Per decenni nelle democrazie parlamentari andare a votare ha significato definire dettagli della stessa logica neoliberista. Questa volta in Gran Bretagna è diverso

Per quasi quarant’anni in occidente la massima espressione della democrazia parlamentare, il voto, si era ridotta alla scelta tra varie versioni della stessa logica neoliberista: privatizzazione, deregolamentazione e finanziarizzazione. Privi di offerte alternative, i partiti abbandonavano le classi subalterne, si affidavano ad agenzie di marketing per simulare differenze cosmetiche tra programmi che non hanno fatto altro che aumentare diseguaglianze e alimentare rabbia sociale. 

Ma giovedì 12 dicembre in Gran Bretagna sarà diverso. Qui ci si gioca tutto. L’egemonia neoliberale ha creato miseria e povertà, trasferendo ricchezze inspiegabili nelle tasche di pochi. Nella quinta economia mondiale, 14,3 milioni di persone sono classificate come povere, non potendo soddisfare i bisogni di base. Nel 2018-2019 una famiglia su cinquanta ha fatto uso di banche alimentari. Il 25% delle famiglie che rischiano di finire senza una casa hanno un reddito fisso che non basta a coprire l’affitto. Dal 2012, i tagli alla sanità pubblica hanno causato 130 mila morti «evitabili»

Il Labour di Jeremy Corbyn promette di porre fine non solo a questa tragedia, ma alla logica che l’ha resa possibile, se non inevitabile. Contro di essa vi è una proposta sostanzialmente socialdemocratica, per quanto radicale, che ridà allo stato un ruolo centrale nell’arginare e combattere le dinamiche peggiori di un sistema capitalista. Reinvigorire il sistema sanitario; riportare servizi chiave come l’energia, le poste, l’acqua e il sistema ferroviario sotto il controllo pubblico; eliminare quelle tasse universitarie che portano lo studente medio a finire gli studi con 50.000 sterline di debito; riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro in favore di quest’ultimo. 

Fino a qui, il manifesto del Labour propone un ritorno al welfare state prima che la Thatcher ne cominciasse lo stillicidio, proseguito poi a destra come a sinistra per quasi quarant’anni. Ma il documento programmatico non guarda solo al passato. Per scongiurare il cataclisma climatico che ci attende, il Labour propone una Green Industrial Revolution che promette di ridurre la grossa parte delle emissioni entro il 2030. Per garantire un servizio ormai vitale a tutti propone di nazionalizzare la rete internet, offrendo un accesso gratuito e universale alla fibra ottica. Per contrastare la perdita di posti di lavoro causati dall’automazione promette una settimana lavorativa di 32 ore senza variazioni di stipendio entro dieci anni. 

Si tratta di un cambiamento fondamentale e sicuramente anche radicale, ma a leggere i giornali quasi ci si sorprende di non trovare un capitolo sulla dittatura del proletariato. È un segnale del successo egemonico della logica neoliberista che un programma del genere possa esercitare tanto astio e fascinazione. Questo non è per sminuire il potenziale enorme del cambiamento proposto dal Labour, ma per sottolinearne l’importanza. L’immersione quasi completa in un paradigma egemonico ha oscurato tutto ciò che viene relegato fuori dai parametri del possibile. Impossibile così è diventato tutto ciò che non segue una logica spacciata per naturale: quella del mercato, del profitto, dell’accumulazione infinita, del progresso misurato con il Pil. 

Il Labour ha e avrà tante colpe, e il suo manifesto è ben lontano dal delineare la creazione di una società socialista che contrasti sistematicamente le contraddizioni del capitalismo. Ma la proposta che i britannici andranno a votare il 12 Dicembre ricorda a tutti che esiste un’alternativa alle diseguaglianze che caratterizzano le nostre società, frutto di scelte e non effetti collaterali di politiche necessarie. 

È esattamente per questo motivo che le élite culturali, politiche ed economiche che hanno guadagnato di più dal sistema che aiutano a tenere in piedi, hanno dichiarato guerra aperta a Corbyn e ciò che rappresenta. Incapaci di attaccare le proposte politiche, consci della loro popolarità tra l’elettorato, i media britannici si sono scagliati sul leader, trasformandolo in un antisemita, simpatizzante terrorista o traditore della patria. Così, mentre l’ex-premier conservatrice Theresa May svelava una statua dedicata alla parlamentare Nancy Astor, nota per aver descritto Hitler come un’ottima soluzione per il «problema globale» dell’ebraismo e del comunismo, Corbyn finiva su tutte le prime pagine per non essersi scusato personalmente per l’ennesima volta riguardo episodi di antisemitismo avvenuti in un partito di oltre 500 mila persone. Mentre la Bbc, televisione pubblica, eliminava le risate da un video in cui Boris Johnson veniva deriso dal pubblico per la sua disonestà, Corbyn finiva sulle prime pagine per non avere l’abitudine di guardare il discorso della regina il giorno di natale. 

Quando si ripete un messaggio un numero sufficiente di volte, questo entra anche nelle teste con maggiori difese. È la regola più antica della propaganda. Bussando alle porte, parlando con le persone sul ciglio delle loro case, ci si accorge della confusione creata da questi messaggi. Gente che ha votato Labour tutta la vita, entusiasta fino a pochi mesi prima del cambiamento portato da Corbyn, ora non riesce a fidarsi di lui. È anti-semita, è un terrorista, è troppo duro, è troppo debole, non ha preso sufficienti posizioni sul Kashmir, ha preso troppe posizioni sul Kashmir, non vuole veramente il potere, è solamente a caccia di potere. Da una porta all’altra critiche contraddittorie, specchio del fuoco incrociato mediatico e delle aggressive campagne mirate sui social media. 

La diffidenza nei riguardi di Corbyn rappresenta un problema superato solamente dall’onnipresente tema della Brexit. Molte delle roccaforti tradizionali nel nord del paese hanno votato per lasciare l’Unione europea nel 2016 e tre anni di caos non hanno fatto altro che dimostrare, ai loro occhi, che il cambiamento che avevano democraticamente cercato non avverrà di certo grazie alla classe politica di Westminster. Sorprende poco quindi che questa parte dell’elettorato non si fidi del partito che promette un cambiamento radicale della società, preferendo invece l’uomo che offre una cosa sola: Get Brexit Done è lo slogan della campagna di Boris Johnson. 

Nonostante ciò, non è detto che la disillusione per il Labour si trasformi in voti per i Conservatori; in molti di questi territori votare per i tories è semplicemente un tabù. Non solo, ma il senso di abbandono in queste zone ha talmente alienato gli elettori dal sistema politico che molti semplicemente non andranno a votare. Inoltre, il rifiuto di Corbyn di schierare il suo partito apertamente contro la Brexit, attirandosi il disprezzo di quella classe media londinese per cui voler uscire dall’Ue è un segno inequivocabile di analfabetismo, ha permesso ad alcune fasce di elettori di rimanere legati al Labour. 

A ogni azione, però, ne corrisponde una uguale e contraria, e la strategia di Corbyn ha permesso al terzo partito, i Liberal Democrats, di dipingersi come l’unico capace di fermare la Brexit, arrivando addirittura a promettere di cancellare il risultato del referendum. Esemplare perfetto di dissonanza cognitiva, l’elettorato dei Lib-Dem sostiene candidati in seggi elettorali dove non hanno possibilità di vincere, levando voti vitali ai candidati Labour sostenitori del Remain. Consci che in un sistema maggioritario il loro voto sprecato equivale a una vittoria del candidato Conservatore e pro-Brexit, i Lib-Dem si cimentano in voli pindarici e ragionamenti astratti per celare una natura liberale di destra. 

I sondaggi danno i Conservatori tra i 7 e i 15 punti percentuali avanti rispetto al Labour, con i Lib-Dem ormai stabili intorno al 13%. Undici punti di media sono tanti, ma non tanti di più rispetto ai dati del 2017, quando Corbyn sorprese tutti. Deboli nel misurare i voti dei giovani e di quelli che non hanno mai votato prima, è probabile che i sondaggi sottostimino il peso di queste fasce di elettorato. I dati mostrano che a registrarsi a votare per la prima volta sono state 3,2 milioni di persone rispetto ai 2,3 del 2017, e che di quel totale il 67% ha meno di 35 anni. Considerando che i giovani votano in larga parte per il Labour, resta da vedere se siano distribuiti nelle zone in cui il loro voto può fare la differenza. 

Resta l’ostacolo di votare quando arriva il momento; le fasce demografiche che preferiscono il Labour sono anche quelle che tendono a votare di meno. Per assicurarsi un’affluenza elevata, il movimento che appoggia il Labour ha messo in piedi una macchina da guerra ben organizzata. Ogni giorno, sfidando il freddo e la pioggia, migliaia di volontari armati di tabulati e volantini tappezzano le strade dei seggi più marginali per incoraggiare a votare Labour il 12 dicembre. Se il Labour farà bene giovedì prossimo sarà soprattutto grazie a loro e alla loro passione, sintomo dell’attrazione esercitata dal programma politico di Corbyn. 

Una maggioranza assoluta sembra, in ogni caso, inarrivabile, ma se il Labour diventasse il primo partito spetterebbe a Corbyn creare un governo di coalizione, e lo Scottish National Party ha già promesso il suo appoggio in cambio di un nuovo referendum per l’indipendenza. Con ogni probabilità, il partito di Boris Johnson imploderebbe, dando il via a una guerra intestina. Per il movimento legato al Labour invece si tratterebbe solamente dell’inizio di una nuova fase della lotta. Troppo spesso un partito è arrivato al governo solo per tradire i propri ideali in nome della realpolitik; troppe volte la sinistra si è trasformata nel nemico che aveva promesso di combattere. Concentrarsi solamente sul risultato elettorale omette la fondamentale considerazione che gli apparati statali oggi riproducono strutturalmente relazioni sociali di stampo capitalistico. La logica neoliberale pervade i trattati internazionali, le leggi, la mentalità acquisita dai funzionari e i burocrati e non sarà un risultato elettorale a cambiarne l’essenza. Se a questo si aggiunge il sabotaggio che avverrà quotidianamente per ostacolare in ogni modo la realizzazione del programma laburista, diventa chiaro che spetta ai movimenti il ruolo fondamentale di continuare la lotta dentro e contro lo stato, difendendo il successo elettorale senza per questo allentare la pressione sul governo e il partito. 

Ma il 12 Dicembre potrebbe anche essere una giornata nera. Ad oggi, i sondaggi prevedono una maggioranza assoluta per il partito di Boris Johnson, aggiungendo un posto alla tavola dei populismi autoritari al potere. Nonostante il razzismo, l’omofobia, il disprezzo che prova per i subalterni e una rinomata tendenza a mentire, i media lo hanno sempre dipinto come un innocuo buffone, un ritratto che gli ha permesso di rimanere inscalfito durante la sua carriera. Avendo venduto la Brexit come la soluzione a ogni problema del paese, Johnson è riuscito a nascondere la totale assenza di un programma politico o di una visione per il futuro; una parte dell’elettorato è disposto a seguirlo pur di veder portare a termine la promessa del referendum, l’altra difende i propri interessi di classe. 

Se ciò avverrà, la leadership di Corbyn sarà messa in discussione e le varie correnti all’interno del Labour si scontreranno per decidere chi prenderà il suo posto, ma l’energia e la passione che ha ispirato non saranno disfatte facilmente. I media, i moderati e Tony Blair diranno che il radicalismo non vince le elezioni, ma la verità è che negli ultimi quattro anni le idee che Corbyn ha riportato alla luce si sono radicate fortemente tra le migliaia di nuovi membri del partito (circa 350 mila persone) e tra i nuovi dirigenti. Il partito «tranquillo» – citando Franceschini, il centrismo à la Tony Blair tanto amato dai dirigenti del Pd non ha un futuro perché non offre una soluzione alle disuguaglianze che ha contribuito a creare. 

Questo non nega l’urgenza di un’autocritica. L’incapacità della leadership, per esempio, di articolare un discorso di classe capace di conquistare un elettorato devastato dalle politiche degli ultimi quarant’anni. O la timidezza con la quale ha provato a creare una contronarrativa sul tema dell’immigrazione. Non solo, ma una sconfitta dovrà stimolare un discorso volto a cercare strategie che vadano oltre il processo elettorale. Ci avviciniamo spediti verso il punto di non ritorno, quando i processi messi in moto dal riscaldamento globale non potranno più essere fermati. Ritardare di altri cinque anni una rivoluzione verde, non solo per il taglio di emissioni a livello locale ma per l’influenza che può avere a livello internazionale, equivale a giocare con il futuro dell’ecosistema globale. 

Questo giovedi 12 dicembre in Gran Bretagna non si terranno elezioni normali. Qui ci si gioca tutto. 

 *Niccoló Barca è un giornalista freelance. Studia nel dipartimento di Media e comunicazione dell’Università di Goldsmiths, Londra. Si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. 

Da Jacobin Italia