di David Lifodi

“Hoy decimos basta”, dissero gli zapatisti il 1 gennaio 1994, quando si sollevarono in armi contro il malgoverno priista di Salinas de Gortari e l’ingresso del Messico nel Nafta, il trattato di libero commercio, insieme a Canada e Stati uniti. Oggi, ancora una volta, l’Ezln dice di nuovo basta, per sottolineare come da allora a oggi, con López Obrador alla presidenza, non sia cambiato niente. Il rapporto tra gli zapatisti e Amlo non è mai sbocciato, nonostante l’elezione di un presidente forse ritenuto troppo frettolosamente di sinistra, ma comunque estraneo alla triade priista-panista-perredista, fosse stata accolta con enorme sollievo sia in un paese stufo di Peña Nieto e dei suoi predecessori sia in un continente dove ormai da tempo non spira più il vento del socialismo del XXI secolo e perfino nell’Europa solidale con i popoli latinoamericani.

Agli inizi di gennaio, in occasione dei festeggiamenti per i venticinque anni dell’Ezln,  è stato il comandante Moisès a sferrare un durissimo attacco al nuovo presidente messicano, definito il nuevo capataz che darà impulso ad una serie di grandi opere in terra chiapaneca, a partire dal Proyecto Regional de Desarrollo del Sur-Surest, dove gran parte della popolazione si trova in una situazione di estrema povertà. In effetti, ha destato sorpresa l’annuncio di Amlo di generare sviluppo e posti di lavoro nel sud del paese tramite un accordo con gli Stati uniti che prevede l’investimento di circa 35 milioni di dollari. A trarne vantaggio, aveva evidenziato Moisés, saranno agroindustria e multinazionali, a scapito delle comunità contadine.

Il rischio concreto, anche con Amlo, è che il grande capitale cerchi di mettere le mani, una volta di più, sul sudest messicano e sulla penisola dello Yucatán, con il paradosso di godere una legittimazione ancora maggiore di quella di cui aveva beneficiato con gli ultraliberisti Fox, Calderón e Peña Nieto. Le prime mosse di Obrador, come quelle dei suoi predecessori, sembrano mettere in vendita il Messico sul mercato mondiale, a partire dal contestato progetto del Tren Maya, che dovrebbe percorrere Chiapas, Tabasco e la penisola dello Yucatán. Sul Tren Maya Amlo rischia seriamente di emulare il suo collega boliviano Evo Morales all’epoca della contestata vicenda del Tipnis. Il Tren Maya è stato percepito dalle comunità zapatiste non solo come una provocazione, ma come il segnale che i grandi investitori aspettavano per potersi buttare a capofitto sul mercato in ambito minerario, turistico, dell’agroindustria e delle maquiladoras. Lo scopo è quello di trasformare il sudest del paese a immagine e somiglianza di ciò che il grande capitale richiede, non a caso il gruppo di imprenditori che sta dietro al Tren Maya si è appena costituito nell’Asociación de Empresarios por la Cuarta Transformación.

Fanno discutere anche i progetti di sviluppo nell’istmo di Tehuantepec volti alla modernizzazione di strade, ferrovie e aeroporti tra Salina Cruz e Coatzacoalcos per trasformare l’intero territorio in una zona franca per i progetti di sviluppo e appropriazione delle risorse naturali da parte delle multinazionali. Ciò che proprio non va giù, alle comunità zapatiste, è il cosiddetto indigenismo obradorista, che si inserisce in un progetto di apertura commerciale neoliberale ritenuto necessario per far uscire dall’arretratezza i popoli indigeni, non a caso definiti come “pre-moderni” dallo stesso presidente secondo il principio di un malcelato razzismo istituzionale. Gli zapatisti, tramite il comandante Moisès, hanno definito i progetti di Amlo un tentativo di spoliazione del sud del paese, il cui fine ultimo è quello di disarticolare i popoli indigeni e la loro autonomia. “Le terre delle comunità indigene del sud-est messicano rischiano di trasformarsi nella regione strategica di accumulazione privata del capitale a livello mondiale”, ha ribadito Moisès.

Anche molti intellettuali hanno confermato il loro appoggio agli zapatisti. Tra loro Raúl Zibechi, Ignacio Ramonet, Juan Villoro, Immanuel Wallerstein e tanti altri, che hanno sostenuto l’autogoverno delle giunte popolari autonome zapatiste e condiviso l’accusa di Moisés e dei vertici dell’Ezln, secondo i quali il Tren Maya e il progetto di sviluppo del corridoio transistmico rappresentano “un’umiliazione e una provocazione”. All’epoca del levantamiento del 1 gennaio 1994. l’Ezln denunciava un’aggressione alle comunità indigene che persisteva da 500 anni e contestava le accuse alle comunità di rappresentare un ostacolo allo sviluppo e al progresso. Oggi il Messico indigeno si trova di nuovo solo a dover affrontare una serie di minacce al proprio futuro.

Infine, hanno fatto molto discutere alcune nomine effettuate da López Obrador a seguito della sua elezione, fra cui quella di Manuel Bartlett, responsabile della Commissione federale per l’elettricità. Bartlett, riporta il mininotiziario di Aldo Zanchetta, America latina dal basso, “fu l’organizzatore della megafrode elettorale del 1988 che consentì l’ascesa al potere di Carlos Salinas de Gortari, indicato dallo stesso Amlo come capo di tutte le mafie”. Tra gli altri personaggi molto ambigui e legati alla triade perredista-panista-priista anche Esteban Moctezuma che, durante le trattative di pace di San Andrès dopo la sollevazione del 1 gennaio 1994, architettò il tentativo di catturare a tradimento l’allora subcomandante Marcos.

Considerata la clamorosa involuzione di Lenin Moreno in Ecuador, anch’esso accolto inizialmente con molte aspettative, la probabilità che le speranze riposte in Amlo rischino di andare rapidamente in frantumi è molto alta.