di Gippò Mukendi Ngandu

È difficile considerare come semplice operazione militare l’azione ordinata da Donald Trump  in Iraq che ha portato all’uccisione di una decina di persone, tra le quali il generale iraniano Qassem Soleimani, a capo delle unità speciali della guardia rivoluzionaria iraniana, così come del  “luogotenente” iracheno Abu Madhi al-Muhandis, principale dirigente di un movimento sciita pro-iraniano.  

Si è trattato di vero e proprio atto di terrorismo che, nel colpire due uomini alla testa della lista nera statunitense dei terroristi, rischia  non solo di aggravare la situazione mediorientale, ma di rompere anche quella specie di “guerra fredda” che da anni vede confrontarsi l’imperialismo Usa e il regime iraniano che sta accrescendo nell’area il suo ruolo di potenza regionale. 

Si potevano prevedere i segnali di una simile escalation? Difficilmente, nonostante alcuni segnali inquietanti. Proprio il 27 dicembre alcune milizie sciite avevano attaccato una base militare irachena che ospitava alcuni soldati della coalizione internazionale contro l’Isis, uccidendo un civile statunitense e ferendo lievemente quattro soldati Usa. L’Air Force aveva successivamente bombardato alcune basi Hezbollah uccidendo 25 miliziani e ferendone una cinquantina.

Fino a questo momento, tuttavia, Washington aveva condotto una guerra economica nei confronti della Repubblica islamica, moltiplicando le sanzioni contro il suo programma nucleare, nonostante l’accordo raggiunto a Vienna nel 2015, in cui l’Iran aveva accettato di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento, di tagliare del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento e di ridurre di due terzi le sue centrifughe a gas per tredici anni. La risposta non si è fatta attendere. Il regime iraniano ha cercato di destabilizzare il golfo persico colpendo gli alleati regionali di Washington, in particolare l’Arabia Saudita e rafforzando i rapporti con i movimenti sciiti iracheni per contrastare le forze americane presenti nel paese.

Molto probabilmente Trump vuole mettere in pratica alla vigilia delle nuove elezioni presidenziali ciò che aveva promesso ai falchi della sua amministrazione: il ritorno della supremazia americana. Lo vuole a fare a partire dalla regione in cui l’imperialismo americano ha subito e sta subendo le più pesanti sconfitte  a partire dall’inizio del marzo del 2003, quando Bush decise di far guerra proprio all’Iraq. Fu proprio l’intervento statunitense a produrre un cambiamento fondamentale negli equilibri di potere nella regione. Il controllo dell’apparato statale passò, infatti, dalla minoranza sunnita alla maggioranza sciita, oppressa sotto il regime di Saddam Hussein. Ciò provocò, tuttavia, uno dei primi effetti non desiderati, ossia il ritorno dell’Iran, uno dei principali “ Stati canaglia”, a potenza regionale. 

In effetti, il Medio oriente è da allora  teatro di un caos geopolitico, un’instabilità cronica accresciuta dopo la violenta repressione della rivoluzione siriana e delle ribellioni che hanno attraversato lo Yemen e il Bahrein. Di fronte alle difficoltà degli Stati Uniti, sono emerse altre potenze imperialiste o regionali, come la Russia, la Turchia le cui volontà egemoniche si stanno spingendo fin verso l’Africa del Nord, ossia in Libia, l’Iran stesso e l’Arabia Saudita. In questo contesto, gli Stati Uniti stessi hanno intessuto alleanze a geometria variabile, stabilendo accordi ad un certo punto persino con l’Iran e con lo stesso Qassem Soleimani, a capo delle forze iraniane contro l’Isis. Sono proprio le sue ultime azioni militari che lo hanno reso molto popolare nel suo paese.

Il paradosso è che l’intervento avviene proprio quando l’Iraq, il Libano e lo stesso Iran sono  attraversati da un’estesa e intensa mobilitazione sociale che stava mettendo in crisi il quadro politico consolidato. L’inevitabile risultato sarà la ricostruzione in Iran dell’unità nazionale contro l’aggressione imperialista e il ripiegamento su basi confessionali delle mobilitazioni in atto in Iraq e in Libano.

Nel frattempo il rischio di una nuova guerra non è affatto un’allucinazione. Il Pentagono ha  già deciso di inviare 3500 soldati in Medio oriente per rendere più sicure le sue basi nella regione, mentre l’ambasciata Usa in Iraq ha invitato i cittadini americani ad abbandonare al più presto il paese. Nella notte sono stati condotti nuovi attacchi aerei contro le milizie sciite irachene a Bagdad e di sicuro la reazione iraniana non si farà attendere.

Sono ore drammatiche in cui è’ più che mai necessario mobilitarsi contro l’aggressione imperialista statunitense, consapevoli che questa non gioverà affatto ai giovani, alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori che nei giorni passati si sono mobilitati contro i loro regimi corrotti. Le potenze imperialiste, a partire da quella statunitense, hanno dimostrato negli anni di non avere a cuore le sorti delle popolazioni della regione. Una nuova guerra non farà altro che accentuare le sofferenze rafforzando i nazionalismi e i fondamentalismi religiosi.

È perciò importante rimettere in campo una capacità di mobilitazione contro la guerra e di solidarietà internazionalista sulla base di rivendicazioni come:

RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALL’ IRAQ!

USCITA DELL’ ITALIA DALLA NATO!

VIA LE POTENZE STRANIERE DALL’IRAQ E DA OGNI ALTRO STATO DELLA REGIONE!

AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO IRACHENO!