Che il cammino, difficile ma necessario, verso l’unità d’azione (non dico unità strategica, non sia mai!) iniziato faticosamente un paio di mesi fa con l’assemblea di Roma fosse pieno di ostacoli lo si sapeva già. Dopo l’implosione del PRC (vecchio stile) tra il 2006 e il 2009 (con episodi precedenti, tra cui il più importante fu l’uscita dal partito dell’ala destra, “cossuttiana”, nell’ormai lontanissimo 1998, per formare il PdCI), con la formazione prima del PCL, poi di Sinistra Critica, in seguito di SEL, e successivamente la diaspora continua (“grassiani”, Falce e Martello, ecc.) si poteva facilmente prevedere che questa storica sconfitta dell’unico serio tentativo di dar vita ad una “casa comune” della sinistra (teoricamente) comunista avrebbe avuto strascichi duraturi. I successivi tentativi, nel decennio appena terminato, di creare forme di unità soprattutto elettorale, sono stati di corto respiro e quasi sempre (unica eccezione Altra Europa, nel 2014, con tutti i limiti che conosciamo) sono falliti in breve tempo. Si sono così moltiplicati partitini, gruppi, gruppuscoli, collettivi, comitati e chi più ne ha più ne metta, all’insegna del “ognuno si faccia i cazzi suoi”, magari su scala locale o addirittura di quartiere. L’ultimo tentativo (anzi il penultimo) che sembrava essere partito “dal basso” (come piace a tutti quanti, affascinati da un “basismo” tanto di moda), quello del movimento-fronte “Potere al Popolo”, è finito, come tutti sanno, con la rottura e la nascita dell’ennesimo partitino (senza alcuna volontà dispregiativa in questa definizione, ma una pura constatazione politico-numerica). D’altra parte l’arcipelago dei sindacati di base non si comporta certo meglio, con l’aggravante degli scioperi organizzati in date diverse, tanto per non farci mancare nulla. E poi c’è la costellazione dei famosi Centri Sociali, che del localismo politico e sociale hanno fatto una bandiera, salvo schierarsi per “affinità” su scala nazionale con questo o quel Centro Sociale “faro del movimento”. Insomma, la ri-partenza di un’ipotesi di riaggregazione doveva passare su un cumulo di macerie, cosparse di spine e di ferri arrugginiti. Nel frattempo buona parte dello spazio che dovrebbe essere “nostro” è stato più o meno occupato (o scippato) dai “movimenti” più vari e variegati, dal “popolo viola” ai “grillini”, ai Friday for Future, fino all’ultimo, le “sardine”. E movimenti via via meno radicali, via via più confusi. Sembrava che, negli ultimi mesi, si facesse strada, piano piano, la coscienza che non si potesse continuare a battersi in ordine sparso. Prima il percorso degli Indivisibili, poi l’appello di Bernocchi dei Cobas, poi quelli di SiCOBAS, PCL e Sinistra Anticapitalista (ognuno per conto suo, quindi TRE appelli!) a creare un fronte anticapitalista comune. Quindi l’assemblea di Napoli del SiCOBAS, la tavola rotonda tra PRC, PaP, PCL e SA al seminario di Chianciano di SA e finalmente, l’assemblea di Roma del 7 dicembre in cui c’erano, non dico tutti, ma un buon numero di soggetti politici, sociali, sindacali (compresa la sinistra CGIL e il SiCOBAS, almeno come interlocutori). Il fatto che le due organizzazioni politiche numericamente più rilevanti, Rifondazione Comunista e Potere al Popolo (inteso come partito, ovvio) fossero sì presenti, ma con un profilo basso, lasciava presagire che la strada era in salita. Comunque era nato, o lo avevo salutato positivamente da queste pagine, un Coordinamento Unitario, ed era già un passo avanti. Mi sembrava che il desiderio di proseguire con i piedi di piombo, senza forzature organizzative e politiche, mantenendo l’autonomia delle singole realtà politiche e sociali, fosse una garanzia dell’apertura e dell’inclusività del percorso. Quando, la settimana scorsa, ho visto i testi dei volantini varati per le campagne del Coordinamento Nazionale (per la settimana di 30 ore a parità di salario, contro la NATO, ecc.) firmati da PCL, PCI, Sinistra Anticapitalista, La Città Futura, Fronte Popolare, Partito del Sud, Partito Marxista-Leninista Italiano (quindi nemmeno da tutti i promotori dell’assemblea di Roma) ho pensato “Ahi, ahi, non c’è né il PRC né PaP, qualcosa è andato storto”. E ieri ho letto sul sito del PCL che Rifondazione, nella riunione della sua Direzione del 19 gennaio, ha proposto «alle forze promotrici dell’assemblea del 7 dicembre scorso di individuare obiettivi concreti su cui sviluppare campagne politiche e mobilitazioni comuni» ma respinge «cartelli di sigle» e «sommatoria di partitini». Ma se è proprio quello che si è cercato di fare dal 7 dicembre in poi! Che cos’altro sono questi 5 obbiettivi, individuati come elementi unitari e condivisi da tutti? Eccoli:

  1. RIDUZIONE GENERALE DELL’ORARIO DI LAVORO A TRENTA ORE A PARITÀ DI RETRIBUZIONE

2) ABOLIZIONE VERA DELLA LEGGE FORNERO, PER UN SISTEMA PREVIDENZIALE PUBBLICO A RIPARTIZIONE E RETRIBUTIVO, CON IL DIRITTO DI ANDARE IN PENSIONE A 60 ANNI O CON 35 ANNI DI LAVORO, CON LA CERTEZZA DI UNA PENSIONE FUTURA DIGNITOSA PER I GIOVANI

3) NAZIONALIZZAZIONE DEI SETTORI STRATEGICI DELL’ECONOMIA
E DELLE AZIENDE CHE LICENZIANO, CHE DELOCALIZZANO, CHE INQUINANO

4) ABROGAZIONE, SENZA SE E SENZA MA, DEI DECRETI SICUREZZA DI MATTEO SALVINI E DEGLI ACCORDI CRIMINALI CON LA LIBIA

5) NO ALLA GUERRA, USCITA DELL’ITALIA DALLA NATO, PER LA DRASTICA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI (F35), PER IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALLE MISSIONI

Ma veramente vogliamo continuare così, rimandando la palla nell’altro campo? Io chiedo, in particolare ai compagni del PRC (con cui lavoriamo fraternamente, qui a Brescia, da almeno tre anni), se non valga la pena di provarci, almeno, a smettere di mettere paletti continui, a sforzarci di buttare alle ortiche le pregiudiziali (e lo dico anche a tutti gli altri, interni o meno al Coordinamento Nazionale), ad essere, per una volta, politicamente GENEROSI? Oppure continuiamo così (come abbiam visto domenica in Emilia Romagna, con tre percentuali da prefisso telefonico), continuiamo a farci del male. Aspettando il prossimo treno, la prossima generazione (ammesso che arrivi mai).

FG