Il primo ottobre del 1949 Mao Dze Dong proclamava a Pechino la Repubblica Popolare Cinese, chiudendo una lunga fase rivoluzionaria iniziata oltre vent’anni prima nelle metropoli operaie (Shanghai, Canton, ecc.) e che, con alterne vicende, si era trasformata nella più grande rivoluzione contadina della Storia. Il più popoloso paese del mondo iniziava la sua “lunga marcia” (altrettanto complicata, se non di più, di quella leggendaria degli anni ’30) per fuoruscire contemporaneamente dal capitalismo, dal sottosviluppo e dalla dominazione dei vari imperialismi (soprattutto britannico e giapponese). Non è il caso qui di fare la storia di quella lunga e sanguinosa rivoluzione-guerra di liberazione. Voglio solo ricordare che, nonostante la deformazione profonda insita già nel PCC stalinizzato che avrebbe sempre più mostrato i suoi frutti avvelenati nei decenni successivi (fino ad arrivare ad una vera e propria restaurazione del capitalismo negli ultimi decenni), la vittoria delle armate maoiste contro il Guo Min Dang, il partito nazionalista al potere fino al 1949, fu salutata con entusiasmo non solo da centinaia di milioni di contadini in Cina ed in Asia, ma in tutto il mondo, compresi i compagni della Quarta Internazionale (la cui sezione cinese, fondata dal primo segretario del PCC, Chen Du Xiu, morto nelle carceri del Guo Min Dang nel 1942, fu messa fuorilegge da Mao già nel 1952). Non è facile fare un bilancio univoco dei risultati di quella rivoluzione. Sicuramente la Cina degli anni ’50, ’60 e ’70 non era più una semi-colonia degli imperialisti e, seppur con errori (ed orrori, ancorché non paragonabili a quelli staliniani) costituiva un esempio, per quanto contraddittorio, per le grandi masse contadine del cosiddetto “Terzo Mondo” (ed anche per migliaia di giovani studenti infatuati della “moda” maoista). Noi stessi, pur senza nascondere le nostre critiche, anche molto aspre, alla direzione maoista, appoggiammo il suo prendere le distanze da un’Unione Sovietica sempre più schiava di una real politik di compromesso al ribasso con gli imperialisti. Almeno fino alla svolta del 1972 quando, con una giravolta di 180°, la Cina “scavalcò” a destra la burocrazia del Cremlino, inaugurando una politica di riavvicinamento all’imperialismo USA che la porterà ad una guerra con il Vietnam nel 1979 ed a una politica (per esempio sulla questione cambogiana) di totale allineamento con Ronald Reagan. E da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Oggi il capitalismo cinese è il secondo nel mondo (il primo in termini di PIL, se calcolato in potere d’acquisto reale) ed estende i suoi tentacoli un po’ ovunque, a partire dall’Asia e dall’Africa. Ma il potere politico resta saldamente nelle mani di un partito che continua a definirsi, senza paura del ridicolo, “comunista”, il cui gruppo dirigente è pieno di miliardari ultra-liberisti (ma poco “liberali”). E non posso fare a meno di provare tristezza quando osservo le enormi mobilitazioni di massa dei giovani di Hong Kong e le loro, per certi versi incontestabili, parole d’ordine. Se nella rivolta di Tien An Men gli studenti e gli operai cantavano l’Internazionale, i giovani hongkonghesi di oggi sembrano, in grande maggioranza, rifuggire da tutto ciò che può odorare di “rosso” (ci sono addirittura componenti di destra e razziste verso i cinesi della madrepatria). Come sostengono i compagni di Hong Kong (vedi articolo-intervista sull’ultimo numero di Inprecor), essere di sinistra (e quindi anticapitalisti e antistalinisti) oggi ad Hong Kong è molto difficile. In me combatte da un lato la convinzione (lo confesso, un po’ astratta) che Hong Kong, rapinata dagli imperialisti inglesi alla Cina oltre 170 anni fa) debba essere restituita al popolo cinese. Ma dall’altro mi rendo conto che, per gli oltre 7 milioni di cittadini di Hong Kong, abituati ad un capitalismo “liberale” (quindi con una serie di diritti civili e sociali, compreso il diritto di sciopero e di formare sindacati, partiti, ecc.) il passaggio al capitalismo dittatoriale di Pechino sarebbe un passo indietro. E questo dilemma angoscioso mi fa ripensare con malinconia a quella grande rivoluzione, tradita mille volte, forse ancor prima di aver vinto, 70 anni fa.

Vittorio Sergi

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