nella foto Tolosa “la rossa” il 5 dicembre

di Fabrizio Dogliotti

Lo sciopero del 5 dicembre, indetto contro la riforma del regime pensionistico francese del presidente Macron, ha avuto uno schiacciante successo. I fatti: un milione e mezzo di manifestanti in tutto il paese secondo i sindacati, 250.000 dei quali solo a Parigi, e una grande partecipazione anche nelle città minori, un centinaio, cosa che non si vedeva da anni. Le percentuali di adesione allo sciopero sono state anch’esse altissime: pure se i dati ufficiali erano come sempre al ribasso,  tutti gli osservatori sono stati concordi nel sottolineare la grande adesione alla mobilitazione. In realtà, nei settori storici del conflitto sindacale francese, i trasporti e l’educazione, le percentuali pare oscillassero dal 60 al 90%. Manifestazioni particolarmente combattive. E non tanto per gli incidenti avvenuti nei dintorni di Place de la République (ci torniamo più avanti) ma per la fermezza e la collera che la controriforma di Macron ha risvegliato nella società francese.

Evidentemente, la memoria di molti (almeno di quelli che c’erano) corre all’autunno del 1995, quando non solo gli scioperi paralizzarono totalmente il paese per tre settimane ma si formò fra i francesi una nuova forma di solidarietà -mai sperimentata in precedenza- che lasciò una sensazione indimenticabile di un’intera comunità unita e in lotta. Curiosamente, la causa delle storiche mobilitazioni di ventiquattro anni fa fu proprio un tentativo di “riformare” il sistema pensionistico da parte del governo conservatore di Alain Juppé. La manovra fallì miseramente e la gente tornò ai posti di lavoro col sorriso sulle labbra: tutti insieme, avevano vinto.

E’ presto per dire se siamo all’inizio di un’epopea simile; sicuramente ne esistono alcune condizioni di fondo ma altre sono cambiate e inviterebbero a una riflessione più cauta, come per esempio la determinazione dell’esecutivo di Macron per arrivare a una resa dei conti col movimento dei lavoratori del suo paese o i numerosi e frequenti tentennamenti delle direzioni sindacali, impegnate a non tirare troppo la corda. Tuttavia, il fatto che le organizzazioni sindacali dei “cheminots” e degli altri trasporti nazionali abbiano convocato uno sciopero a oltranza per i prossimi giorni lascia aperta una porta alla radicalizzazione della lotta.

Le ragioni della rabbia

Semplificando un po’, la proposta di riforma del regime pensionistico, nonostante il linguaggio tecnico difficile e fumoso che la caratterizza, ha come obiettivo semplicemente quello di smantellare uno dei pilastri fondamentali dello Stato sociale francese. Il diritto a un regime pensionistico articolato e che garantisce condizioni dignitose venne duramente conquistato in Francia dopo la II Guerra mondiale. E’ un diritto che da anni viene laminato e ritoccato al peggio ma la riforma di Macron avrebbe la forza di un vero e proprio colpo di maglio: propone di lavorare per più anni e per meno soldi, attraverso un sistema di “punti” per anni lavorati che eliminerebbe gli attuali parametri, molto più favorevoli ai lavoratori, estendendo lo stesso calcolo contributivo a tutte le categorie e tutti i settori. In nome dell’uguaglianza, si tagliano le pensioni a tutti. Geniale. Insomma, una Fornero d’oltralpe. Tra l’altro, le ragioni che si strombazzano a gran voce su quasi tutti i media e negli studi televisivi sono esattamente le stesse del governo Monti: eliminare i settori “privilegiati” (cercando la divisione fra lavoratori), adeguare il sistema alle nuove “sfide epocali” come l’aumento della speranza di vita, risanare il deficit “assolutamente ingestibile” dei vari enti pensionistici, eccetera.

La pretesa oggettività contabile e scientifica di questi pretesti nasconde in realtà la chiarissima volontà di governi e padroni di risparmiarsi i miliardi di euro di questo settore a spese dei lavoratori, magari guadagnandoci qualche soldo in più con la privatizzazione di pezzi del sistema. Sarà un’analisi un po’ rozza ma milioni di lavoratrici e lavoratori francesi l’hanno intesa così. E sono scesi in piazza a centinaia di migliaia, dall’industria al pubblico impiego, dalla sanità ai trasporti, per ricordare a Macron che l’attuale sistema di pensioni è diseguale perché molto più giusto.

Qualche riflessione in più

Un primo appunto è quello relativo alla violenza. La manifestazione di Parigi ha registrato scontri ma soprattutto un bilancio repressivo piuttosto pesante: un centinaio di arresti. Ora, la dinamica di questa violenza -o, per meglio dire, del suo racconto mediatico- è sospettosamente simile a quella delle mobilitazioni a Barcellona, a Santiago, a Hong Kong o ovunque. Prima di tutto, assistiamo a una preparazione accurata dello scenario -materiale e discorsivo. Parigi è stata occupata una settimana prima da 6000 poliziotti giunti appositamente e circolavano voci su provocatori che sarebbero arrivati dall’estero per infiltrarsi nelle manifestazioni. Sono pure rispuntati i “black block” degli anni novanta (ma che età avrebbero? Sulla cinquantina…). E quindi gli scontri si verificano puntualmente, profetizzati dal Capo della Polizia e forse anche un po’ ricercati da un atteggiamento molto aggressivo delle forze dell’ordine. La sincronia con la quale governi europei sempre più autoritari hanno approvato leggi e decreti repressivi uno dopo l’altro dovrebbe finalmente essere svelata. La spiegazione è proprio nelle mobilitazioni di questi ultimi tempi o, meglio, nella paura che fanno.

Perché c’è da dire che le mobilitazioni francesi coincidono, almeno temporalmente, con quelle di questi ultimi mesi in tutto il mondo. Questo non significa affatto che si sia messo in moto un nuovo movimento di resistenza globale. Magari! Però, a guardarle bene, hanno tratti comuni. In primo luogo, anche se sembra una nota di costume (ma non lo è) vi si respira una rabbia che probabilmente ha che vedere con un ampio sentimento di impotenza e insofferenza -soprattutto fra le giovani generazioni totalmente precarizzate- verso un sistema di relazioni sociali e politiche sempre più prepotente, che non ha altre cose da offrire se non miseria diffusa travestita da modernità e un futuro incerto.

Non è casuale che nella manifestazione di Parigi ci fosse una presenza visibile dei giovani che si sono mobilitati in questi mesi contro il cambiamento climatico o delle donne che pochi giorni fa riempivano i boulevards della capitale contro la violenza di genere. “Fin du mois, fin du monde” (“fine mese, fine del mondo”, alludendo sia alla precarietà sia ai temi epocali) è l’originale slogan di questi giorni. Tuttavia, nelle piazze francesi il protagonista è, ancora una volta, il movimento dei lavoratori nel suo insieme. Un movimento che -pur frammentato- mantiene ancora la capacità di agglutinare settori sociali diversi, a quanto pare, anche solo su una lotta contro un ingiusto progetto di legge.

In fondo, una delle poste in gioco delle prossime settimane è proprio questa: la capacità d’iniziativa di questo movimento non solo per far ritirare il progetto di Macron ma anche per unirsi e ricomporsi al suo interno su una più ampia piattaforma di lotte e poi per proporsi come referente egemonico dell’insieme delle sensibilità sociali e politiche che attraversano la società francese: l’ambiente, il lavoro, le libertà democratiche e l’antiautoritarismo, l’antirazzismo. Evidentemente, si tratta di un discorso di più ampio respiro, che ha bisogno di tempo, di volontà d’incontro e di confronto e di idee. Ma si può tentare… In questo senso, un dato che non è da sovrastimare ma che sembra importante è la partecipazione attiva dei “gilets jaunes” alle mobilitazioni.