevalente. Quest’ultima questione è la più importante, perché anche se è necessario “sconfiggere il FMI e i suoi governi nelle strade” i nostri obiettivi non si possono esaurire lì. Di fronte all’instabilità e alla progressiva aspettativa di accumulare malcontento neoliberale, diventa urgente sostenere la necessità di costruire un’alternativa politica da sinistra nella regione che sia in grado di capitalizzare processi di questo tipo.

Il punto centrale è quello di identificare i vettori sui quali dovrebbe circolare la pretesa di costruire un’opzione anticapitalista. A nostro avviso, dobbiamo considerare due rischi latenti che tendiamo a tralasciare nel corso della lotta politica contro il neoliberismo: la cittadinanza e la micropolitica. Il primo rischio sorge quando, di fronte all’avanzata della destra (che è esperta nel violare le regole del gioco democratico quando è a rischio la riproduzione della sua élite), l’unica risorsa rimasta è la difesa dell’essenza progressiva della democrazia(9), che può limitarci a cadere in una difesa dell’istituzionalità e della legalità che ci limita alle vie d’uscita che possono essere rapidamente metabolizzate dall’alto. Mentre la seconda, ci limita a ignorare la statualità, portandoci a scommettere di costituire spazi al di fuori dello stato, “per mantenere in essi uno stile di vita alternativo, senza proiezioni al cambiamento delle strutture una politica di sussistenza”(10). Vale la pena di dire che questi due modi nel corso della resistenza emergono prima di ogni lotta politica di massa. La lotta in Argentina per il diritto all’aborto legale sicuro e gratuito è un esempio: di fronte al rifiuto del Congresso, qual è la proposta di una soluzione politica? Sostenere il primo soccorso e le reti dal basso o preparare una nuova contesa istituzionale dove non ci sono “nastri blu” alle elezioni? Oppure le due strategie insieme? Infine, vi sono domande da sviluppare nel corso della resistenza. Ad esempio, pensiamo che nel corso di una fase avversa per i combattenti (dove la rivoluzione non è proprio dietro l’angolo), sia necessario “aggrapparsi dove si può per non tornare indietro” anche se ciò significasse correre il rischio di legittimare le attuali istituzioni civiche e democratiche che, pur non rappresentando il punto di arrivo delle nostre aspirazioni, a volte possono essere il pavimento su cui affermarsi per non raggiungere un sottosuolo, e anche (perché no?) il luogo da cui si sviluppa un’offensiva delle classi subalterne. Tuttavia, non dobbiamo perdere di vista la necessità di mettere definitivamente in discussione questo piano, partendo dal presupposto che di fronte alla comparsa di un qualche passo (ad esempio, una legge che influisca sul miglioramento delle nostre condizioni di vita) ne faremo uso per controbilanciare la portata dell’ingiustizia. Affermare questo, significa essere consapevoli che la nostra lotta è lontana da coloro che pongono le richieste e le rivendicazioni di diversi attori collettivi o movimenti sociali verso un allargamento della cittadinanza, diluendo il contenuto di classe dei loro atti. In sintesi, le pretese antisistemiche di un sistema politico repubblicano presuppongono necessariamente una rottura con la cittadinanza, anche se a volte i rapporti di forza costringono a transitare temporaneamente i suoi termini, cercando di approfondire il suo esercizio verso i suoi limiti più avanzati, con il pericolo di rimanere intrappolati nei suoi vincoli. Per quelli di noi che corrono questo rischio, non c’è nessun anticorpo a priori che possa impedirci di essere limitati. Forse è il riconoscimento di una tale situazione che ci fa costantemente ricordare che la cittadinanza e il cambiamento radicale sono opposti. Alla fine, il dilemma attuale continua a ruotare intorno alle domande che Rosa Luxemburg pone in Riforma Sociale o Rivoluzione? Arrivando alla conclusione che la riforma sociale e la rivoluzione sociale debbano essere intese come un tutto inseparabile.

In un certo senso, quanto detto sopra si esprime nella sua complessità nella situazione attuale della rivolta sociale cilena. Il processo che va avanti da più di 25 giorni sta lottando per la possibilità di consolidare la sua linea di lotta in una riforma costituzionale che promuova cambiamenti nella sostanza e organizzi il Paese sotto un ordine diverso, non neoliberale. Tuttavia, Piñera e gli altri partiti stanno giocando a istituzionalizzare la richiesta con una riforma dall’alto senza alcun tipo di voce popolare, che oggi chiede le sue dimissioni come requisito per avviare un processo di Assemblea Costituente Popolare Plurinazionale. In tutto il processo, lo sciopero politico di massa è fondamentale, ma non sufficiente; la centralità dell’accumulazione politica non è focalizzata sull’arena istituzionale, ma forse, in vista dell’aggravarsi dell’antagonismo, un capitolo della risoluzione si cristallizzerà all’interno dello Stato stesso, dove, nonostante la presenza di sedi anticapitaliste sia importante, la rivolta sta traboccando, avendo un impatto al di là del numero dei parlamentari. Una rapida conclusione dei processi che sono riusciti a cristallizzare un rapporto di forze favorevoli a quelle in basso nel quadro della lotta (il Caracazo ha prodotto Chávez, la Guerra dell’Acqua ha prodotto Evo) dimostra che la ribellione popolare si incanala poi in figure popolari che possono essere opzioni nel quadro di una nuova istituzionalità. La sinistra con vocazione al potere deve intervenire nella costituzione di questi processi popolari, spingendo con tutte le forze verso il più grande radicalismo politico. Questo è un compito centrale, durante il quale si costruisce un soggetto collettivo rivoluzionario, qualcosa di molto più difficile da comporre di una singola leadership espressa in questo o quel partito.

D’altra parte, in molti Paesi la sinistra deve unirsi alla lotta per un patrimonio sociale che è passato attraverso l’esperienza dei governi progressisti per costruire nel processo di contestazione un orientamento radicale che superi quello promesso dai leader del GdP. Crediamo che un tale crossover non possa avvenire aspettando che le masse “girino a sinistra” dopo aver esaurito l’esperienza con questo o quel progetto politico. È un’arte difficile perché se ci posizioniamo “a miglia di distanza” da un’esperienza di massa difficilmente riusciremo a capitalizzare la sconfitta dei cosiddetti progetti progressisti, ma se siamo “dentro” sprofondiamo insieme a loro ipotecando il nostro progetto strategico, e di conseguenza la sfida è quella di avere una propria identità, di dialogare segnando i limiti, ma combattendo insieme alle masse nei complessi processi politici. Ora, per essere ascoltati, non basta essere vicini nella lotta comune, ma anche essere una vera forza con una vocazione per le masse che può costruire un’influenza massiccia con un reale inserimento tra la gente. Le masse non pongono aspettative su chi non si presenta come attore capace di realizzare le pretese che vengono proposte.

In fin dei conti, la premessa leninista di adottare tutte le forme di lotta recupera la sua attualità, sapendo che in certi momenti una può prevalere sull’altra, ma anche passare rapidamente ad un’altra forma, e che quindi non è pertinente santificare un’unica forma esclusiva di confronto (azione diretta, lotta elettorale, ecc.). Le sinistre che pretendono di essere un’opzione devono prepararsi a forgiare questo tipo di organizzazione, disposte a fratturare lo Stato attraverso l’uso della violenza, e allo stesso tempo a confrontarsi con la destra in ogni combattimento, e a costruire strumenti politico-elettorali, con il peso delle masse che dialogano con le più avanzate esperienze di lotta limitate al progressismo, ma che non rinunciano al loro progetto strategico dietro i progetti del capitalismo più o meno umano. Tutto questo quadro presenta grandi sfide e rischi, ma li assumiamo consapevolmente, altrimenti possiamo solo aspettare che “lo stadio della rivoluzione cambi” e sapremo se, quando arriverà la fase della rivoluzione, avremo smesso di essere rivoluzionari da tempo.

Buenos Aires.

22/11/19

Note: 

(1) Sebbene questo articolo non miri a fare una valutazione dei cosiddetti governi progressisti (la loro nascita e il loro esito), torniamo alla categorizzazione fatta da Ouviña e Thwaites Rey (2018) quando hanno parlato del ciclo di contestazione al neoliberismo in America Latina (CINAL) in un periodo che è emerso come il risultato di un processo di attivazione delle lotte popolari iniziato negli anni ’90 e che ha posto dei limiti alle soluzioni proposte dall’ortodossia neoliberale; si è svolto in un contesto economico mondiale in cui la Cina è stata un acquirente di varie materie prime che ha permesso la crescita economica e le politiche redistributive; ha reintrodotto lo Stato come attore preponderante di fronte al mercato; ha continuato o approfondito gli schemi produttivi basati sullo sfruttamento dei beni naturali (estrattivi e repressivi); ha dato priorità ai “patti per il consumo e l’occupazione”; ha cercato di promuovere un processo di integrazione regionale alternativo all’egemonia statunitense e di confronto con essa; infine, si è rivelato insufficiente a contrastare la ricomposizione delle forze capitaliste che hanno organizzato una controffensiva politica a partire dal 2015. Ouviña, H; Thwaites Re M (2018). “El ciclo de impugnación al neoliberalismo en América Latina: auge y fractura” in “Estados en disputa: auge y fractura del ciclo de impugnación al neoliberalismo en América Latina” a cura di Hernán Ouviña; Mabel Cristina Thwaites Rey. 1° ed.
(2) Ibidem.
(3) Partiamo dal presupposto che il caso cileno è diverso dai due precedenti, poiché non riteniamo che questo Paese abbia fatto parte di un ciclo progressista, ma dimostriamo che il processo aperto che si sta vivendo deve essere preso come una parte sostanziale della resistenza che i progetti di destra incontrano.
(4) Atilio A. Borón “Agonia e morte del neoliberalismo in America Latina” in https://www.pagina12.com.ar/228119-agonia-y-muerte-del-neoliberalismo-en…
(5) Matías Maiello, “Rivolta e rivoluzione nel XXI secolo” su https://www.laizquierdadiario.com/Revuelta-y-revolucion-en-el-siglo-XXI
(6) Dichiarazione della Liga Obrera Revolucionaria (LOR-CI) della Bolivia, organizzazione appartenente alla Fracción Trotskista – Cuarta Internacional, all’indirizzo http://www.laizquierdadiario.com/Declaracion-Crisis-en-Bolivia-por-una-s….
(7) Raúl Zibechi, “Bolivia: una rivolta popolare sfruttata dall’ultra-destra” su https://desinformemonos.org/bolivia-un-levantamiento-popular-aprovechado…
(8) Ibidem.
(9) Secondo noi questa proposta è stata sviluppata principalmente dall’autrice nordamericana Wendy Brown (2015) nella sua opera: “Il popolo senza attributi, La rivoluzione segreta del neoliberismo”. NY: Libri di zona. Lì propone fondamentalmente che il neoliberalismo ha de-democratizzato la democrazia, catturando verso una sfera economica (la razionalità) l’essenza progressiva di valori come l’uguaglianza, la libertà, la partecipazione, ecc. Sulla scena locale, Lucas Villasenin, nel suo articolo “Neoliberalismo o democrazia in America Latina”, afferma che il progetto neoliberale non ha mai inteso la democrazia come l’esercizio del potere da parte del popolo o la distribuzione del potere tra i cittadini, ma si è limitato a proporre una concezione democratica limitata alle procedure istituzionali. Anche se l’affermazione è vera, è giusto dire che molti dei cosiddetti governi progressisti (con l’eccezione del Venezuela e della Bolivia) non sono stati caratterizzati da processi democratici che promuovono il potere del popolo, cioè la costruzione di un potere popolare che costituisce una nuova istituzionalità. (https://oleada.com.ar/la-globalizacion-ha-muerto/neoliberalismo-o-democr… )
(10) Rivera Cusicanqui, Silvia (2018): “Teoría ch’ixi del valor”, in Un mundo ch’ixi es posible. Buenos Aires: Tinta Limón. Pagine 142-145.

*Fonte: https://www.intersecciones.com.ar/2019/11/24/de-argentina-2017-a-bolivia…

Traduzione di Flaminia Gaia Apollonio