Sinistra Anticapitalista, pur non essendo un’organizzazione “trotskista” in senso stretto (essendo aperta a tutti i contributi del marxismo e dell’anarchismo rivoluzionari), è percepita, nell’ambito della sinistra, a Brescia come nel resto d’Italia, come un’organizzazione “trotskista”, sezione italiana della Quarta Internazionale. Ma qual è, in breve, la storia della nostra corrente (o almeno di quella parte di SA che viene da quelle radici) a Brescia? Ecco alcuni schematici appunti, utili per coloro che hanno qualche interesse a capire “da dove veniamo” (e magari, cosa ben più complicata, dove vogliamo andare). Il primo nucleo di simpatizzanti della Quarta Internazionale si forma nella nostra città circa 45 anni fa: è il Gruppo Marxista Rivoluzionario, formato da un gruppo di compagni fuorusciti da Avanguardia Operaia, a cui si uniscono un paio di militanti già appartenenti ad un’organizzazione apparsa a metà degli anni ’60, Azione Comunista. Si tratta di un gruppo piccolissimo, composto soprattutto da studenti medi e universitari, con qualche militante operaio (come all’Idra, del famigerato Pasotti). Un gruppo, che si definisce “simpatizzante” della Quarta, molto debole non solo nei confronti del “gigante” della sinistra, il PCI, ma anche paragonato agli altri gruppi dell’estrema sinistra bresciana, in particolare Lotta Continua, il PdUP-Manifesto, il Movimento Studentesco (futuro MLS) e Avanguardia Operaia. Questa debolezza è ulteriormente aggravata dall’isolamento a cui il GMR è costretto dall’ostilità aperta (sconfinata a volte in vere e proprie aggressioni fisiche) delle organizzazioni staliniste e mao-staliniste (in primis il PCI e il MS-MLS) e dall’indifferenza verso le posizioni espresse da questi “nuovi arrivati” da parte dei tre gruppi della cosiddetta “triplice” (LC, AO, PdUP-Manifesto). Già durante l’anno seguente il GMR decide di aderire formalmente alla sezione italiana della Q.I., i Gruppi Comunisti Rivoluzionari, trasformandosi in GCR bresciano. In questo periodo aderisce al gruppo un piccolo nucleo di operai della Beretta di Gardone Val Trompia, già anarchici, oltre ad alcuni singoli operai di fabbriche piccole e piccolissime ad Iseo, Carpenedolo e nell’hinterland bresciano. Durante le lotte per il contratto metalmeccanico di quell’anno il GCR, per la prima volta, riesce ad uscire dall’isolamento, soprattutto grazie ad una specie di “alleanza” con Lotta Continua in un Coordinamento di lavoratori “Per le 35 ore”. Agli inizi del ’76, col gruppo in relativa espansione (crescita dell’intervento studentesco, oltre che operaio, adesione di nuovi compagni fuorusciti da Avanguardia Operaia), il piccolo GCR ottiene una sorta di legittimità agli occhi del resto dell’estrema sinistra bresciana, partecipando a tutte le mobilitazioni, in particolare quelle operaie ed antifasciste (ricordiamo soprattutto quella di Piazza Tebaldo Brusato, dove si trovava la sede del MSI-DN, del 31 gennaio 1976, conclusasi con scontri tra i manifestanti e le “forze dell’ordine”, in cui il GCR ebbe un ruolo non marginale). Nello stesso periodo il GCR propone alle altre forze della sinistra rivoluzionaria l’occupazione del primo spazio “sociale” di Brescia, il “Fabbricone”, una fabbrica abbandonata in Via Milano, dove oggi c’è il supermercato Esselunga. Uno spazio utilizzato per concerti, riunioni (in particolare quella del Coordinamento Operaio, primo tentativo di organizzare l’opposizione alla svolta moderata in atto da parte delle burocrazie di CGIL-CISL-UIL) e altre iniziative culturali, che sarà per alcuni mesi un punto di riferimento dell’estrema sinistra “diffusa” in città e provincia. Inoltre, in occasione delle elezioni anticipate previste per il 20 giugno, i GCR ottengono di partecipare, per la prima volta nella loro storia, ad una coalizione elettorale, quella di Democrazia Proletaria, che otterrà l’1,5% (e il 2% a Brescia). La relativa delusione per gli scarsi risultati (soprattutto se paragonati alla “vittoria” del PCI, che, con 12,6 milioni di voti, ottiene il 34,4%), pur non colpendo così duramente come nel caso di Lotta Continua (che deciderà pochi mesi dopo di sciogliersi “nel movimento”), vista la “vaccinazione anti-elettoralista” tipica della tradizione “trotskista”, ha qualche effetto in settori dell’organizzazione, che comunque continua la sua crescita, almeno fino ai primi mesi del ’77. Dalla crisi di Lotta Continua (ma non solo) emergono rapidamente gruppi, collettivi, “aree politiche” caratterizzate da un acceso “anti-riformismo” che vede nel “vittorioso” PCI (impegnato, sotto la guida del Berlinguer teorico del “compromesso storico”, nelle politiche ultramoderate della cosiddetta “unità nazionale”) un nemico altrettanto pericoloso di quello che veniva allora chiamato il “regime democristiano”. Queste componenti, non certo nuove (pensiamo al defunto Potere Operaio), appaiono in crescita rapida a partire dall’autunno del ’76, e diverranno sempre più forti durante il cosiddetto “Movimento del ’77”: si tratta di quel fenomeno passato alla storia come “autonomia operaia” (anche con le iniziali maiuscole), un arcipelago di gruppi con posizioni diverse ed articolate, ma accomunati, come dicevo, da un anti-riformismo radicale, da un’ostilità aperta non solo verso le burocrazie sindacali (cosa che era condivisa non solo dai GCR, ma dal 90% dell’estrema sinistra bresciana e nazionale), ma verso lo stesso concetto di sindacato e, in alcuni settori, addirittura verso quelli che erano definiti “i garantiti” (sostanzialmente il proletariato organizzato), contrapposti ai “non garantiti” o supposti tali (studenti, precari, disoccupati, ecc.). Questa reazione “ultrasinistra” all’impasse in cui sembrava essere caduta la sinistra rivoluzionaria “tradizionale” non lascia indenne il GCR bresciano (che già era tutt’altro che immune da tendenze ultrasinistre). Tra la fine del ’76 e il settembre del ’77 (i giorni del famoso “convegno di Bologna” del movimento, a cui i GCR parteciparono) oltre la metà dei componenti del gruppo escono per aderire a formazioni ultrasinistre e militariste, riportando la consistenza numerica del gruppetto “trotskista” a quella di tre anni prima, ai tempi della sua nascita. Scomparsi i nuclei operai della Beretta, dell’Idra, della Bertolini, uscito il grosso degli studenti, il GCR non si perde d’animo e inizia una rapida ricostruzione. Devo dire che, avendo partecipato in prima persona a queste vicende, corro il rischio di darne una ricostruzione troppo personale e soggettivista. Per cui i pochi lettori prendano queste brevi note più come una “memoria” che come “Storia”. Resta il fatto che, nonostante l’indebolimento avvenuto in pochi mesi, nessuno dei pochi rimasti ebbe la sensazione di una catastrofe. Da un lato il movimento, soprattutto quello studentesco e giovanile, non ci appariva in riflusso, anzi! Dall’altro la crisi che aveva colpito noi era generalizzata a tutta l’estrema sinistra organizzata, non solo a LC. E, soprattutto, si trattava della prima crisi di militanza che affrontavamo: avevamo tutti tra i 20 e i 23 anni, convinti della superiorità del nostro “programma” marxista rivoluzionario rispetto alla confusione che ci sembrava regnare tra gli altri. E, diciamocela tutta, tendevamo a guardare le altre correnti politiche della sinistra rivoluzionaria (con la parziale eccezione di anarchici e bordighisti) con un atteggiamento che non esiterei a definire quasi spocchioso, da “aristocratici della rivoluzione”: noi avevamo la Storia, con la ESSE maiuscola, che ci sosteneva! Avevamo radici profonde, che risalivano almeno agli anni Venti, mica come questi “pragmatici empiristi” più o meno movimentisti, nati ieri o l’altro ieri e che “passavano da un’infatuazione all’altra”, da una “moda” (il maoismo, più o meno declinato) a un’altra (lo spontaneismo dell’autonomia operaia più o meno organizzata). Questa spocchia, questo guardare dall’alto in basso le altre componenti, non ci impediva di essere fianco a fianco nelle lotte concrete, ma, paradossalmente, ci dava una certa forza psicologica, utile a superare quelle che ci apparivano difficoltà momentanee. In fin dei conti, la Storia ci avrebbe dato ragione, prima o poi, visto che eravamo gli unici dotati fino in fondo del metodo marxista. Comunque, al di là delle motivazioni più o meno giustificate del nostro ottimismo, i fatti non sembravano darci del tutto torto. Tra l’autunno del ’77 e la primavera del ’78 (quando partecipammo quasi tutti al convegno di rilancio dei GCR di Gatteo Mare, alla presenza, oltre che dell’immancabile Livio Maitan, di Ernest Mandel), il GCR di Brescia raddoppiava i propri effettivi, sia in termini di militanti sia, ancor più, di area simpatizzante. Aderivano operai della Breda Meccanica, della Glisenti, della Eredi Gnutti, si intensificavano i contatti con operai dell’Ideal Standard già aderenti al Coordinamento Operaio di due anni prima, entravano alcuni quadri provenienti da Democrazia Proletaria (intesa come partito) e alcuni giovanissimi studenti medi. Alle manifestazioni che si susseguivano praticamente quasi ogni settimana, lo spezzone organizzato dietro il nostro striscione era uno dei più nutriti. Insomma, complice anche la scomparsa o l’indebolimento delle altre organizzazioni dell’estrema sinistra (con l’eccezione dell’arcipelago “autonomo”) il GCR, a partire dalla primavera del ’78, non era più il “parente povero” dei gauchistes bresciani.

(continua)

Flavio Guidi