E siamo alle solite: ogni volta che c’è un’elezione, soprattutto fuori dall’Italia, i nostri solerti giornalisti opinion makers si affannano a fornire già bello e confezionato il risultato finale. Per cui la lettura obbligatoria è: crolla l’estrema destra e stravince il democristiano di destra Kurz (e, un po’ meno urlato, avanzano i Verdi e perdono poco i socialdemocratici). Solo la prima notizia può essere accettata integralmente (e, ovviamente, con soddisfazione). Le altre lo sono in modo molto più sfumato e contraddittorio. Vediamo i dati in termini di voti assoluti, quelli più interessanti (e, tra parentesi, in percentuale, che dà un’impressione diversa dovuto al calo dei votanti).

Cominciamo dal “vincitore acclamato”, il Partito Popolare (OeVP, i democristiani locali). Checché ne dicano i giornalisti, il PPA perde 128 mila voti (1,468 mila contro 1,595 mila di due anni fa), anche se aumenta la sua percentuale di quasi 7 punti per il vistoso calo di votanti (38,3% oggi, contro il 31,5 del 2017). Interessante notare che il calo è molto accentuato soprattutto a Vienna “la rossa”, da sempre terreno ostico per i conservatori austriaci (ovviamente molto radicati tra le montagne dell’Austria “profonda”). La grande perdente è l’estrema destra, che ormai è ridotta al solo FPOe (vista la scomparsa dell’altro partito, il BZOe che è passato dal 10% circa di due elezioni fa  allo 0,02% di oggi), e che dimezza i suoi voti, da 1,316 mila del 2017 ai 660 mila di oggi (dal 26% al 17%, quasi dimezzando i seggi). Se pensiamo che in molte elezioni degli ultimi 15 anni l’estrema destra d’Oltre Brennero aveva superato il 30%, non possiamo che tirare un sospiro di sollievo. Anche se lo spostamento a destra imposto al già conservatore OeVP dal suo giovane leader reazionario consiglia di guardarsi dai facili ottimismi. La già più o meno gloriosa socialdemocrazia austriaca (chissà se si ricordano dell’austro-marxismo di cui andavano così fieri molti decenni fa?) resta secondo partito (primo, come sempre, a Vienna), ma perde ancora terreno: con 824 mila voti (contro il milione e 363 mila di due anni fa) e il 21,5% (contro il 26,9%) ottiene il suo peggior risultato. E anche i Verdi, che cantano vittoria, dovrebbero andarci un po’ più cauti: è vero che rientrano alla grande in parlamento, con 473 mila voti (12,4%) contro i 193 mila di due anni fa (3,8%), ma a spese sia dei socialdemocratici sia dell’altro partito verde, Jetz, che si ferma stavolta a 72 mila voti (1,9%) contro i 223 mila (4,4%) di due anni fa. L’area “verde” cresce certamente (da 416 mila a 545 mila voti, e dall’8,2% al 14,3%) ma in modo meno eclatante di quanto sembri a prima vista. Tra i vincitori minori i liberali di Neos, che più o meno stagnano in termini di voti: dai 269 mila (5,3%) del 2017 ai 282 mila (7,4%) di oggi. E per chi è a sinistra di socialdemocratici e verdi? Poca roba: tra lo storico Partito Comunista, la new entry legata a Diem 25 di Varoufakis (WANDL) e i risultati da prefisso telefonico di un gruppetto trotskista si arriva a malapena a meno di 43 mila voti (1,1%), contro i 40 mila (0,8%) di due anni fa. Un passettino avanti veramente striminzito, e dovuto tutto quanto al movimento di Varoufakis. Persino nella “rossa” Vienna la sinistra “radicale” non arriva al 2%, dimostrando tutte le difficoltà della situazione politica d’Oltre Brennero. In definitiva la “sinistra”, dalla più moderata a quella “rivoluzionaria” perde oltre 400 mila voti, da 1 milione e 819 mila a 1,413 mila (ma sale di 1 punto in percentuale, dal 36 al 37%, grazie al calo dei votanti. E ancor più perde la destra, dai liberali ai neofascisti passando per i conservatori democristiani: oltre 700 mila voti in meno. Segno, qui come altrove, di una disaffezione crescente tra gli elettori austriaci, che sarebbe interessante analizzare, quando ci saranno dati più analitici, in termini di rappresentanza sociale e di classe.