L’ampiezza del dibattito in Bolivia (molto meno nella sinistra argentina e in quelle di altri paesi dell’America Latina, che mal sopportano le severe critiche al comportamento di Evo Morales) ha spinto “il manifesto” ad articolare la sua posizione, accettando almeno le critiche all’ex presidente provenienti dal femminismo boliviano. In realtà, seguendo il dibattito reale, emergono molti elementi che contrastano con la lettura della crisi come esclusivamente dovuta a un golpe guidato dagli Stati Uniti, negando la spiegazione che la riconduce a un abile inserimento di varie destre conservatrici e a volte razziste nei conflitti interni alla sinistra e allo stesso MAS. Seguendo la stampa on line boliviana ad esempio già subito dopo la partenza di Evo è risultata un’esagerazione la notizia della caccia alla whiphala, certo voluta da Camacho, ma tanto poco generalizzata che la bandiera simbolo della multiculturalità del paese spiccava alle spalle di Janine Añez durante il suo giuramento, e anche su una parte della fascia presidenziale che indossava. E soprattutto la versione che attribuisce tutta l’opposizione ai “fascisti”, analogamente a quanto si è fatto in Venezuela per mettere a tacere le voci critiche provenienti dal chavismo, non riesce a spiegare l’accordo per un percorso elettorale condiviso tra la Añez e i neo eletti alla presidenza delle due camere, Eva Copa e Sergio Choque, entrambi del MAS, e che hanno ricevuto le congratulazioni dall’ex presidente esiliato. Non ho molta fiducia nell’esito dell’accordo, che dipenderà ovviamente dai rapporti di forza tra le due parti di una Bolivia più spaccata che mai, ma bisogna comunque spiegare perché la maggioranza del MAS dopo averli eletti si è riunita e ha approvato l’intesa. Ne riparleremo, perché la crisi va descritta senza forzature, e non solo constatando l’ovvietà, cioè che con tutti i suoi difetti avere un presidente indio come Evo Morales non è la stessa cosa che avere un presidente bianco, imprenditore e oligarca come Macri… 

Perché dimenticare che la crisi è cominciata con un referendum perso, e fatto invalidare da giuristi servizievoli? (a.m.)

Bolivia, femministe unite contro il golpe, divise su Evo 

di Claudia Fanti 

Il manifesto 28.11.2019

Con la firma dell’accordo per nuove elezioni in Bolivia, il governo de facto ha ottenuto quello che voleva: legittimare se stesso e convocare da una posizione di forza un nuovo processo elettorale senza la partecipazione di Evo Morales e Álvaro García Linera. Benché il Mas sia almeno riuscito a riprendere il controllo dell’Assemblea legislativa plurinazionale, la rinuncia a proseguire la lotta nelle strade fino a far cadere l’autoproclamata presidente non convince tutti all’interno della base sociale del Mas.

E, CON LA PERSECUZIONE IN ATTO dei dirigenti del partito, non mancano i dubbi neppure sull’«accordo di pacificazione» raggiunto con il governo de facto dai dirigenti delle organizzazioni del Pacto de unidad, la coalizione a sostegno di Morales. Che anche tra gli alleati dell’ex presidente sia mancata, fin dal’inizio, compattezza e decisione, sembra evidente già dal fatto che sia stato lo stesso leader della Central Obrera Boliviana Juan Carlos Huarachi a consigliare a Morales di dimettersi e che la Federación Sindical de Trabajadores Mineros de Bolivia abbia definito «inevitabile» la sua rinuncia («Applaudiamo la tua gestione, ma è finita»). Una questione sollevata anche dall’antropologa e militante femminista argentina (ma residente in Brasile) Rita Segato, secondo cui il Mas avrebbe avuto difficoltà a richiamare più gente per le strade a El Alto «non solo per la repressione», ma anche per i «dubbi sulla figura de Evo».

E NON DUBBI, MA VERE ACCUSE ha rivolto a Morales l’antropologa, a cominciare da quella di maschilismo, espresso in modo significativo dalla terribile frase sulla «quindicenne» che l’ex presidente si sarebbe portato con sé il giorno in cui avesse deciso di ritirarsi. Respingendo come una sorta di «ricatto» l’idea che questo non sarebbe il momento opportuno per le critiche, Segato non ha esitato, pur senza negare la realtà di «un atroce colpo di stato», a descrivere Morales come vittima del «generale discredito» suscitato da «varie delle sue azioni».

Una posizione, quella dell’antropologa, che ha suscitato enorme scalpore in Bolivia, evidenziando le divisioni esistenti anche tra le forze popolari, in particolare in ambito femminista. Contro il suo intervento si è subito pronunciato un gruppo di «donne dei territori ancestrali», che, accusandola di essere espressione di un «femminismo bianco», ha evidenziato, tra l’altro, come «per una donna indigena che vive il machismo e la violenza nella vita quotidiana non è la stessa cosa trovarsi di fronte a medici che violano i suoi diritti o di fronte a un servizio di salute laico e rispettoso della salute ancestrale».

E UN PROFONDO DISSENSO rispetto alla sua posizione, definita «accademica» e distante dalla lotta di strada è stato espresso anche dalle donne del Femminismo comunitario de Abya Yala, le quali hanno in particolare contestato il momento scelto dalla femminista argentina per rivolgere le sue critiche al «processo di cambiamento» avviato da Morales: «Ciò di cui abbiamo bisogno ora è che il mondo condanni il golpe fascista, i massacri, le persecuzioni e le violenze. In questo momento, quello che importa è la vita». E ciò benché, come ha spiegato una delle principali rappresentanti del femminismo comunitario, Adriana Guzmán, non siano di certo infondate le critiche al modello economico, all’estrattivismo e anche al machismo di Morales. Ma, precisa, avere un presidente in cui ha potuto rispecchiarsi la lotta delle organizzazioni sociali «non è la stessa cosa che avere un presidente bianco, imprenditore e oligarca come Macri».

Per questo «era importante che Evo fosse presidente», ha aggiunto, evidenziando come il golpe abbia voluto stroncare proprio questo processo di «trasformazione quotidiana», in maniera che il buen vivir, l’autodeterminazione, l’autogoverno indigeni non rappresentino più una possibilità.

NON SONO MANCATE però neppure reazioni di altro tipo, come quella espressa attraverso un comunicato «in appoggio a Rita Segato» firmato da un folto gruppo di femministe boliviane, a cominciare dalle più conosciute Silvia Rivera Cusicanqui e María Galindo, già autrice, quest’ultima, di un duro intervento sul «governo corrotto, ecocida, misogino e caudillista» dell’ex presidente.

L’idea che Morales «vada sostenuto acriticamente» – scrivono – non è l’«unica visione legittima da una prospettiva indigena»: «La condanna del golpe è collettiva e indiscutibile, ma ciò non vuol dire rinunciare alla critica dinanzi a un conflitto che va oltre il colpo di stato».

Vedi di Silvia Rivera Cusicanqui: https://brecha.com.uy/un-largo-proceso-de-degradacion/