Professore di relazioni internazionali e politiche Gilbert Achcar teme delle difficili transizioni in Sudan e Algeria alla luce delle esperienze passate, in particolare in Libia e in Egitto

Originario del Libano, Gilbert Achcar è professore di relazioni internazionali e politiche presso la Scuola di studi Orientali e Africani a Londra. È autore di “le Peuple veut” (Actes Sud, 2013) e “Symptômes morbides” (Actes Sud, 2017).

Possiamo parlare di una nuova primavera araba?

Effettivamente c’è una nuova spinta rivoluzionaria in Algeria e Sudan. Non bisogna dimenticare che dall’anno scorso ci sono episodi di rivolta sociale in Tunisia, Marocco e Giordania.  Quindi si vedono i segni di una nuova ascesa rivoluzionaria. Ma dal 2013 siamo anche dentro una fase controrivoluzionaria. La situazione in Libia non sta migliorando con l’offensiva di Khalifa Haftar contro Tripoli, che segna in un certo senso un ritorno del vecchio regime. La situazione non migliora né in Siria né nello Yemen, che sono in guerra civile, e neanche in Egitto. Siamo in un momento contraddittorio. Ci sono gli elementi di una nuova primavera ma si tratta più di una fase di transizione. 

Quali sono i punti comuni tra le ribellioni algerine e sudanesi?

Ci sono due principali categorie di paesi nel mondo arabo. La prima riunisce gli Stati che possono essere descritti come patrimonio, con delle famiglie regnanti che possiedono l’apparato dello Stato. Esse considerano lo Stato come una loro proprietà privata. Questo è il caso delle otto monarchie del mondo arabo, dove il re è sovrano, non il popolo, ma anche di repubbliche, come la Siria, o in precedenza l’Iraq di Saddam Hussein, dove delle famiglie hanno preso possesso del Stato.  In questi casi, non si può immaginare un rovesciamento della famiglia regnante da parte delle forze armate.  E se per caso una parte di esse si unisce alla rivolta, come in Siria o in Libia, allora una guerra civile diventa praticamente inevitabile. L’altra categoria di Stati è quella dei neo-patrimoniali, le cui istituzioni hanno una relativa autonomia dai dirigenti. È il caso dell’Algeria e dell’Egitto. L’esercito lì è l’istituzione principale e ha il controllo diretto sul potere politico che emana da esso. È esso che fa e disfa i presidenti. Il Sudan è in una categoria intermedia. Omar al-Bashir, che prese il potere con un colpo di stato militare, aveva cercato di rimodellare l’esercito per controllarlo direttamente, così come aveva fatto Hafez al-Assad in Siria o Muammar al-Gheddafi in Libia, senza essere alla fine  in grado di farlo totalmente. L’esercito è stato in grado di rovesciarlo.

Temi delle transizioni difficili?

Sì, senza alcun dubbio. Quando la popolazione vuole rovesciare un regime, è in realtà l’intero modo di funzionamento dello Stato che vuole cambiare, non solo il suo Presidente. Bouteflika e El-Bashir sono solo la punta dell’iceberg, per così dire, la grande massa rimane sotto la superficie. I loro due regimi hanno come modello l’Egitto di Abdel Fatah al-Sisi e vogliono presentare l’esercito come il salvatore della nazione e consolidare ulteriormente il proprio potere. Potrebbe eventualmente funzionare in Sudan ma sarà più complicato in Algeria, dove la popolazione non si fa illusioni sul fatto che sia l’esercito a controllare il potere. Non bisogna dimenticare che ciò che è esploso nel 2011 è un processo rivoluzionario storico e lungo, che durerà per decenni. Esso si scontra con un blocco culturale, sociale ed economico, che produce i più alti tassi di disoccupazione nel mondo, specialmente tra i giovani. Per aggirarlo occorrerebbero cambiamenti radicali nelle politiche economiche che non si vedono da nessuna parte, compreso in Tunisia, dove la politica economica è una continuità con il vecchio regime. Si continua con le ricette del Fondo Monetario Internazionale, con le sue assurde politiche di austerità e di restringimento degli investimenti economici. L’idea che l’investimento privato diventerà motore è illusoria. In questa parte del mondo dove regnano l’arbitrarietà, l’instabilità e il nepotismo, i fondi privati ​​vanno in denaro facile e nella speculazione fondiaria. L’altra difficoltà è che, per realizzare questo cambiamento radicale, sono necessarie forze politiche che lo rappresentino e sostengano le aspirazioni democratiche e progressiste della popolazione, specialmente della sua gioventù. Il problema è che non se ne vedono, mancano drammaticamente in tutta la regione.

Ti aspetti altre insurrezioni?

Oltre al Qatar e agli Emirati Arabi Uniti, dove il 90% della popolazione è straniera, nessun paese è immune da un’esplosione, compresi quelli della primavera 2011. La situazione economica è insopportabile in Egitto. Le persone non vanno per strada perché sono scottate dai risultati ottenuti dal 2011. Sono tornate al punto di partenza o peggio. Ma quando vedono cosa sta succedendo vicino a loro, in Sudan e in Algeria, questo ridà loro coraggio. Prima o poi, il movimento ricomincerà. Il malcontento è generale. 

Luc Mathieu

https://www.liberation.fr/planete/2019/04/11/gilbert-achcar-bouteflika-et-el-bechir-ne-sont-que-le-sommet-de-l-iceberg_1720839