La primavera del 1978 è, tra le altre cose, segnata dal rapimento e dell’uccisione da parte delle BR del leader democristiano Aldo Moro. In quell’occasione il GCR bresciano, come tutta l’organizzazione, pur non aderendo agli scioperi di protesta indetti dai sindacati in solidarietà con Moro, partecipò alle mobilitazioni operaie con proprie parole d’ordine. Pur non condividendo assolutamente la linea e la pratica politica militarista e sostitutista delle BR (e in genere dei gruppi armati in Italia), anzi, considerandole dannose e controproducenti, ci rifiutavamo di aderire a quel  clima da “unità nazionale contro il terrorismo” che contribuiva al disarmo del movimento operaio e favoriva la collaborazione di classe. Rispetto al grosso di ciò che restava dell’estrema sinistra “tradizionale” (in particolare DP) che riassumeva la sua politica al riguardo nello slogan “Né con lo Stato, né con le BR”, la nostra posizione poteva essere riassunta in “Contro lo Stato, non con le BR”, che chiariva qual era, secondo noi, il vero avversario. In questo clima si creò una certa convergenza con quella che ormai era definita l’Autonomia Operaia (con le maiuscole), soprattutto con quella d’origine “spontaneista” e non mao-stalinista, con la quale condividemmo in particolare le lotte contro la repressione che, con il pretesto dell’attività dei gruppi militaristi, si andava intensificando di giorno in giorno. In quei mesi la nostra attività era comunque rivolta in misura preponderante a contrastare quella che è passata alla storia come “svolta dell’EUR”. Si trattava della sistematizzazione della svolta moderata, iniziata già da un paio d’anni, di CGIL-CISL-UIL (la cosiddetta “politica dei sacrifici”), in omaggio alla politica di unità nazionale che vedeva il PCI, per la prima volta, coinvolto nel sostegno esterno alla maggioranza governativa. I nostri compagni delegati, soprattutto della FLM (la federazione unitaria dei metalmeccanici) e della “Lega dei disoccupati CGIL-CISL-UIL”, svolsero un’opera di opposizione nelle fabbriche dov’erano presenti e nell’assemblea provinciale dei delegati che, alla fine, nonostante i malumori e i dissensi, approvò la sciagurata politica voluta da Lama, Carniti e Benvenuto. Durante il 1978 continuò il rafforzamento del gruppo, con l’adesione di alcuni operai dell’Eural Gnutti di Rovato (già militanti di LC) e di altri studenti medi. Quando, nel 1979, i GCR, in pieno recupero sul piano nazionale, decisero di trasformarsi nella Lega Comunista Rivoluzionaria (lo stesso nome assunto dalla sezione francese, la più importante dell’Internazionale), il GCR bresciano si costituì come federazione locale della LCR, con nuclei più o meno consistenti o singoli militanti, non solo in città e hinterland, ma anche a Bedizzole, a Rovato-Coccaglio, in Val Trompia. Oltre al rafforzamento dell’intervento tra gli operai e i disoccupati, il peso della LCR era ormai diventato significativo anche nel movimento degli studenti medi, al punto tale che in varie occasioni la stessa segreteria sindacale, nella persona dell’allora segretario della Camera del Lavoro Aldo Rebecchi, ci convocava per concordare i termini organizzativi delle mobilitazioni unitarie operai-studenti. In effetti, pur non risparmiando critiche molto spesso aspre alle politiche della burocrazia sindacale e del PCI, la nostra posizione, diversamente, per esempio, da quella degli “autonomi”, continuava ad essere quella tradizionale: il PCI e il sindacato restavano parte significativa (anzi, largamente egemone) del movimento operaio, e come tali andavano considerati a tutti i livelli. Il 1980 fu probabilmente l’anno di maggior presenza militante del gruppo a Brescia e provincia, sia sul terreno operaio, sia su quello studentesco-giovanile, sia su quello internazionalista (in particolare su Nicaragua, Salvador e Polonia). Fu anche l’anno della presentazione, per la prima volta, di liste della LCR alle elezioni amministrative di giugno. Se nel 1972 i GCR avevano dato indicazione di voto al Manifesto, nel 1975 a DP o PCI (allora all’opposizione), nel 1976 a DP, nel 1979 a Nuova Sinistra Unita (DP alle europee di quell’anno), il rafforzamento politico e numerico degli anni 1978-80 spinse il gruppo dirigente nazionale (e bresciano) ad un passo che (col senno di poi) si dimostrerà azzardato: la presentazione di liste LCR in una serie di città, e in alcune regioni, tra le quali la Lombardia. Tra le città scelte c’era pure Brescia. La sopravvalutazione del nostro peso politico reale (comune anche alle altre forze della sinistra, visto che lo stesso PdUP, preoccupato, ci propose di entrare nelle sue liste, per evitare di “disperdere i voti”) andava di pari passo con la sottolineatura di ogni pur minimo elemento di divergenza con le altre due forze dell’estrema sinistra presenti alle elezioni di giugno, PdUP e DP. A complicare ulteriormente la situazione a Brescia ci fu la presentazione di una quarta lista, animata dall’allora segretario dei Radicali bresciani, Franco Masserdotti. Questa lista, che voleva essere “di movimento”, si chiamava “Spazio Altro”, e “pescava” più o meno nella nostra stessa area. Radicali, “autonomi”, ex LC, “cani sciolti” vari, ne erano le componenti. Oggi può risultare difficile comprendere come fosse possibile una lista di quel tipo, ma bisogna ricordare che i radicali di Pannella, in quegli anni, si presentavano come “compagni”, criticando spesso il PCI “da sinistra” (come sui diritti civili, per esempio), flirtando con gruppi come Lotta Continua (nel ’75) e più tardi con gli “autonomi” (vedi presentazione di Toni Negri nelle loro liste nel 1979). Alla fine nessuna delle 4 liste d’estrema sinistra ottenne un numero di voti sufficiente per avere un consigliere comunale. E la LCR risultò essere, al di là della relativa forza militante, il fanalino di coda dei quattro: i risultati oscillarono tra un miserrimo 0,2% alle regionali (dove erano presenti anche PdUP e DP), uno 0,3% alle comunali di Brescia (dove erano presenti PdUP e Spazio Altro) ed uno 0,4% alle provinciali (dove era presente solo il PdUP). Poco più di 2.500 voti in tutta la provincia, tra 313 e 549 voti in città (a seconda del tipo di elezione). Un insuccesso prevedibile, ma che non ci turbò più di tanto. Come già era accaduto 4 anni prima, la nostra definizione delle elezioni (“uno specchio deformato dei rapporti di forza”) e la nostra totale sfiducia nelle “istituzioni” ci corazzavano sufficientemente dalle delusioni di tipo elettorale. Devo aggiungere che, all’epoca, nessuno di noi ebbe recriminazioni per questi risultati e per aver contribuito, seppur involontariamente, all’insuccesso delle altre tre liste d’estrema sinistra. Pur non essendo programmaticamente settari (il nostro concetto di fronte unico si estendeva non solo all’intera estrema sinistra, ma anche al PCI e persino al PSI!), ritenevamo che le divergenze con gli altri gruppi fossero tali da giustificare una presentazione autonoma, senza alcun patema d’animo. D’altra parte, ripeto, eravamo in maggioranza giovani e giovanissimi (l’età media era di 22-23 anni, e nessuno aveva raggiunto i 30 anni) con pochi anni di esperienza politica alle spalle, e convinti di essere i soli “veri rivoluzionari”, contrapposti non solo ai riformisti del PCI e PSI, ma anche ai “centristi” del resto dell’estrema sinistra (magari distinguendo il “centrismo di destra” di PdUP e DP dal “centrismo di sinistra” degli autonomi).

(continua)

Flavio Guidi