Mi scuso con i lettori per la banale rima (dal contenuto che mi piacerebbe fosse banale e scontato). Parlare del furto a cui quotidianamente i padroni e i loro servi governativi sottopongono i lavoratori sembra talmente scontato, sulle nostre pagine, lette purtroppo solo da quella che ormai è una specie di “aristocrazia” della cultura, da risultare quasi stucchevole. Ma il fatto che, persino a sinistra, tra le persone quindi mediamente più colte e preparate, ci si dimentichi spesso dei vari modi in cui il capitale e lo stato sottraggono la ricchezza prodotta dai lavoratori ai suoi legittimi “proprietari”, ci costringe a volte a mettere in risalto le diverse modalità della rapina. Una di queste, tra le più sfacciate, è la rapina fiscale basata sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Quante volte avrete sentito in Tv, in un negozio, al bar, la gente lamentarsi delle “tasse”? E, scommetto, si tratta quasi sempre di imprenditori, bottegai, piccolo-borghesi, cioè delle classi che danno di meno e si prendono di più! Magari aggiungendo lamentele e piagnistei razzisti sugli euro sprecati per gli immigrati, i rifugiati, i partiti politici, i sindacati, ecc. Ovviamente al piccolo borghese sfigato, al sottoproletario da osteria (e purtroppo anche a molti lavoratori non particolarmente svegli) non viene mai in mente di additare i ricchi, i capitalisti. Al massimo arrivano ad additare i loro servi, i cosiddetti “politici” (salvo poi magari votare proprio i più ladri tra di loro). Eppure, se la matematica non è un’opinione, le cifre parlano da sole. Quando iniziai a lavorare, nei primi anni 80, la mia aliquota Irpef media (per uno stipendio analogo a quello del mio ultimo mese di lavoro, agosto 2017, ovviamente in termini di potere d’acquisto) era del 18%. Nel 2017 era del 26%: 8 punti in più sottratti al mio stipendio! Non mi scandalizzerei più di tanto se questo aumento dell’Irpef fosse avvenuto PER TUTTI I REDDITI, ed in misura progressiva (che so, il 12% in più per chi ha un reddito doppio del mio, un 20 per chi guadagna 4 o 5 volte il mio reddito, e così via). Ma, negli ultimi 35 anni, è accaduto esattamente il contrario. Vediamo un po’ di dati. Con la riforma fiscale del gennaio 1974 (ecco uno dei tanti frutti di quegli anni di lotte proletarie e studentesche) veniva introdotta una reale progressività della tassazione (come d’altra parte prescriveva la stessa Costituzione repubblicana). Vengono contemplate ben 22 aliquote per l’Irpef: la più bassa del 10%, e via via crescendo, fino ad una massima del 72%. Questa riforma dura solo 9 anni. Già nel 1983, col riflusso e il connubio Dc-Craxi, le aliquote scendono a 9, con la più bassa al 18% e la più alta al 65. Ovviamente i ricchi non si accontentano, ed i successivi governi, di destra o di centro-sinistra, continuano la nefasta opera iniziata nell’83, riducendo ancora la progressività a vantaggio esclusivo dei ricchi. Oggi le aliquote sono solo 5: la più bassa è del 23%, la più alta del 43. In meno di 4 decenni la differenza tra aliquota dei “poveri” e aliquota dei “ricchi” si è ridotta da 62 punti a soli 20 punti! E nel frattempo l’IVA, una tassa che, come tutte le indirette, non fa distinzione tra poveri e ricchi, è passata dal 12 al 22%. Migliaia di miliardi passati dalle tasche dei lavoratori a quelle dei padroni, dei banchieri e degli altri parassiti sociali. E questo governaccio giallo-verde parla addirittura della vergognosa flat tax, una tassa che considera Berlusconi e il più povero dei lavoratori come “uguali” davanti al fisco! E magari aumentando di nuovo l’Iva. Questi Robin Hood al contrario, Salvini in primis, vanno fermati al più presto. Ricominciamo a gridarlo forte: aumento significativo delle tasse sui redditi alti, introduzione di nuove pesanti imposte sulle medie e grandi imprese, forte patrimoniale! I soldi ci sono, eccome: andiamo a prenderli da chi li ha!

Roberto Bosco