di Anthony Samrani

Pro o contro Soleimani? Non è questa la domanda

Il Medio Oriente ha vissuto in quest’ultimo decennio una serie di eventi molto significativi sulla scena internazionale. Ma rari sono quelli che hanno suscitato tante reazioni appassionate, talvolta contraddittorie, tanto in Oriente quanto in Occidente, come l’uccisione venerdì da parte degli Stati Uniti del generale Kassem Soleimani. Rari sono i momenti in cui la storia dell’Oriente e quella dell’Occidente fanno eco l’una all’atra, dove i racconti si intrecciano e si sovrappongono tanto da rivelare non solo i legami a volte inevitabili tra le due, ma soprattutto le fratture al loro interno.

Le reazioni al raid americano contro il generale iraniano indicano qualcosa di molto chiaro sulla percezione attuale da parte delle popolazioni locali e occidentali. Come spiegare per esempio che a Idlib l’opposizione siriana abbia celebrato con gioia incontenibile la morte del comandante, mentre a qualche centinaio di chilometri di distanza, nella periferia sud di Beirut i ritratti del “martire” erano affissi un po’ dappertutto? Come spiegare che persone agli antipodi dal pensiero di Donald Trump e dalla sua visione del Medio Oriente possano plaudire alla sua decisione? Infine, come spiegare, che una parte della sinistra occidentale usi gli stessi argomenti dei regimi della regione per denunciare l’operazione dello Zio Sam?

La morte del generale iraniano rivela il grado di impazienza, anche di intolleranza verso le opinioni altrui, che esiste oggi nel dibattito pubblico su tutte le questioni che riguardano la situazione in Medio Oriente. Certo, questo non è nuovo. Ma questa volta si è raggiunta un’intensità forse senza precedenti, in modo particolare a causa delle molteplici identità di Kassem Soleimani.

Gli Stati Uniti hanno abbattuto il secondo uomo più importante dello Stato iraniano o colui che era implicato in diversi attenti degli ultimi dieci anni? Terrorista e carnefice per gli uni, eroe e simbolo della fierezza iraniana per gli altri, Kassem Soleimani può essere identificato con tutte le vittorie e allo stesso tempo con tutti gli orrori della Repubblica islamica nella regione. Questo è l’uomo che, turbante in testa e barba rada, passeggiava fieramente ad Aleppo nel dicembre 2016, ma è anche colui, agli occhi di una parte della popolazione iraniana, che ha impedito allo Stato Islamico di entrare in Iran.

Questa percezione è molto lontana dalla realtà, il generale ha avuto un ruolo minore nella lotta contro l’ISIS – era piuttosto impegnato nella liquidazione dei ribelli siriani e nella costruzione di milizie al soldo del suo Paese in tutto il Vicino Oriente – non è tuttavia meno sincera e non può essere totalmente elusa. L’ union sacrée che si è imposta in Iran dopo la morte del generale, solo qualche settimana dopo che i pasdaran, di cui Soleimani era la figura più emblematica, hanno represso le manifestazioni popolari nel sangue, indica d’altronde quanto sia importante questa percezione. I dibattiti che hanno invaso le reti social sulla legittimità dell’eliminazione del generale iraniano non hanno molto senso: per quanto possa essere legittima per Washington, questa appare come un’ingiustizia dal punto di vista del regime iraniano e dei suoi alleati.

In Occidente, il dibattito è come sempre inquinato dalla questione dell’imperialismo americano. Questo è particolarmente vero per una parte della sinistra occidentale per la quale, tutto o quasi, è visto attraverso il prisma della catastrofica invasione americana nel 2003. Per essa poco importa che i russi abbiano letteralmente raso al suolo molte città in Siria, che gli iraniani siano considerati come una forza di occupazione da una parte delle popolazioni locali o che il regime siriano in questi ultimi anni abbia ucciso più palestinesi di Israele in vent’anni. In risposta a questi argomenti, evocano la realpolitik, la “complessità della situazione” o la lotta contro il terrorismo, riprendendo la propaganda di regimi autoritari e sanguinari. Per questa sinistra, conta solo la denuncia dell’imperialismo americano, mentre gli Stati Uniti tuttavia non si sono mai così poco preoccupati della regione.

L’esempio più recente: il regista Michael Moore, storico oppositore alla guerra in Iraq, che descriveva, lo scorso fine settimana, Donald Trump come un guerrafondaio, ignorando ovviamente che il generale iraniano che è stato ucciso era implicato in quasi tutte le guerre che la regione ha vissuto in questi ultimi trent’anni.

Invece di trovare nella sinistra occidentale un loro naturale alleato, le popolazioni locali che lottano per la libertà finiscono per avere come amica l’Unione Europea volontariamente impotente e come falsa amica una destra repubblicana americana la cui unica preoccupazione nella regione, in realtà, è la difesa di Israele.

Infatti, nella regione, più dell’imperialismo americano, è la lotta contro il nemico sionista che dà il senso di ogni presa di posizione. La causa palestinese è così sacra da superare tutte le altre.

Poco importa che Kassem Soleimani sia la causa della morte di migliaia di siriani perché “combatte” lo Stato ebraico. La guerra tra i diversi assi che scuote il Medio Oriente non ammette il non-allineamento. Non è tollerato, non è neanche ammesso che si possa sostenere la causa palestinese e opporsi al progetto iraniano nella regione, poter allo stesso tempo denunciare l’intervento russo in Siria e quello saudita in Yemen, senza per questo essere un sostenitore dei gruppi siriani più radicali o degli huti (i ribelli sciiti yemeniti, NdT). Non è tollerato, e non è ammesso, che si possa pensare che la morte di Soleimani non è una così triste notizia per le popolazioni della regione e preoccuparsi, allo stesso tempo, che siano le prime a pagarne il prezzo.

Traduzione di Cinzia Nachira

Tratto da L’Orient le Jour