Innanzitutto un avviso, diciamo così, tecnico: il calcolo dei seggi non ha molto senso per valutare vincitori e vinti delle elezioni, nello Stato Spagnolo come in qualsiasi stato che non abbia la proporzionale pura. In Spagna vige il sistema proporzionale, ma su base provinciale. Che significa? Vuol dire che non esiste alcun recupero dei “resti” (cioè dei voti che non sono riusciti ad eleggere direttamente un deputato al parlamento). Per cui nelle province poco popolate (dove si eleggono solo due o tre deputati, per esempio, come Cuenca, Segovia, Zamora, Guadalajara, ecc.) un partito che prende il 15 o il 20% dei voti…..li butta via! Infatti ci vuole circa il 50% dei voti (nel caso di due deputati) o il 33% (nel caso di tre) per eleggere qualcuno. Se a questo aggiungiamo che le piccole province rurali sono sovra-rappresentate (chissà mai perché?) fino all’estremo delle exclave in Marocco Ceuta e Melilla (1 deputato ciascuna) a scapito delle aree metropolitane (come Barcellona, Madrid o Valencia, per esempio) ci rendiamo subito conto che il raffronto dei seggi è poco interessante. Ma è quello che interessa i nostri pennivendoli, ovviamente, che si guardano bene dal fare raffronti seri, basati sul numero di voti ottenuti (ammesso che ne siano capaci, visto il livello culturale medio, qui come in Spagna). A noi interessa vedere come vota la “gente”, cioè i numeri assoluti ottenuti dai vari partiti, per capire come si orienta la cosiddetta “opinione pubblica”. Sappiamo (lo ripeteremo fino allo sfinimento) che i dati elettorali sono sempre uno specchio deformato dei reali rapporti di forza nella società. Ma sono comunque uno specchio. Detto questo, veniamo ai dati assoluti provvisori (fonte Ministero dell’Interno spagnolo). Per quanto riguarda il PSOE e i tre partiti della destra (PP, Ciudadanos e i neofascisti di Vox) il raffronto con le elezioni di 6 mesi fa è perfetto, perché non ci sono stati cambiamenti. Per quanto riguarda invece le forze per noi più interessanti, cioè i partiti a sinistra dei socialisti (in particolare Unidas Podemos) i cambiamenti ci sono stati, eccome. Innanzitutto la componente più moderata di Podemos, quella guidata da Iñígo Errejón è uscita da Podemos, dando vita, con altre forze che sei mesi fa erano alleate a Podemos (come Equo e Compromís) alla minicoalizione Mas País, che ha tentato (con scarso successo, visti i risultati) di occupare uno spazio intermedio tra UP (ritenuto troppo estremista da Errejón) e il PSOE (ritenuto troppo moderato). Quindi il raffronto va fatto, rispetto al 28 aprile, tra i risultati di allora e la somma tra UP e Mas País. Inoltre, per la prima volta, si è presentata alle elezioni statali la coalizione di estrema sinistra catalana, la CUP (appoggiata dai nostri compagni catalani, mentre nel resto dello stato Anticapitalistas ha appoggiato UP). Ma cominciamo a dare i numeri, cominciando dalla partecipazione. Oggi hanno votato oltre 25 milioni di persone, rispetto ai 26,5 circa di 6 mesi fa: il 70% rispetto al 71,8, circa due punti in meno, ma comunque molto al di sopra delle elezioni degli ultimi 15 anni. Il paventato (dai media) “effetto stanchezza”, dovuto alla ripetizione elettorale, non c’è stato, se non in misura marginale. Come c’era da aspettarsi, i rapporti di forza tra sinistra (comprendendo in quest’area anche i socialisti) e destra (dal PP a Ciudadanos a Vox) sono rimasti sostanzialmente stabili: 6 mesi fa la sinistra aveva ottenuto poco più del 51% dei voti, lo stesso risultato di oggi, e la destra un po’ meno del 44%, oggi circa il 43. Quel 5% o poco più che manca per arrivare a 100 è costituito da partiti moderati, liberali o democristiani, ma caratterizzati dall’antifranchismo (come i nazionalisti catalani di Junts per Catalunya o i baschi del PNV), per cui sarebbe scorretto annetterli alle forze della destra spagnolista, che è storicamente, nel migliore dei casi “a-franchista”, ma mai antifranchista. Cominciamo dallo schieramento perdente, quello di destra: la sconfitta della destra è tutta dovuta all’affondamento del partito-gonfiato (nel senso di “spinto” dai media, almeno fino all’emergenza dei neofranchisti di Vox) Ciudadanos, che perde i due terzi dei voti, da quasi 4,2 milioni di 6 mesi fa a poco più di 1,6 milioni di oggi (dal 15,9 al 6,8%) scendendo da 57 a soli 10 seggi. Evidentemente, per un partito che, al suo sorgere, una quindicina d’anni fa, si vantava di essere “liberale” e “di centro”, l’aver cavalcato, in senso anti-catalano, i peggiori istinti repressivi dello spagnolismo neo-franchista non è stata una mossa intelligente: i suoi elettori hanno scelto in gran parte di votare “l’originale”, nella versione soft (il PP) o in quella hard (Vox). Gli altri due partiti di destra infatti crescono in termini di voti e di seggi. Il PP passa da 4,4 milioni (16,7%) di 6 mesi fa ai 5 milioni di oggi (20,8%), anche se questo resta il suo peggior risultato dopo il disastro del 28 aprile, mentre i fascisti passano dai 2,7 milioni di voti (10,3%) di 6 mesi fa ai 3,6 (15,1%) di oggi. Complessivamente però la destra (compresi i partiti minori) arretra in termini di voti (da 11,4 milioni del 28A ai 10,4 milioni di oggi) e in percentuale, anche se cresce di un seggio (da 149 a 150, i miracoli del “proporzionale incompleto” spagnolo). La sinistra complessivamente è stabile, con un leggero calo della componente più moderata, il PSOE, e un miglioramento della somma delle forze a sinistra del PSOE. Più nel dettaglio, il PSOE passa da 7,5 milioni di voti (28,7%) di 6 mesi fa a circa 6,8 milioni di oggi (28,0%), perdendo tre seggi. Le forze alla sua sinistra mantengono gli oltre 4,3 milioni di voti (17%) del 28A crescendo in percentuale fino al 18,2% (somma delle coalizioni legate a UP, più Mas País, più EH-Bildu, CUP, ecc.), passando però, in seguito alle divisioni (in particolare quella di Errejón) da 47 seggi a 46. In particolare l’area che 6 mesi fa era coalizzata in UP è stabile in termini di voti e cresce leggermente in termini percentuali, ma passa da 43 seggi a soli 38, perché la scissione della destra interna legata ad Errejón (e soprattutto la sua ostinazione settaria nel presentare candidati ovunque, al di là del vero radicamento, limitato nei fatti a Madrid e Valencia) ha portato ad una dispersione di voti penalizzante. Basti pensare che, se i voti di Mas País fossero rimasti nella coalizione, UP avrebbe avuto almeno 4 o 5 seggi in più di quelli ottenuti 6 mesi fa. Un risultato (i due seggi a Madrid e il seggio a Valencia, pari ad un misero 2,4%) che, speriamo, farà riflettere i sostenitori del “Niki Vendola” madrileno, viste anche le loro propensioni elettoraliste. Le forze che possiamo definire, con qualche forzatura, a sinistra di UP migliorano i loro risultati: dai 300 mila voti (1,2%, 4 seggi, tutti di EH-Bildu) di 6 mesi fa, ai 550 mila (2,5%, 7 seggi, 5 Bildu e 2 CUP) di oggi. Un discorso a parte merita l’area che si situa, in termini di politiche sociali, più o meno nell’area riformista (la formazione principale è ERC), ma che sul terreno della battaglia per l’autodeterminazione e contro la repressione si situa a sinistra del PSOE, e che mantiene più o meno le percentuali e i voti di 6 mesi fa (intorno al milione di voti, circa il 4%). Riassumendo, siamo di fronte ad una certa, tutto sommato limitata, radicalizzazione, a destra come a sinistra. Ovviamente è la crescita di Vox che avrà la “une” su giornali e TV (un po’ perché è veramente preoccupante, un po’ perché fa “notizia” parlare della crescita di neo-fascisti e razzisti). Ma l’instabilità del quadro politico è destinata a continuare, visto che, per governare (176 seggi), il PSOE avrebbe bisogno non solo dei voti di UP e Mas País (166 seggi, rispetto ai 170 di 6 mesi fa), ma pure di quelli di PNV e JxC (15 seggi) e magari anche di ERC (13 seggi). Ma cosa ne farà Sanchez dei prigionieri politici catalani? I giochi parlamentari sono ancor più complicati che 6 mesi fa, come ci si doveva aspettare.

Flavio Guidi