Di Daniel Albarracín*

L’emergere di Podemos

I progetti politici non possono essere solidi senza mantenere una base materiale che li sostenga, una teoria politica, un quadro strategico e un’organizzazione pratica che li realizzi.
L’emergere di Podemos è stato possibile a causa di diversi fattori. In primo luogo, un vuoto politico senza rappresentanza, causato dall’indignazione per il deterioramento delle condizioni di vita derivante dalla crisi economica del 2008 e dalle politiche di austerità, applicate severamente dal 2010, che ha messo in discussione le aspirazioni alla mobilità sociale di una classe media minacciata, le deboli protezioni del mondo del lavoro e le politiche pubbliche, a favore del sistema finanziario e della “casta politica”. È in questo contesto, preceduta dal movimento delle piazze che altera l’immaginario della fase, che appare questa formazione politica, basandosi su due presupposti: una strategia comunicativa che si fa strada nello spazio mediatico, guidata da quello che Santiago Alba Rico chiamava il “comando mediatico”, e una base organizzativa fondata sui circoli

La sua prima dirigenza adotta una linea populista, e riesce a imporre la sua politica per costruire una macchina elettorale con l’obiettivo diretto di raggiungere le istituzioni e il governo, una volta che una parte del movimento 15-M non aveva ottenuto grandi risultati politici effettivi dopo la sua vigorosa esperienza politica di deliberazione pubblica nelle piazze e mobilitazione popolare. La metamorfosi dell’organizzazione politica è stata rapida, liberata dal peso che, secondo l’opinione della dirigenza, rappresentavano i circoli e i gruppi di attivisti organizzati che potevano mettere in discussione la leadership personale di Iglesias, nel momento di definire la sua strategia volta ad ottenere più elettori, anche a costo della smobilitazione e moderazione politica.

Nel periodo in cui apparve Podemos, punto di riferimento principale fu la teoria politica del populismo, ispirata dalla lettura errejonista di Ernesto Laclau, la cui applicazione politica è stata influenzata anche dalla direzione di Pablo Iglesias. Comprendeva anche la tradizione euro-comunista e alcune letture dell’operaismo italiano, che in pratica si è mostrato come una triste sezione dell’errejonismo, con varianti nella politica delle alleanze all’interno dello stesso schema interpretativo.

Potremmo affermare che, in effetti, in quel contesto, qualsiasi forza antiestablishment avrebbe avuto enormi probabilità di successo e che, quindi, i meriti di quell’irruzione devono fare i conti con i fattori interni (una buona strategia comunicativa, la metamorfosi delle piazze in circoli), ma soprattutto esterni, che l’hanno resa possibile.

Caratterizzazione della teoria politica populista

In sintesi, la teoria populista consiste in:

a) cercare di unificare il campo popolare intorno alla costruzione di un discorso che articola le sue esigenze differenziate, senza più gerarchie della sua espressione congiunturale (e i cui analizzatori preferiti erano i sondaggi, ciò che è apparso nei media, o “il senso comune pubblicato”);

b) Identificare e indicare l’avversario (passando da “politici e banchieri”, “casta”, “trama”, a “politici corrotti” …), per definire i confini del campo stesso.

c) L’obiettivo sarebbe quello di raggiungere le istituzioni pubbliche attraverso vittorie elettorali, a partire dalle quali applicare le politiche del cambiamento. Per fare ciò, sarebbe necessario adattarsi al senso comune, o fare affidamento sulle aspettative frustrate del campo popolare rispetto a quanto previsto dalle “aspettative promesse”, per guadagnare elettori, subordinando le iniziative dei movimenti, che spesso agiscono diversamente rispetto alle aspettative della maggioranza.

I limiti dell’ipotesi populista

Questa ipotesi ha avuto non pochi problemi e costi enormi. In primo luogo, non teneva in conto il fatto che qualsiasi strategia di cambiamento richiede una prospettiva a medio e lungo termine, e che senza una forte presenza materiale e sostenuta di organizzazioni civili, sociali e del lavoro, un cambiamento sostanziale risulta impraticabile, in quanto le istituzioni hanno non solo competenze limitate, notevoli restrizioni in campo parlamentare, ma subiscono anche influenze esterne determinanti da parte dei poteri economici privati, verso i quali è necessaria una forte attività di risposta per opporre quanto meno un contrappeso o conquistare progressi.

Inoltre, tale ipotesi è stata successivamente adattata tatticamente in una logica irregolare a breve termine. Innanzitutto, lo schema programmatico era subordinato al conseguimento di cariche pubbliche. Con ciò, non solo è stata ridotta la portata delle misure di cambiamento, ma sono stati spiegati come una conquista gli accordi finanziari con il PSOE, che contenevano già un adattamento al patto di stabilità e crescita dell’UE [1], ed educavano ad una prospettiva auto-limitata. La delimitazione dell’avversario fu modificata e con essa le potenziali alleanze. Dai principali attori capitalisti, si passò a combattere semplicemente i partiti dell’arco della destra, scendendo a compromessi con il PSOE e ammettendolo come una possibile forza di cambiamento, subordinando l’azione politica alla sua possibile cooperazione.

Infine, la concezione verticistica dell’organizzazione ha privato del dibattito e ha destituito le correnti che non professavano il seguito del leader carismatico. L’organizzazione del partito è stata ridotta ai consigli cittadini esistenti e agli incarichi pubblici, lasciando una vita interna ridotta a consultazioni plebiscitarie digitali, con domande e risposte preconfezionate; senza dimenticare i sistemi di primarie sempre più maggioritari, con regole che limitavano il dibattito e che consistevano in piattaforme di promozione e cooptazione personale.

L’emergere di un gruppo burocratico, attorno alle istituzioni e al partito, è stato uno dei punti principali del conflitto materiale tra le due maggiori correnti, e solo secondariamente questioni politiche di natura tattica. L’incapacità di gestire la pluralità interna è stata portata a tal punto che ampi segmenti degli iscritti si sono rivolti all’opzione populista, tecnocratica e verticistica dell’errejonismo, e hanno abbracciato la rottura, con la formazione di un nuovo partito che, pur avendo una teoria politica, porta ad un adattamento al sistema classico dei partiti e al regime del ‘78, seppure in un formato riformista.

Allo stesso modo, si può dire che il partito ha perso spinta per motivi aggiuntivi.

In relazione alla sua politica sui media, nonostante l’attenzione su questo aspetto, si è esaurita la sua portata e, soprattutto, la capacità di stabilire un’agenda. L’iniziale comando dei media, i programmi televisivi, un buon gruppo di portavoce agili ben posizionati nei media e un vasto lavoro sui social network, hanno esaurito la propria capacità di cambiamento. I media hanno schiacciato i personaggi creati, trasformandoli in bambole, molti hanno usato questo capitale per la loro auto-promozione, e i social network hanno perso la loro vitalità orizzontale e la loro capacità di estendersi a un pubblico che non è stato incastrato e intrappolato negli algoritmi dei social network.

Anche la freschezza e l’autonomia economica dell’organizzazione sono state compromesse. Da un finanziamento basato su contributi volontari (crowdfunding) si è passati ad un modello basato sulla dipendenza da sussidi e donazioni da parte di chi ricopre incarichi pubblici e tecnici. Forse con l’eccezione dei momenti elettorali. L’organizzazione cessò di essere un gigante sostenuto da circoli e da un’ampia legittimità sociale, per costituire un partito in cui gli incarichi pubblici e i consigli cittadini componevano una figura organica con una testa mostruosa e un corpo e piedi di argilla.

Una terza corrente, un’ipotesi alternativa

Anticapitalistas ha sempre indicato la strategia comunicativa come un successo [2], l’importanza della presenza istituzionale, ma ha insistito sulla necessità di dare priorità al contesto dei movimenti e alla costruzione di una soggettività antagonista organizzata. Questo è il motivo per cui è sempre stata il terzo attore all’interno di Podemos e, una volta esaurita la possibilità di esprimere le sue idee in modo autonomo con regole proporzionali che le consentano di farlo, instaura una nuova relazione con un partito che non rappresenta più il centro del “sistema solare del cambiamento”, ma semplicemente “il suo pianeta principale” – che sembra destinato a una fusione fredda divenendo Unidas Podemos. Sarebbe stato auspicabile che la gestione della pluralità e un’unità politica avessero avuto luogo qui, ma non è stato così. Vista la chiusura strutturale della sua direzione e lo scioglimento delle sue basi reali (non solo quelle digitali), sembra consigliabile proporre un cambiamento nel legame, costruttivo e cooperativo, ma anche più autonomo, se le cose rimangono così come sono.

La questione ora consiste nel trovare le mediazioni tra la percezione esistente delle esperienze vissute, il contrasto con i problemi oggettivi e l’elaborazione di organizzazioni, pratiche e proposte che trovino progetti per affrontare i problemi di fondo e che lo facciano di pari passo con i soggetti reali. Per questo non ci sono scorciatoie, ma un lavoro politico paziente e organizzato.

Senza stabilire un’azione decisa per accompagnare le classi lavoratrici e popolari nei loro conflitti, che sono i nostri, attraverso l’impegno pratico della solidarietà, essendo uno di più, ma agendo sistematicamente, portando la riflessione collettiva alla radice delle questioni, contribuendo a organizzare le maggioranze, non saremo all’altezza.

Non si tratta solo di aumentare il numero di voti o di accumulare argomenti, ma di costruire il movimento sociopolitico collettivo che, a partire dal senso comune realmente esistente, ragioni autonomamente e riesca a trovare una forma pratica per superare i problemi reali in tutta la loro complessità e profondità. Insomma, non è tanto la comunicazione, la rappresentazione o la ragione, bensì il tipo di relazione che si instaura con i movimenti nella società, sintomo delle contraddizioni reali e dell’effettiva elaborazione dei soggetti concreti per affrontare la propria storia. Un movimento che deve essere accompagnato, rafforzato e dotato di proposte e organizzazione per costruire un senso comune alternativo con iniziative in grado di rispondere a problemi reali.

In breve, è necessario costruire un’ipotesi strategica alternativa per il polo trasformativo delle forze del cambiamento. Non ci sarà trasformazione senza una teoria che la guidi o organizzazioni o pratiche che la realizzino.

Questa teoria parte dall’osservazione che la società contemporanea non è solo divisa dalle sue contraddizioni (ambientali, economiche, sociali …) ma anche il suo modello socio-economico spinge verso la sua polarizzazione. Una polarizzazione non automatica, ma potenziale, data l’autonomia del soggettivo. Si tratta di seminare le proposte e le pratiche per affrontare alla radice i nostri problemi collettivi, poiché, sebbene siano materialmente necessarie, deve anche essere costruita la loro credibilità.

Se si vuole costruire un movimento politico organizzato trasformativo, bisogna coniugare un pubblico di massa, un progetto strategico e un programma politico all’altezza dei problemi che attraversano la società. Questo comporta dialogare con il senso comune popolare, sostenere i conflitti vissuti, riflettere collettivamente, al fine di affrontare i problemi ed elaborare proposte volte a risolverli. Non servirà a nulla proporre misure che non rispondano a questi problemi, sarebbe un errore equivalente a non tenere in conto il punto di partenza di quel senso comune. Si tratta di vivere in quella breccia per far nascere le idee, le soluzioni da cui può emergere qualcosa di nuovo, sapendo che nulla sarà fatto senza affrontare le basi materiali del conflitto.

A questo proposito, la nostra proposta di unità popolare deve essere pienamente caratterizzata. Non si tratta solo di fare appello all’articolazione tra politico e sociale, ai partiti e ai movimenti sociali. Si tratta di costruire pazientemente una soggettività antagonista organizzata. Cioè sindacati, società civili, movimenti sociali che rispondano ai conflitti e alimentino con proposte l’agenda politica, nella quale i partiti partecipino ed esprimano le loro aspirazioni democratiche nella società. Da questo punto di vista, l’unità popolare non può semplicemente trasformarsi in fusioni a freddo di partiti o limitarsi ad accordi di coalizione elettorale.

L’unità popolare non consiste solo nella costruzione di un progetto politico con forti radici sociali organizzate, ma realizza anche l’idea veicolare, in cui la comunicazione deve essere bilaterale. Le organizzazioni sociali espongono le loro richieste e l’organizzazione politica le esprime, ma dialoga anche con le classi popolari per trasferire le loro denunce, ma anche per specificare i programmi che risponderanno ai conflitti.
Questa sembra la sfida a lungo termine alla quale dobbiamo contribuire.

Quale organizzazione politica costruire e come farlo in modo cooperativo nell’universo delle forze del cambiamento?

La nostra formazione deve continuare a costruire un’organizzazione eco-socialista, femminista per l’uguaglianza, popolare e radicalmente democratica che abbia una leadership collegiale, un portavoce corale, un’organizzazione orizzontale e un modo di prendere decisioni deliberativo e organicamente collettivo, che sviluppi vaccini antiburocratici, con una chiara vocazione non solo teorica ma fondamentalmente socialmente pratica.

Siamo una forza rivoluzionaria, all’interno delle forze del cambiamento in cui coesistono forze che non lo sono. L’esperienza di Podemos ha tenuto insieme, sotto una devastante logica competitiva, le forze del cambiamento che si sono unite, e ora è francamente difficile per loro far parte dello stesso spazio organico. Naturalmente, la difesa di dirigenze che rappresentino proporzionalmente tutte queste correnti, le primarie [3] come metodo di selezione, come quelle di Ahora Madrid, e la costruzione di legami organici con la società, come i circoli o altre forme di riunione popolare, hanno ancora pieno senso.

Dal nostro punto di vista, il PSOE persiste nell’allinearsi tra i partiti del regime, nella sua versione liberale compassionevole (e sempre meno, come abbiamo visto con la sua politica di immigrazione, nazionale o del lavoro). A questo proposito, il nostro atteggiamento deve essere quello di opporci alle loro politiche, non essere settari quando ci sono misure da sostenere e cercare di attrarre e convincere il loro elettorato. L’ingresso in un governo di coalizione con il PSOE comporterebbe un grave errore, nonostante sia legittima come proposta, poiché anche se questo garantirebbe il rispetto degli ipotetici (e sicuramente diminuiti) poteri concessi, allo stesso tempo si sarebbe corresponsabili di politiche, che andrebbero poi anche difese, molto lontane dagli interessi delle classi popolari.

In relazione alle forze del cambiamento, dobbiamo difendere sia la nostra autonomia politica che la nostra vocazione unitaria. Ciò significa esigere di poter esprimere le nostre proposte e farle valere democraticamente. Quando non ci sono condizioni democratiche per difenderle, dato che il fatto di essere una minoranza può essere accettato solo se esiste un quadro democratico proporzionale e inclusivo, in quanto corrente, dovremo trovare un modo per farlo al di fuori di esso. Ciò non ci impedisce di affermare che la politica unitaria deve essere flessibile e costruire contesti di coalizione che portino ad accordi di geometria variabile compatibili con il nostro progetto strategico trasformativo e di rottura.

Le forze del cambiamento vivono in uno stato di forte instabilità e non abbiamo esitazioni ad avvertire che Más País presenta una soluzione possibilista e pragmatica che può avere un certo riscontro elettorale, ma che ci porterà a una scorciatoia senza uscita. Sono compagni che sbagliano, per ragioni che possono farci capire l’origine dei loro errori. Una è l’intransigenza e l’esperienza fallimentare e verticistica di Podemos (alla quale essi stessi hanno contribuito come protagonisti), anche la spinta a voler continuare a ottenere buoni risultati elettorali e raggiungere strati più ampi della società. Sono impulsi ragionevoli, che però si saldano con un’ipotesi strategica che consoliderebbe il senso comune dominante rinunciando a modificarlo. Rappresentano un progetto simile a una forma di neozapaterismo di impronta sociale e verde. Non sono i nostri nemici, ma sono avversari del nostro progetto contro-egemonico, poiché lo contrastano.

Podemos continua ad avere una forte connotazione elettorale. È un gigante logorato, che può dissolversi o sopravvivere con una fusione a freddo con IU, ma che ha già perso tutta la spinta e la fertile relazione che ha avuto con le classi popolari. Ora, non tutto è da buttare, perché diversi strati sociali che prima non apparivano in politica hanno almeno raccolto una serie di idee progressiste. Anche da queste ceneri si dovrà ricostruire.

L’IU ha basi più forti, così come altre forze politiche di sinistra, siano esse sovraniste o meno. Sono alleati naturali, ovviamente con tattiche diverse.

Con tutte le forze del cambiamento si dovrà lavorare duro in molte iniziative sociali e politiche, che potranno includere anche coalizioni elettorali. Rimane molto da fare per costruire fiducia, un criterio e un’organizzazione comune. Dovremo continuare a contribuire affinché questo sia possibile, ma a partire dall’autonomia politica, dando la priorità ai progetti e ai programmi trasformativi.

[1] Gli aspetti progressivi non erano strettamente di bilancio. L’ascesa della SMI è stata forse la conquista più importante dell’intero periodo. https://daniloalba.blogspot.com/2018/10/el-acuerdo-presupuestario-entre-…

[2] Di fatto, è ancora un capitolo da migliorare. Nell’attuale periodo, sarebbe molto più efficace che avere un comando mediatico, programmi di dibattito o lavoro in rete, sviluppare un canale televisivo via Internet, plurale, con una dotazione di risorse sostenibili, con un programma indipendente di informazione e dibattito, e sotto un governo democraticamente rappresentativo delle forze del cambiamento.

[3] Un’altra questione è se dovrebbero essere aperte, digitali o in presenza, o solo per i militanti delle forze che si uniscono.

*Fonte articolo: https://vientosur.info/spip.php?article15298
Traduzione a cura di Tommaso Fasciani