Oggi pomeriggio ho ricevuto da un compagno un video: girato a Firenze, poche ore prima, mostrava la cerimonia di commiato per il compagno Orso, caduto nel Rojava combattendo gli islamo-fascisti dell’Isis. Alcune decine di compagni, con le bandiere rosso-nere, cantavano “Il galeon fatale”, la bellissima canzone il cui testo fu scritto dal compagno Belgrado Pedrini in carcere, nel 1967. Amaro destino, quello del partigiano anarchico Pedrini, condannato nel 1949 dall’Italia “antifascista” per aver ucciso uno sbirro fascista nel 1942, e liberato solo 25 anni dopo. Amaro destino quello del compagno “Orso”, assassinato dalle canaglie islamo-fasciste nel Rojava (per gli amici di Assad “Siria del Nord”) che, seguendo le orme di altre migliaia di comunisti di tutte le tendenze, di anarchici, di socialisti, di repubblicani che erano andati a combattere contro il fascismo (il “catto-fascismo” di Franco) in terra di Spagna 80 anni prima, voleva testimoniare con i fatti cosa vuol dire essere internazionalisti conseguenti. Con lui qualche altro compagno italiano (il più conosciuto è il compagno Davide Grasso) e alcune decine, forse qualche centinaio, di combattenti internazionalisti provenienti da tutto il mondo. Il povero, isolato, arretrato, piccolo Rojava è forse la “nostra Spagna rossa” di oggi? I miliziani e le miliziane dell’YPG sono così lontani, nel nostro immaginario, da quei miliziani col berretto rosso-nero che inondavano le strade di Barcellona nel luglio del ’36? Nel mio cuore, per parafrasare Camillo Berneri, no. Eppure in un altro angolo di me stesso mi sembrano lontani non otto decenni, ma secoli. Tre generazioni, non di più, li separano. Ma dietro “quei” miliziani c’era un movimento operaio che, al di là degli errori (e degli orrori), delle vigliaccherie, degli opportunismi, era vivo, seppur temporaneamente sconfitto. C’erano non solo le centinaia di migliaia che accompagnavano il feretro di Durruti per le strade di Barcellona nel novembre del ’36, o le decine di migliaia che accompagnavano quelli di Berneri e Barbieri nel maggio del ’37, ma i milioni che scendevano in piazza o che versavano il loro contributo ritagliato dal magro salario da Parigi a Londra, da Detroit a Buenos Aires, da Bruxelles a Stoccolma (a Roma, Berlino o Lisbona non potevano più farlo) per “aiutare la Spagna Antifascista”. Anche quando, trent’anni dopo, il cadavere di Che Guevara venne mostrato dai suoi assassini alla stampa internazionale, ci furono milioni di persone che manifestarono, in quei giorni e nei mesi ed anni successivi per rivendicare quella sacrosanta lotta guerrigliera. Ed era ancora un grande e vivo movimento operaio (a cui si aggiungeva in questo caso il nuovo movimento studentesco) che si muoveva dietro i cartelli e gli striscioni con la faccia del “Che”. Poi, poco a poco, è arrivato il riflusso, il “desencanto”. Serpeggiante negli anni ’80, travolgente nei ’90 e diventato marea apparentemente irresistibile nel nuovo millennio, nonostante l’illusoria stagione “No Global” dei primi anni del nuovo secolo. L’offensiva dei potenti di sempre non ha nemmeno avuto bisogno di ricorrere ai lager, alle galere di massa, alla violenza indiscriminata. L’individualismo diffuso, la pusillanimità assurta a valore “anti-retorico”, l’ignoranza teorizzata e praticata del passato sono ormai la norma. La “nostra” classe sembra volatilizzata, atomizzata, spappolata, priva anche di quel minimo di coscienza che un tempo era chiamata spregiativamente “tradeunionista” (cioè sindacale in senso semi-corporativo). Ed Orso è stato sepolto quasi in solitudine, magari con qualche migliaio di “likes” (o di faccine con la lacrima, come ho fatto anch’io) su Facebook. Me ne vergogno, compagno Orso, me ne vergogno profondamente. Che la terra ti sia lieve! Heval Tekoser! No pasarán!

Flavio Guidi

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