La nascita del II governo Prodi e l’elezione di Bertinotti a presidente della Camera dei Deputati crearono da subito delle grosse tensioni all’interno del PRC bresciano e nazionale. Per Sinistra Critica (la principale corrente d’opposizione di sinistra interna al partito dopo l’uscita dei compagni di Progetto Comunista) la situazione era, per usare un eufemismo, piuttosto imbarazzante. L’astensione della corrente nell’elezione di Franco Giordano come nuovo segretario (dovuta alla dichiarata intenzione di Giordano di avviare una “gestione unitaria” del partito, dopo gli ultimi anni di totale gestione “bertinottiana”) si riflesse, nei primi mesi di vita del nuovo governo, anche a Brescia, in tentativi, solitamente infruttuosi, di cercare un dialogo con la nuova segreteria di Osvaldo Squassina ed in genere con la maggioranza della federazione. Anche il PRC in quanto tale si dimostrò in varie occasioni piuttosto recalcitrante ad appoggiare le misure governative (in particolare nell’approvazione delle “missioni di pace”, soprattutto quella in Afghanistan), ma finì sempre per “ingoiare il rospo”, timoroso da un lato di “fare il gioco di Berlusconi” e dall’altro blandito con promesse di misure favorevoli ai lavoratori, misure sempre rimandate. La sensazione di essere ostaggi degli equilibri parlamentari era moltiplicata per dieci nel caso del nostro compagno senatore, Franco Turigliatto, visto che al Senato la maggioranza era di soli due voti (158 contro 156 della destra). Dopo aver ingoiato vari rospi, nel febbraio 2007 Turigliatto decise di rompere (seppure in maniera soft) con la disciplina di partito, non partecipando al voto durante le votazioni per il finanziamento delle missioni di guerra (insieme ad un altro senatore del PRC, Rossi). Il governo non “andò sotto” grazie al “soccorso bianco” di senatori della destra, ma il PRC decise “l’allontanamento” di Turigliatto dal partito per due anni. Si scatenò una grossa polemica all’interno del PRC e nell’intera sinistra su questa misura disciplinare, che puniva chi si era mantenuto coerente con la scelta di opporsi alla guerra “senza se e senza ma”. Moltissimi compagni, dentro e fuori il PRC, disapprovarono questo allontanamento ed espressero solidarietà a Turigliatto. Ma la rottura era ormai alle porte. A Brescia come un po’ in tutta Italia iniziò nella nostra corrente un acceso dibattito: uscire da un PRC ormai avviato alla collaborazione di classe e al moderatismo riformista o restarvi, convinti che, a forza di ingoiare rospi, la grande maggioranza dei compagni avrebbe finito per capire quanto dicevamo da sempre, e cioè che, stanti questi rapporti di forza, era impossibile condizionare e spostare a sinistra le politiche di Prodi ed in genere del centro-sinistra? La discussione si prolunga per quattro mesi, fino a giugno, quando la corrente di Sinistra Critica, a grande maggioranza, decide di uscire dal PRC e dar vita ad una nuova organizzazione politica, mantenendo lo stesso nome. In definitiva escono dal PRC, per aderire a SC, solo un migliaio di militanti (meno di un sesto dei “rappresentati” dai delegati di SC all’ultimo congresso). Lo stesso avviene a Brescia, dove escono dal partito per aderire a SC meno di cinquanta compagni (anche qui, avendo oltre il 30% della federazione, SC teoricamente avrebbe dovuto essere seguita da circa 500 iscritti). Non tutti i compagni provenienti dall’esperienza della LCR decidono di uscire: tra i casi più importanti il consigliere regionale piemontese Rocco Papandrea, quello lombardo Luciano Mulhbauer e, qui a Brescia, il futuro segretario della Federazione Fiorenzo Bertocchi. Tra quella cinquantina scarsa di compagni ci sono però quasi tutti i “vecchi quartini” ancora attivi, una ventina circa, insieme a molti compagni di tutt’altra provenienza (alcuni ex LC, altri ex PCI) e al gruppo dirigente dei Giovani Comunisti, organizzazione che a Brescia era maggioritariamente schierata con Sinistra Critica. Si apre così una fase totalmente nuova per molti dei compagni, e molto lontana nel tempo anche per quelli di provata esperienza: quasi vent’anni senza un’organizzazione autonoma, con l’ormai consolidata abitudine ad agire politicamente all’interno di un partito relativamente grande e di massa. Si trattava anche di ammettere il fallimento di una delle ipotesi fondative del nostro lavoro prima in DP e poi nel PRC: non eravamo riusciti a convincere il grosso dei militanti della correttezza delle nostre posizioni. Nonostante a noi sembrasse chiaro come la luce del sole che l’abbraccio del centro-sinistra fosse un abbraccio mortale (e le prove del ’95 e del ’96-’98 ci sembrassero perfettamente visibili per tutti), la maggioranza, seppur con i famosi “mal di pancia” e malumori, preferiva restare in un PRC avviato o ad essere ingoiato dal centro-sinistra o ad essere pesantemente ridimensionato dalla prevedibile delusione del “nostro popolo” di fronte alle politiche sciagurate dei vari governi “anti-berlusconiani”. Non ci fu quindi nessuna partenza entusiasta: si trattava di una sconfitta (preludio a quella più generale del PRC e dell’intera sinistra), si trattava di rimboccarsi le maniche per un nuovo percorso tutto in salita. Quando il governo Prodi cadde, nel gennaio 2008, per il voto contrario dell’Udeur di Mastella (e non per quello di Turigliatto, come continuano a sostenere articoli giornalistici e persino testi storici, anche recentissimi), si presentò il problema della partecipazione alle elezioni anticipate di primavera. Vista l’indisponibilità dei compagni del PCL ad una lista unica dell’opposizione di sinistra, l’organizzazione decise di presentarsi da sola, candidando Flavia D’Angeli alla presidenza del consiglio. Nessuno si illudeva di superare lo sbarramento del 4% (Come prevedeva il porcellum), ma si cercava di usare la tribuna elettorale e la relativa popolarità di Turigliatto per aggregare nuove forze e uscire dalla dimensione di piccolo gruppo. I risultati non furono entusiasmanti (anche se non da prefisso telefonico come nel 1980): 170 mila voti, pari allo 0,5% scarso. I “cugini” del Pcl andarono un po’ meglio, ma non di molto: 210 mila voti (0,6%). In totale quindi un po’ meno di 400 mila voti e poco più dell’1% per l’opposizione di sinistra (cifre molto simili a Potere al popolo nel 2018, sia detto per inciso). Meno di Dp quando si sciolse, quasi 20 anni prima. Non c’era da stare allegri, anche per il contemporaneo fallimento dell’aggregazione etererogenea promossa da Bertinotti, la “Sinistra Arcobaleno”, composta dal Prc, PdCI, Verdi e socialisti: poco più di un milione di voti, il 3,1%, nessun eletto. Si era ben lontani dai numeri a due cifre previsti da Bertinotti, ma anche dal 5 o 6% pronosticato dai sondaggi. Evidentemente il richiamo al cosiddetto “voto utile” per fermare il lupo di turno (l’evergreen Berlusconi) aveva funzionato. Anche se il lupo aveva stravinto, con quasi il 47% dei voti (e oltre il 50 se si aggiungono le altre forze di estrema destra). L’astensione di qualche milione di elettori, delusi per la seconda volta in meno di un decennio dalle politiche tutt’altro che progressiste dei governi di centro-sinistra, aveva ridato la direzione del paese ad una destra rozza, aggressiva e corrotta. Una triplice sconfitta, insomma. A Brescia SC, nonostante la relativa forza (o minor debolezza) andò pochissimo oltre le percentuali nazionali: 3.700 voti e 0,5% in provincia (600 voti e identica percentuale in città). L’unica differenza col resto d’Italia era la maggior debolezza (tipica della provincia bianca) sia dei “cugini” del PCL (3.600 voti, 0,5%, ed in città solo lo 0,4) sia della Sinistra Arcobaleno (20 mila voti, 2,6%). Anche sommando i voti dei tre partiti di sinistra, non si arrivava alle cifre non solo della somma di PRC, PdCI e Verdi, ma nemmeno a quelle del PRC da solo! Era un segnale d’allarme per tutti, destinato a non essere colto. Proprio mentre iniziava la peggior crisi economica del capitalismo dopo quella del 1929-32, la sinistra italiana, fino a pochi anni prima ritenuta un punto di riferimento in Europa, veniva estromessa dal Parlamento, raggiungendo a malapena il milione e mezzo di voti (e il 4%, ma divisa). Come sottolineò qualcuno, era dai tempi di Andrea Costa, oltre un secolo prima, che nel Parlamento borghese non sedeva alcun rappresentante del “socialismo”, inteso nel senso più ampio possibile. Nonostante questa vera e propria debacle (che sarà solo l’inizio di successive crisi ed arretramenti di tutte le varie anime della sinistra) o, nel caso di SC, esordio poco promettente, sia a Brescia che nel resto del paese cercammo di organizzarci per riuscire a tornare a far politica autonomamente. La situazione socio-economica non fece che peggiorare nei 3 o 4 anni successivi, anche se la provincia di Brescia “tenne” un po’ meglio della maggior parte d’Italia dal punto di vista delle percentuali di disoccupati o di arretramento del PIL, per far solo due esempi. La cosa drammatica era che, qui come altrove, il movimento dei lavoratori non rispose, o quasi, ai sempre più violenti attacchi della classe dominante e dei vari governi susseguitisi a Roma. Comunque sia, il clima di riflusso, interrotto qua e là da brevi momenti di ripresa di alcuni movimenti (come contro la TAV o contro la riforma Gelmini) stava diventando sempre più pesante. Anche a Brescia (dove, per la prima volta dall’inizio degli anni ’90, si insediava al governo la destra, scalzando il centro-sinistra a guida PD) la situazione si faceva sempre più pesante. In questo clima, al di là del ribaltone del 2011 che imponeva il cambio di governo, insediando il governo tecnico di Monti (salutato all’inizio con qualche simpatia persino da parte di alcuni settori della sinistra), la nostra attività come Sinistra Critica stentava a decollare. Il clima di sfiducia e rassegnazione portò ad un aggravamento delle tensioni interne. Ben presto, a Brescia come nel resto d’Italia, si consolidarono due tendenze che, invece di produrre una riflessione critica, ma condivisa, portarono ad un confronto sempre più aspro. Una parte dei compagni (a Brescia l’esponente più conosciuto era Felice Mometti, ma a livello nazionale la maggioranza dello storico gruppo dirigente, a cominciare da Lidia Cirillo, Gigi Malabarba, Salvatore Cannavò, Roberto Firenze, era di questa opinione) sembravano ormai considerare l’esistenza stessa di Sinistra Critica un ostacolo alla possibilità di intercettare quanto (seppur poco) si muoveva nella società (in particolare nell’ambito dell’area dei centri sociali) e parlavano di “scomparsa del movimento operaio” (almeno così com’era andato configurandosi nel Novecento). Questi compagni, animatori di centri sociali come “Communia” di Roma, “La Boje” di Mantova, la RiMaflow di Milano erano sempre più convinti che fosse necessaria una svolta radicale, con profonde innovazioni anche dal punto di vista teorico, oltre che politico-organizzativo, della pratica politica di SC. La loro proposta era, in un certo senso, una specie di “sciogliersi nel movimento” (pur senza rinunciare al riferimento alla Quarta Internazionale), un ammiccare ai contenuti, alle pratiche politiche (soprattutto il cosiddetto “mutualismo”) e ai riferimenti simbolici di quell’arcipelago che una volta era stata la cosiddetta Autonomia Operaia. Dall’altra parte c’erano compagni, come Franco Turigliatto o Antonio Moscato (qui a Brescia l’esponente più in vista era Sauro Di Giovambattista) che, pur considerando con interesse una parte delle critiche (ed autocritiche) temevano il progressivo dissolversi dell’organizzazione, e soprattutto consideravano estremamente pericoloso questo chiamarsi fuori dalla storia del movimento operaio organizzato. Il dibattito, già latente fin dai primi passi della neonata organizzazione, andò cristallizzandosi durante il 2011/12, in vista del congresso di Sinistra Critica, previsto per la fine del 2012. Il congresso constatò l’impasse: le due posizioni ottennero esattamente lo stesso numero di voti. A Brescia invece la proposta della maggioranza del gruppo dirigente (che era ormai definita come “area di Communia”) ottenne la maggioranza dei voti. In realtà si trattava, almeno qui a Brescia, di un’organizzazione estenuata, ridottasi via via, in seguito alle ripetute sconfitte e al clima di sfiducia imperante, a meno della metà dei già ridotti ranghi fuorusciti dal PRC cinque anni prima. Il “divorzio” tra le due anime, consumato definitivamente nel luglio del ’13, era stato anticipato, “de facto”, a Brescia, dalla decisione del gruppo facente riferimento a Turigliatto, di partecipare alle elezioni comunali. Già alla fine del 2012 ciò che rimaneva di SC aveva proposto al resto delle organizzazioni della “sinistra di classe” (in particolare al Magazzino 47 e a Rifondazione Comunista) di dar vita ad una lista che unisse tutta la sinistra di opposizione in città. Le varie riunioni videro lo sfilarsi prima del Magazzino 47 (orientato ad appoggiare, più o meno velatamente, il Movimento 5 Stelle oppure l’area del centro-sinistra facente capo all’ex segretario della Camera del Lavoro Marco Fenaroli), ed in seguito del PRC, orientato a presentare liste di partito. Da questi successivi abbandoni nacque la lista “Brescia Solidale e Libertaria”, che univa la parte di SC che avrebbe poi aderito a Sinistra Anticapitalista ad un gruppo di militanti ecologisti, attivi in particolare nella zona di San Polo, oltre ad altri compagni senza affiliazione partitica. La candidata a sindaco era Giovanna Giacopini, una delle compagne più attive nella battaglia in difesa dell’ambiente. Il percorso verso le elezioni si presentava tutto in salita: si trattava di battere la giunta di destra precedente (il che favoriva come non mai il cosiddetto “voto utile” a favore di Del Bono, candidato del PD, ex democristiano); tra l’altro la coalizione guidata dal PD godeva a Brescia della “copertura a sinistra” della lista guidata da Marco Fenaroli (che più o meno poteva essere ricondotta all’area di SEL, la scissione del 2009 della destra del PRC guidata da Nichi Vendola); inoltre la dura opposizione dell’area del Mag 47 (e quindi di Radio Onda d’Urto) alla nascita della lista ci aveva privato di uno dei principali interlocutori, con cui condividevamo molte battaglie fin dal lontano 1977. E la scelta del PRC di correre in solitario (candidando il nostro ex militante, ora segretario, Fiorenzo Bertocchi) ci penalizzava ulteriormente. Ciò nonostante la campagna fu abbastanza vivace e colorita, con iniziative sull’ambiente, sul laicismo, sulla solidarietà con i migranti, ecc. Alla fine furono raccolti poco più di 500 voti (lo 0,6%), una percentuale analoga a quella raccolta dal PRC. Se a questi magri risultati aggiungiamo lo 0,3% raccolto da una lista femminista, si arriva a malapena all’1,5%, il peggior risultato raggiunto dalla sinistra “radicale” a Brescia dalla metà degli anni Settanta. In questo contesto, a dir poco scoraggiante, nasceva nell’estate del 2013 Sinistra Anticapitalista, un gruppo ridotto (una quindicina di compagne/i) non solo rispetto ai “tempi d’oro” degli anni tra il ’76 e il 1990, ma anche rispetto al già risicato gruppo che, 6 anni prima, aveva dato vita all’effimera esperienza di Sinistra Critica. Infatti, come spesso accade, l’ennesima rottura aveva “mandato a casa” (nel senso che non avevano aderito né a Sinistra Anticapitalista né a Communia, che qui a Brescia si ridusse a 5 o 6 compagne/i) non solo molti compagni relativamente nuovi e privi d’esperienza, ma pure molti storici compagni della ex LCR, che avevano attraversato tutte le vicende degli ultimi 35 anni della nostra corrente politica. Nonostante queste scoraggianti premesse e le batoste ormai trentennali, SA si buttò da subito nell’arena politica a Brescia e provincia (oltre al nucleo cittadino, esistevano piccoli gruppi in Franciacorta e nella Bassa Occidentale), cercando da subito, com’era nel DNA dei “trotskisti” di dar vita a strutture unitarie col resto della sinistra “di classe” (come il coordinamento Intersindacale, creato agli inizi del 2014 da Cobas, Opposizione CGIL, SiCobas e Orma) per opporsi al famigerato Jobs Act del nuovo governo Renzi, oppure contro la guerra (Donne e Uomini contro la guerra), con iniziative alla base di Ghedi, alla sede della RWM (costruttrice di bombe) o della Leonardo (Breda Meccanica), di solidarietà internazionalista (Chiapas, Rojava, Catalogna, ecc.). Grazie a questo attivismo, pur pieno di errori e tentativi più o meno falliti), SA a Brescia è riuscita in questi pochi anni a costruire un minimo di intervento e strutture militanti (gli iscritti raddoppiarono in un solo anno, per poi continuare a crescere, almeno fino all’anno scorso). Certo, le difficoltà di “ricominciare” per l’ennesima volta (almeno per quelli di noi che erano già “sulle barricate” 45 anni fa!), dopo batoste che, come Cassandre, avevamo previsto, non si possono nascondere. Ma è necessario, come diceva Gramsci, saper unire il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà.

(fine)

Flavio Guidi