Dopo Kerbala, Najaf. Dopo Najaf, Nassiriya. La rivolta irachena ha individuato il nemico esterno: l’Iran. Una folla di manifestanti ha dato alle fiamme il consolato iraniano nella città santa sciita, urlando “l’Iran fuori dall’Iraq”. Il personale diplomatico iraniano era stato evacuato prima dell’attacco. Secondo testimoni, le forze di sicurezza hanno usato lacrimogeni e pallottole vere per disperdere i dimostranti. Sei di loro sono morti e 50 sono stati feriti durante gli scontri. Dopo l’attacco, nella città è stato imposto il coprifuoco, il governatore di Najaf, Luay al-Yassiry, ha annunciato anche la chiusura degli uffici pubblici.

Najaf è un luogo simbolo per gli sciiti. Ospita il mausoleo del primo imam, Ali, ed è terza dopo la Mecca e Medina per numero di pellegrini accolti ogni anno. A Najaf ha seguito gli studi sacri l’ayatollah Khomeini, padre della rivoluzione islamica iraniana. Se brucia il consolato iraniano brucia qualcosa di più dell’edificio: in fiamme va l’autorità stessa dell’Iran in tutto il mondo sciita. Da Kerbala, altra città santa sciita, a Najaf, da Nassiriya a Baghdad: i manifestanti sciiti danno alle fiamme le immagini della Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei e di Qasse Soulimani, il potente generale che comanda l’unità d’élite Quds dei Pasdaran, l’uomo che tiene le fila, e i cordoni della borsa, del rapporto tra il regime di Teheran e le milizie affiliate in Medio Oriente: da Hezbollah in Libano alla Jihad islamica e Hamas in Palestina, dalle milizie paramilitari irachene agli Houth in Yemen. 

In una breve dichiarazione rilasciata al sito al Ahd News, il vice comandante del Consiglio per la mobilitazione popolare (organo di comando delle milizie a maggioranza sciita), Abu Mahdi al Mohandes, ha avvertito che “qualsiasi mano che si avvicina al santuario e tenta di offendere la guida suprema verrà tagliata”.

Da Teheran è arrivata la condanna per l’assalto al suo consolato. L’Iran chiede alle autorità di Baghdad di punire i responsabili. La “forte protesta” della Repubblica islamica è stata rivolta all’ambasciatore iracheno nel Paese, sottolineando “la responsabilità di garantire la sicurezza delle strutture diplomatiche” da parte delle autorità locali. 

L’Iraq è in fiamme. A Nassiriya, nel sud del Paese, si conterebbero almeno 25 morti e 230 feriti tra i manifestanti. I fatti sarebbero avvenuti prima dell’alba, quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti che si erano radunati su due ponti a Nassiriya, riporta la Bbc. Sempre a Nassiriya, dove è stato imposto il coprifuoco, un gruppo di manifestanti ha dato alle fiamme la sede di un reggimento delle forze di sicurezza irachene, riportano i media locali.

Nell’attacco non ci sono state vittime. Hussein, un avvocato di 32 anni di Nassiriya era sul luogo della protesta: “Hanno aperto il fuoco portando a un bagno di sangue”, ha detto ad al Jazeera. “Quello che sta succedendo a Nassiriya è incredibile -aggiunge – Nulla giustifica questo uso della violenza contro di noi. Noi, il popolo, siamo estremamente arrabbiati. Il nostro sangue sta bollendo. I nostri fratelli sono stati uccisi in modo ingiustificato. Ma questo uso della forza non ci spaventerà. Molti di noi sono usciti per le strade per chiedere giustizia per coloro che sono stati uccisi o mantenere i ponti sotto il nostro controllo”.

Khalifa, un manifestante di 30 anni, ha detto che la maggior parte dei manifestanti a Nassiriya ha perso un fratello o un amico durante gli eventi sanguinosi di oggi. “Il dolore è profondo e questo ci rende solo più irremovibili nel proseguire la protesta”, dice. “Resteremo nelle strade fino a quando le nostre richieste non saranno soddisfatte, indipendentemente dal livello di forza che viene usato contro di noi”.

Dall’inizio della rivolta si stima siano circa 350 le persone che hanno perso la vita e 15mila i feriti. Nonostante la linea dura, la repressione sanguinosa e i reiterati coprifuoco, però, la popolazione continua a scendere in piazza a protestare. “Le nostre richieste? Vogliamo lavorare, vogliamo lavorare. Se non vogliono trattarci come iracheni, allora ci dicano che non siamo iracheni e troveremo altre nazionalità e migreremo in altri Paesi”, afferma un manifestante a Baghdad. La frustrazione coinvolge particolarmente i giovani fra i quali in tasso di disoccupazione è elevatissimo. Fonti ufficiali riferiscono che dal 2004, a un anno di distanza dall’invasione statunitense che ha determinato la cacciata di Saddam Hussein, circa 450 miliardi di fondi pubblici sono svaniti nelle tasche di politici e uomini di affari. Non solo i ministri sono spesso implicati nelle frodi, ma il settore pubblico è sovradimensionato e facile da truffare e si contraddistingue per i migliaia di impiegati “fantasma” che percepiscono stipendi, senza lavorare in realtà.. Il parlamento è estremamente corrotto. Su 328 parlamentari iracheni, 273 non hanno voluto svelare la loro situazione finanziaria al Comitato per l’integrità.

https://www.huffingtonpost.it/author/umberto-de-giovannangeli