Pubblichiamo questa riflessione dei compagni e delle compagne di Marxpedia, in cui vediamo significative convergenze con le nostre:


“Ancora un rospo? No, grazie!

Ci risiamo. In un pezzo di sinistra sta tornando in gran voga un giochino che, a ben vedere, non era mai passato realmente di moda: baciare il rospo.
È la solita logica del meno peggio che da anni produce disastri.

Era il lontano 1995 infatti quando il quotidiano “il manifesto” uscì con la prima pagina occupata dal disegno dell’animaletto in questione e la fatidica domanda: “Baciare il rospo?”. Il rospo era Lamberto Dini, ex ministro del primo governo Berlusconi il quale, dopo che il governo era stato travolto dalle proteste sociali e gli alleati della Lega (allora) Nord avevano staccato la spina per evitare di essere a loro volta asfaltati, aveva ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo.

E chi aveva garantito subito l’appoggio al futuro governo Dini? Il PDS e gli ex democristiani ovvero le due componenti che parecchi anni e giravolte dopo daranno vita al PD. E Dini proponeva forse qualcosa di radicalmente diverso da quando era ministro col Berlusca? No, assolutamente no.

Fu il governo Dini ad approvare la prima controriforma delle pensioni, quella che iniziò il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo con il conseguente drastico peggioramento delle prestazioni previdenziali. Per inciso, della maggioranza di governo continuò a far parte anche la Lega!

All’opposizione rimase invece Rifondazione Comunista che, con un gesto di coerenza e lucidità politica che purtroppo raramente si sarebbe ripetuto negli anni successivi, rifiutò di appoggiare un governo che aveva cambiato le facce dei suoi ministri e la maggioranza parlamentare ma non i fondamentali della sua azione politica che continuavano ad essere antitetici agli interessi dei lavoratori e dei ceti popolari.

Per questa sua scelta Rifondazione subì la prima scissione di destra della sua storia e un linciaggio mediatico piuttosto vergognoso…anche sul “manifesto” (e meno male che non c’erano i social!).

La giustificazione per l’appoggio a un governo di tal fatta fu quella che in seguito si sarebbero sentiti ripetere (ahimè, anche dalla stessa dirigenza di Rifondazione) molti attivisti di sinistra quando avessero reclamato la coerenza tra principi declamati e azione politica quotidiana: “Torna Berlusconi! Fate il gioco della destra!”.
Salvo poi ritrovarsi a subire da governi cosiddetti “tecnici” o di centro-sinistra scelte assolutamente indistinguibili da quelle della destra alla quale avrebbero dovuto sbarrare la strada: privatizzazioni, smantellamento dei diritti dei lavoratori, guerre al seguito dell’imperialismo USA, devastazioni ambientali al servizio della speculazione.

E anche sul terreno della “tenuta democratica” che tanto viene sbandierata oggi per giustificate le peggiori ammucchiate purché contro la Lega, c’è parecchio da discutere: gli amministratori locali del PD quanto a politiche securitarie non sono secondi a nessuno e sull’immigrazione Minniti, ministro dell’interno del governo Gentiloni, ha spianato la strada al suo successore come riconosciuto dallo stesso Salvini.

Ma come cantava Mick Jagger qualche anno fa “old habits die hard”, le vecchie abitudini sono dure a morire. Oggi il Manifesto torna in ben due editoriali a invitarci a baciare il rospo, questa volta nelle vesti di un’alleanza tra PD e M5S.

Sbagliavano nel 1995 e sbagliano oggi (e nell’intervallo non è che ne abbiano azzeccate molte altre). 
Se non si comprende che sono state proprio le politiche liberiste dei governi a guida PD ad aprire la strada al trionfo di 5 stelle e Lega, gettando nelle loro braccia ampi settori di lavoratori e classi sfruttate disgustate da una “sinistra” che faceva gli interessi dei loro sfruttatori, si potranno fare tutte le alleanze che si vuole, ci si potrà riempire la bocca di tutta la retorica astrattamente antifascista e antirazzista che si vuole ma tutto questo non sottrarrà un solo grammo di consenso a Salvini e anzi probabilmente contribuirà ad aumentarlo.

L’esperienza dovrebbe ormai aver insegnato anche ai più duri di comprendonio che il PD non è un partito di sinistra riformista che può essere convinto a radicalizzarsi e a fare scelte più coerenti. Il PD è un partito borghese che coerentemente esprime gli interessi di un settore delle classi privilegiate di questo paese.

Quanto al M5S, un anno di governo insieme alla Lega nel quale hanno votato diligentemente tutte le porcate proposte da Salvini dovrebbe essere sufficiente per capire che il problema non è riuscire a coinvolgere quel movimento in un progetto di alternativa ma piuttosto convincere molti lavoratori che in buona fede lo hanno sostenuto pensando di cambiare così le proprie condizioni che la loro fiducia è stata malriposta, offrendo loro una vera alternativa.

Quello che serve non sono rospi da baciare nell’illusione che si trasformino in principi. Serve rimboccarsi le maniche per costruire un fronte di opposizione di classe che prescinda dalle scadenze elettorali.

È solo sul terreno mobilitativo che si possono selezionare le forze migliori ed evitare le debolezze dei fronti e delle alleanze senza principi che hanno caratterizzato fin troppo spesso una sinistra radicale preda del complesso dei numeri e delle scorciatoie della crescita. Ad oggi, è l’unica condizione nella quale possa sedimentare una formazione politica in grado di raccogliere le aspirazioni di quanti vogliono lottare per un riscatto della classe lavoratrice del nostro paese.

Non sarà una strada facile e nemmeno breve, ma è l’unica per la quale valga la pena battersi.
I rospi lasciamoli stare nel loro pantano”

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