Di Valentina Saini

«In Ticino la sinistra è necessaria come il pane». A dirlo a Gli Stati Generali è Matteo Pronzini, uno dei tre deputati del Movimento per il socialismo eletti al Gran Consiglio, il parlamento ticinese, dopo il voto di domenica. Un voto che ha visto avanzare tutta la sinistra a sinistra del Partito socialista, tradizionale riferimento dei progressisti. E questo stupisce, in un cantone politicamente noto in Italia per le posizioni assertive della Lega dei ticinesi. Non lontana, per idee, dalla Lega nostrana.

Il nuovo governo ticinese si è insediato proprio stamane, dando il via a una legislatura che promette di essere movimentata. «Il nuovo parlamento è molto più frammentato – dice a Gli Stati Generali Libero D’Agostino, giornalista e già vice direttore del settimanale ticinese Il Caffè –, e il rafforzamento della sinistra radicale lascia presagire un’opposizione più vivace».

Alle ultime elezioni il Movimento per il socialismo è salito di due seggi rispetto al 2015, arrivando a quota 3; il Partito comunista (con una lista dall’età media di 26 anni) ha ottenuto 2 seggi. E se gli altri partiti sono rimasti più o meno sulle stesse quote della scorsa legislatura, la Lega dei Ticinesi ha subito un tracollo di 4 seggi scendendo dal 24,2% del 2015 al 19,8%. Ma la vera sorpresa del voto è stato l’exploit della formazione femminista Più Donne, che pur essendo nata poche settimane prima delle elezioni si è aggiudicata due seggi.

«Volevamo contribuire a ridurre la strutturale mancanza di rappresentatività di genere nelle istituzionivisto che, fino a ieri le deputate erano solo 23 su 90 – spiega la capolista Tamara Merlo, avvocata ed ex deputata dei Verdi –. E c’è ancora molto da fare, basti pensare che purtroppo il Consiglio di Stato [ossia il governo cantonale] sarà di nuovo tutto al maschile». I temi chiave, per le due elette Merlo e Maristella Patuzzi, saranno quelli della parità di genere.

«In Svizzera la disparità salariale è un problema molto grave, e anziché diminuire sta aumentando – continua Merlo –. A livello di Canton Ticino poi, le donne fanno molta fatica a trovare lavoro, e nella categoria dei sottoccupati, ossia delle persone impiegate per poche ore settimanali ma che vorrebbero lavorare di più, 2 su 3 sono donne».

Per Merlo se in politica ci sono poche donne «non è per mancanza di volontà, come dicono i maggiori partiti, e l’abbiamo dimostrato. In appena un mese e mezzo abbiamo creato dal nulla una lista con 47 candidate». La performance della sinistra radicale, per la deputata, «è un buon segnale, le loro liste sono decisamente più egualitarie. Probabilmente sono stati premiati anche per questa scelta, infatti dei loro cinque eletti tre sono donne».

A partire dal Movimento per il socialismo, i cui tre seggi saranno occupati da un uomo e due donne. «Questo successo è il risultato di un lavoro che viene da lontano – sottolinea proprio il deputato di MPS Pronzini –. In Ticino c’è una forte crisi sociale e, come nel resto d’Europa, a pagarne le conseguenze sono soprattutto i lavoratori. Il resto dei partiti, dai socialisti alla Lega, hanno sempre fatto parte dello stesso governo, noi siamo stati gli unici a fare opposizione politica. Come la campagna per il no al referendum sulla riforma del sistema pensionistico due anni fa, che prevedeva l’aumento dell’età pensionistica delle donne, un innalzamento voluto anche dal Partito socialista».

Una ridotta capacità di farsi sentire come forza di opposizione, per D’Agostino, è fra le cause dell’indebolimento della Lega. Lo storico partito ticinese pare aver perso mordente. «La Lega era un movimento di opposizione, di opposizione alla partitocrazia, alle élite e quant’altro – nota D’Agostino –. Ma da quando si è insediata al governo con la maggioranza relativa è diventata sempre meno barricadera e più istituzionale. Oggi il ruolo dell’opposizione lo stanno svolgendo a pieno titolo il Movimento per il socialismo e gli altri movimenti di sinistra».

Ancora, per D’Agostino c’è stato un travaso di voti a favore dell’Unione democratica di centro, l’UDC fondato dal già citato Blocher (e oggi presieduta, a livello nazionale, da Albert Rösti). Continua D’Agostino: «Quelle che erano le linee guida della Lega, ossia sovranismo svizzero in contrapposizione con l’UE, rifiuto dell’immigrazione di massa e degli stranieri, oggi sono interpretate, a livello cantonale e nazionale, dall’UDC».

Partito, l’UDC, di grande successo in tutta la Confederazione, ma che in Ticino era sempre vissuto all’ombra della Lega. Con queste elezioni il distacco tra le due formazioni si è ridotto di diversi punti (fermo restando che la Lega rimane il secondo partito). Punto di forza dell’UDC, secondo il suo vicepresidente Marco Chiesa, è stata la capacità di mobilitare e coinvolgere l’elettorato. «Siamo riusciti a chiamare il popolo all’espressione tramite referendum su varie iniziative – afferma Chiesa –. Questo aiuta a creare un clima di fiducia rispetto al lavoro che viene svolto e alla democrazia diretta».

Alex Farinelli, il deputato più votato del Partito libero radicale (il primo partito in Canton Ticino), ipotizza pure una certa disillusione tra i fattori che hanno penalizzato la Lega. «Forse dopo 8 anni di maggioranza relativa, gli elettori della Lega hanno visto le proprie aspettative un po’ deluse». Il voto di protesta, per Farinelli, spiegherebbe anche il successo della sinistra radicale rispetto al Partito Socialista, «che forse non è percepito come sufficientemente a sinistra».

Un’analisi confermata da Pronzini. «Per il Partito socialista è più importante fare parte del governo, cosa che garantisce una serie di privilegi, piuttosto che posizionarsi chiaramente a sinistra, all’opposizione. Ed è ostaggio di questa situazione. Noi abbiamo rotto in modo netto con il Partito socialista proprio perché per anni ha cercato di imbrogliare i lavoratori». Il motivo del successo della sinistra radicale in Ticino, insomma, sembra essere stata la vicinanza alle fasce più deboli della popolazione.

E in effetti la situazione non è rosea come di solito la immaginiamo dall’Italia, soprattutto in Ticino. Stando ai dati 2018 dell’Istat cantonale, l’Ustat, mentre a livello federale i poveri sono il 7,5%, in Ticino hanno da tempo superato il 17%. Ossia oltre 60mila persone su una popolazione cantonale di poco superiore a 354mila. «Secondo i dati ufficiali il 30% della popolazione ticinese è a rischio povertà» nota Pronzini.

«I bisogni sociali esistono – conferma D’Agostino –. Tanto per cominciare la busta paga media, in Ticino, è del 15-20% inferiore a quella degli altri cantoni, ed è sempre stato così. La manodopera frontaliera serve, direttamente o indirettamente, a tenere bassi i salari. Negli ultimi anni poi il Ticino ha registrato una forte crescita economica e occupazionale, che però non è stata omogenea. Si sono create delle sacche di disagio».

Il problema non sembra stare nel tasso di disoccupazione, quanto nella sottoccupazione. I dati dell’ottobre 2017 mostravano che, delle circa 8mila persone assistite dallo Stato in Ticino, 1.200 non riuscivano ad arrivare alla fine del mese pur avendo un lavoro. D’altra parte, nota D’Agostino, «accanto alle industrie di punta, come quella meccanica e quella chimico farmaceutica, ce ne sono altre caratterizzate da un’estrema arretratezza produttiva, che per essere competitive giocano sui bassi salari piuttosto che sull’innovazione».

Il primo scoglio per il nuovo Gran Consiglio sarà la riforma fiscale del mese prossimo. Per omogeneizzarsi alla legislazione europea Berna voterà su una riforma fiscale che prevede l’abolizione dei cosiddetti Statuti fiscali speciali, un pilastro dell’attrattività svizzera per le aziende straniere. Dopo il voto, ogni cantone potrà decidere, entro certi limiti, le aliquote fiscali da applicare. L’obiettivo, naturalmente, è quello di non perdere competitività. Ma già oggi il Canton Ticino si colloca alle ultime posizioni in Svizzera quanto ad attrattiva fiscale.

«Il neo-ministro delle finanze ticinese, Christian Vitta, ha già annunciato una riforma per concedere degli sgravi fiscali, sia alle imprese che ai cittadini. Ma su questo ci sarà una forte opposizione della sinistra e dei verdi – sottolinea D’Agostino – per i quali non è il momento di abbassare le tasse, ma piuttosto di aumentare gli aiuti sociali».

E dal Ticino sembra che la ricetta suggerita alla sinistra europea per vincere (o almeno sperare di crescere) sia proprio questa: ritornare alle basi, dopo la lunga svolta neocentrista della Terza Via.

Da glistatigenerali.com