Come sembrano lontani quegli anni, quando gli italiani di sinistra si sentivano un po’ il “faro” della sinistra europea! Avevamo il partito comunista più grande d’Europa (tra il 27 e il 34% dei voti negli anni Settanta ed Ottanta) e l’estrema sinistra più radicata, se non elettoralmente (mai oltre il 2%) almeno in termini di peso politico e culturale (80 mila militanti a metà anni ’70, 3 quotidiani, ecc.). Con gli anni ’90 le cose hanno cominciato a cambiare, in seguito soprattutto alla mutazione genetica del PCI-PDS-DS, ma l’affermazione di Rifondazione Comunista (intorno al 6/9% dei voti in quel decennio, con punte del 12-15% in alcune elezioni locali, come quelle di Torino e Milano) ci permetteva ancora di “tirarcela” in giro per l’Europa: qui da noi la sinistra “radicale”, come si iniziò a chiamarla in quegli anni, aveva ancora un peso politico, sia elettoralmente che in termini di militanza e radicamento sociale, che, se non poteva più rivendicare una specie di primato, restava comunque uno dei “laboratori” più interessanti in Europa. Dopo gli scossoni della fine degli anni ’90 (rottura del PRC, nascita del PdCI “cossuttiano”, ecc.) ci fu un rilancio durante la stagione del “movimento dei movimenti” (2000-2003) che permise anche un certo recupero, anche elettorale: i due “partiti comunisti” si aggiravano intorno all’8/9% dei voti tra il 2001 e il 2008, sostanzialmente mantenendo la forza elettorale del PRC del decennio precedente. Ma l’abbraccio mortale col centro-sinistra di Prodi, tra il 2006 e il 2008, fu l’inizio del declino, iniziato oltre un decennio fa e aggravatosi negli ultimi anni. Se ancora alle elezioni europee di dieci anni fa gli eredi del PRC (divisi, ovvio) riuscivano a portare a casa un 6,5% (nessun seggio, vista la nuova legge elettorale voluta da PD e berlusconidi), il nuovo decennio portava con sé una novità assoluta nel panorama della sinistra europea: la sinistra “radicale” italiana non solo non era più la “numero uno” in Europa (primato già perso, tra crisi dei “gruppi” e involuzione del PCI, già negli anni ’80), ma era (ed è) diventata il fanalino di coda. E persino volendo essere generosi e considerare l’intero campo progressista (autodefinitosi tale), comprendendo quindi non solo i Verdi, ma anche il PD, il “progressismo” italiano è uno dei più deboli d’Europa, intorno al 25% dell’elettorato, mentre l’estrema destra nostrana è diventata probabilmente la più forte d’Europa, grazie all’effetto Salvini e, in minor misura, Meloni. Di seguito ecco alcuni dati, relativi alle elezioni di quest’ultimo anno (europee o, come in Norvegia e Regno Unito, parlamentari).  Un’avvertenza: è sempre difficile fare dei paragoni tra situazioni politiche diverse. Come considerare, per esempio, il Labour Party britannico a guida Corbyn? Se con Blair, 20 anni fa, poteva essere considerato la destra del già ultramoderato gruppo socialista a Strasburgo, oggi ne è sicuramente l’ala sinistra, più a sinistra, per esempio, di Syriza, un gruppo che appartiene al GUE (Sinistra Unitaria Europea, alleanza dei partiti della sinistra “radicale”). I partiti britannici che, prima di Corbyn, potevano essere considerati a sinistra dei laburisti (Verdi, SNP, Sinn Fein, ecc.) oggi come dobbiamo considerarli? Insomma, la tabella che vi propongo non è troppo precisa. Ha un valore puramente indicativo. Ma dà il senso della profonda crisi della sinistra d’opposizione (e non solo) in Italia.

Accanto al paese, la percentuale di voti presa dai partiti a sinistra della socialdemocrazia e dei Verdi.

  1. Grecia                       42% (10% a sinistra di Syriza)
  2.  Portogallo                22%
  3.  Spagna                     18%
  4.  Paesi Bassi               18%
  5.  Danimarca               15%
  6.  Francia                     15%
  7.  Slovenia                    11%
  8.  Finlandia                  10%
  9.  Germania                  10%
  10.  Norvegia                      9%
  11.  Rep. Ceca                     9% (21% con i Pirati)
  12.  Belgio                           9%
  13.  Svezia                           8%
  14.  Regno Unito                8%
  15.  Italia                            3,5%
  16.  Austria                         3%

Come si vede, ho evitato di considerare paesi come la Polonia, l’Ungheria, la Romania, ecc., dove la sinistra più o meno radicale è inconsistente da molti decenni, se non da sempre. E ciò affonda le radici non solo nel dominio della burocrazia stalinista e post-stalinista, che hanno reso inviso il concetto stesso di “sinistra”, di “socialismo” e “comunismo” agli occhi di milioni di cittadini, ma ancor più addietro, nell’arretratezza sociale, politica e culturale dell’Europa orientale. La cosa più deprimente è che questa tendenza all’indebolimento sembra aggravarsi qui da noi, mentre nel resto d’Europa (soprattutto nei paesi nordici), almeno a giudicare dai sondaggi, le forze alla sinistra della socialdemocrazia sembrano crescere significativamente. I recentissimi tentativi di rimettere insieme i cocci, come l’assemblea di Roma di sabato 7 dicembre, dopo tante rotture e false partenze, riusciranno a invertire la tendenza?

FG