C’ero anch’io la mattina di venerdì 18 ottobre 2019, in piedi, in fondo all’aula n. 28 del Tribunale di Brescia, in attesa del dibattimento processuale a carico del nostro compagno Flavio, addossato al muro, come a voler esorcizzare ed annullare l’accadimento; sì, avevo appoggiato le mie spalle al muro evocando l’improbabile cancellazione del procedimento o quantomeno sperando così di tenermi lontano dall’epicentro degli atti processuali, in modo da non lasciarmi schiacciare dai meccanismi esoterici e stritolanti delle forzature giuridiche.
Entra il giudice Marco Vommaro e il processo ha inizio: mi stacco dal muro, mi porto dietro gli avvocati per sentirne le rispettive argomentazioni quella dell’accusa lunga, altamente risentita, incentrata sulla “violenza” subìta, ovvero essere stato chiamato “negriero, arrogante e sfruttatore”, seguita con attenzione dal p.m. e dal giudice; più concisa e breve, ma efficace e circostanziata l’arringa di Manlio Vicini, l’avvocato difensore di Flavio Guidi, assente il p.m. e con il giudice che sembra impaziente di porre termine al processo, che difatti ha presto fine. Il giudice si ritira. Mi soggiungono alla mente le parole de “Il processo” di Kafka: “La difesa propriamente non è ammessa, ma solo tollerata”; guardo perplesso Flavio e mi sembra che lui ripeta come K: “Sono assolutamente innocente… La mia innocenza non semplifica la causa… Dipende dalle molte sottigliezze in cui si perde il tribunale. Ma alla fine si riesce a cavare da qualche parte, in cui originariamente non c’era proprio niente, una grave colpa”.
Son passati pochissimi minuti… e il giudice ricompare: passa subito alla lettura della sentenza, presumo elaborata e scritta durante il brevissimo tempo appena intercorso tra l’uscita e il rientro.
Sì, giusto il tempo di rigettare le richieste del p.m. (3 mesi di carcere) e pure la richiesta dell’accusa di pretendere un risarcimento di € 10000 da devolvere agli industriali bresciani (sic!), ma purtroppo anche di sancire la condanna per Flavio di pagare € 200 di multa, € 1000 a favore del “diffamato” Giorgio Bosio, il padrone della Motive di Castenedolo, nonché € 1440 di spese processuali. Così la sentenza, dolente nota, emessa il 18 ottobre e depositata il 12 dicembre, data difficilmente dimenticabile e non certamente festosa.
E’ pur vero che Bosio è stato condannato dal tribunale del lavoro per aver violato i diritti dei lavoratori ma non ancora in via definitiva: nota consolante che però suona come una nota stonata. 22 lavoratori in lotta, tra scioperi e picchetti, nei mesi di febbraio e marzo 2016, assunti come pulitori ma addetti alla costruzione di motori elettrici, appoggiati da SiCobas,S.A. e Mag47, licenziati invece di essere inquadrati come metalmeccanici.

E’ ancora “Il processo” di Kafka a confermarmi “l’opinione che già ho del tribunale… Un solo boia potrebbe prendere il posto di tutto il tribunale”, in linea con la sentenza del tribunale del 18 ottobre:
giudizio ingiudicabile, inappellabile, insindacabile del giudice monocratico, del potere giudiziario in mano ad uno solo; unico giudice il re assoluto, o il duce supremo, o come estrema ratio del pensiero unico, del pensiero dominante, di cui si sono autocelebrati leaders indiscussi e poi conclamati tali negli ultimi 25 anni Berlusconi in primis, poi i vari Bossi, Fini, Renzi, e in ultimo Salvini, elettosi salvatore della patria, a difesa dei confini, pronto a far fuori i nemici, pericolosi terroristi, perché armati di stracci e per di più affamati. A salvare Salvini dall’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per l’accusa di sequestro di persona aggravato per la nave Diciotti nel marzo 2019 furono quasi tutti i 5 stelle, ora invece sempre gli stessi pronti a dare autorizzazione a procedere contro l’ex ministro degli Interni; come se il reato prima non sussistesse e poi per incanto invece è apparso in tutta la sua fattispecie, come se macchiarsi p.es. di omicidio possa esser giusto oggi e ieri invece no, o viceversa.

Oggi dare del negriero (=mercante di schiavi) a Tizio può costar caro, pur intuendo che l’aggettivo attualmente non concretizzi ipotesi reali di reato, mentre la legge è pronta, come fortunatamente abbiam visto, a condannare Tizio, se colpevole di sfruttare il lavoro subalterno e di trattare duramente i propri dipendenti: tale individuo Garzanti linguistica definisce “negriero”!
Mercanti di schiavi ieri, oggi non più, trafficanti di migranti, semmai. Schiavi ieri, ed oggi?

Il 2/6/16 su https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani si legge che, secondo l’Indice Globale della schiavitù, rapporto redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF), l’Italia è terza in Europa per numero di schiavi (129.600), dopo Polonia e Turchia, mentre a livello mondiale, al primo posto c’è l’India (18,35 milioni di schiavi), seguita da Cina (3,39 milioni), Pakistan, Bangladesh, Uzbekistan, mentre la Corea del Nord, con i suoi 1,11 milioni di schiavi è al primo posto per percentuale di schiavi rispetto alla popolazione (4,37%). Ammonterebbero a 48,5 milioni le persone in stato di schiavitù o vittime del traffico di esseri umani: se si riunissero in un solo paese, costituirebbero il 27° stato più popoloso al mondo. Inoltre, l’Italia è al 42° posto nella lotta contro lo sfruttamento: l’impegno del governo italiano è giudicato ancora insufficiente.
Andrew Forrest, fondatore della WFF, ha dichiarato che “la schiavitù moderna concerne situazioni di sfruttamento cui la vittima non può sottrarsi a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere”.

Il 2 gennaio prossimo uscirà sul grande schermo il nuovo film di Ken il rosso “Sorry We Missed You” e Alessandra Magliaro scrive un articolo dal titolo “Ken Loach, vi racconto gli schiavi di Amazon” e come sottotitolo “Il capitalismo esige profitti sempre maggiori e un proletariato sempre più sfruttato” (su http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema). Il film “racconta la discesa negli inferi della working class ridotta a schiavitù nell’illusione turbocapitalista… Siamo nella provincia inglese… non più contratti regolari, non più assicurazioni… non ci sono ferie, non ci sono emergenze, non ci sono diritti… e venire stritolati da un infernale meccanismo di competizione, deregulation… Persino fare pipì è un lusso: si ferma il camioncino delle consegne ad orologeria e si fa nella bottiglia, neanche un minuto e si riparte, perchè tutto è tracciato, tutto è una performance obbligata”.
Quanto accade nel film di Loach non è solo della realtà inglese, ma anche di quella italiana.
La compagna Eliana Como, sindacalista FIOM dell’Opposizione CGIL, scrive, il 21 dicembre, su FB: “21 multe,ognuna tra i 1000 e i 4000 euro, ai manifestanti che il 16 ottobre parteciparono allo sciopero indetto dal Si Cobas alla tintoria Superlativa a Prato. Quei lavoratori non ricevevano lo stipendio da 7 mesi. La questura di Prato ha ‘semplicemente’ applicato il DL sicurezza, che, anzi, per sanzionare il blocco stradale consentirebbe persino il reato penale oltre che amministrativo. Così, in questo paese, un padrone può non pagarti lo stipendio per mesi, ma un lavoratore non può bloccare la strada per protestare. L’abrogazione dei DL sicurezza deve essere una pregiudiziale, prima di sedersi a qualsiasi tavolo con qualsiasi governo”.
E a proposito di sicurezza, ma di sicurezza sul lavoro però, il 2019 è stato un anno terribile per i morti sul lavoro, che purtroppo è sempre più una tragedia infinita: il 1° semestre da record con 482 infortuni mortali, e con meno di 1000 a fine anno (5 morti ogni 2 giorni), dati Inail che non tengono ovviamente conto delle morti dei lavoratori in nero.

A proposito, invece, di DL sicurezza (da abrogare, signore&signori PD&5stelle!), in virtù del quale ieri sera, 30 dicembre 2019, il potere, forte della sua arroganza e senza vergogna alcuna, ha arrestato Nicoletta Dosio! Non ho parole, solo rabbia! Ora e sempre No-Tav!

Vic