Crollo verticale dei grillini, forte recupero di un centro-sinistra “non renziano”, vittoria (ma con  una Lega al palo!) della destra.

 

A due settimane dalle elezioni amministrative in Abruzzo, eccoci di nuovo ad analizzare i dati di una regione un po’ più importante (quasi 1,7 milioni di abitanti). E, come già abbiamo fatto per l’Abruzzo, soffermandoci sui numeri reali, assoluti, dei votanti (e paragonandoli con quelli delle politiche dell’anno scorso, visto che rispetto a 5 anni fa sembra di parlare d’un’altra epoca storica): solo questi numeri (soprattutto in presenza di un significativo calo di votanti), ben più delle percentuali, danno la misura degli spostamenti di orientamento politico degli elettori (sempre da prendere con le pinze, vista la notoria deformazione dello “specchio” elettorale rispetto alla società reale). Ecco i dati (tra parentesi quelli di un anno fa).

Destra: 363 mila voti (283 mila nel 2018)

Centro-sinistra: 250 mila voti (154 mila nel 2018, più 27 mila di LeU)

M5Stelle: 85 mila voti (369 mila nel 2018)

Sinistra “radicale” (PRC, PCI, Sin. Sarda e Progetto Comunista): 8 mila voti (13 mila nel 2018).

Nell’ambito della destra la Lega, con 80 mila voti (94 mila un anno fa), pur diventando il primo partito della coalizione di destra, sembra, per la prima volta nell’ultimo anno, invertire la tendenza alla crescita. Forza Italia crolla a 57 mila voti (129 mila un anno fa), mentre i fascisti di FdI, con 33 mila voti, non solo perdono qualcosa rispetto ai 35 mila del 2018, ma non recuperano minimamente i 13 mila voti dell’estrema destra, presente un anno fa).

Nel centro-sinistra, il PD perde voti (95 mila oggi contro i 129 mila del 2018) a favore delle liste pro-Zedda meno “centriste”, soprattutto LeU e CP (elemento in controtendenza rispetto all’Abruzzo), che, tutte insieme, prendono più voti del PD (che però torna ad essere il primo partito in Sardegna). Insomma, se il centro-sinistra a trazione piddina non poteva lamentarsi dei risultati abruzzesi, il centro-sinistra sardo, lievemente più progressista, può quasi lanciare i fuochi d’artificio.

I grillini sono i veri, grandi sconfitti di queste elezioni: un anno fa, con 369 mila voti, avevano il 42,5%. Oggi sono diventati il quarto partito in Sardegna (dopo PD, Lega, PSd’Az), con 69 mila voti (9,7%). Un disastro senza appello.

Un altro elemento da sottolineare è, ovviamente, il prevedibile calo dei votanti: si è passati dal 65,5% del 2018 al 53,8% di ieri. Un calo vistoso, ma molto inferiore a quello verificatosi in Abruzzo due settimane fa: -11,7, rispetto al -22% abruzzese. E questo nonostante le recenti mobilitazioni dei pastori, che in parte hanno fatto appello al boicottaggio delle urne. Un secondo elemento di parziale differenziazione con l’Abruzzo è il flop della Lega: nonostante l’onnipresenza di Salvini (nei media nazionali e locali ed anche di persona – vedi vicenda dei pastori -) e i sondaggi trionfalistici, la Lega tiene dal punto di vista percentuale (da poco meno dell’11% dell’anno scorso all’11,4 di oggi) ma perde in termini di voti assoluti. Indubbiamente su questo mancato “sfondamento” influiscono fattori locali, come la presenza di una pletora di sigle e siglette nella coalizione di destra – in primis ciò che resta del Partito Sardo d’Azione (un partito un tempo schierato a sinistra e fortemente antifascista) – che, con quasi il 10% dei voti, supera Forza Italia situandosi al secondo posto nella coalizione reazionaria, a pochissima distanza da una Lega delusa. L’elemento comune, invece, tra elezioni abruzzesi e sarde è il crollo del M5S: anzi, qui la debacle è ancora più cocente. In termini percentuali i grillini passano dal 42,5% di un anno fa al 10% di oggi, perdendo quattro voti su cinque! E, ancor più che in Abruzzo due settimane fa, questi voti finiscono o ad un centro-sinistra in ripresa (e in parte anche alla destra) o nell’astensione. Sicuramente il “salvataggio” di Salvini non ha premiato i grillini. Probabile che l’elettorato 5 stelle di sensibilità “progressista” sia abbastanza stanco dello “scippo” del protagonismo politico operato dalla Lega fascistoide. E, come già sottolineavo due settimane fa, si ricomincia con il pendolo. Troppo presto per dire se sia l’inizio della fine del “grillismo”, se il M5S sia già in fase di sgonfiamento definitivo: in passato molti media e analisti avevano già venduto la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Di certo i segnali, per Di Maio & Co. sono molto preoccupanti. Un’altra somiglianza con le elezioni abruzzesi è la buona performance del centro-sinistra (anche se non del PD). In termini percentuali siamo quasi al raddoppio, rispetto a un anno fa (anche se LeU nel 2018 era fuori dalla coalizione, mentre ora ne è parte integrante): dal 17,6% (quasi 21 se comprendiamo LeU) ad oltre il 33%. E veniamo al variegato “arcipelago” delle forze a sinistra del PD. Le componenti più moderate (LeU e “Campo progressista”) possono essere relativamente soddisfatte: oltre il 7% dei voti (rispetto al 3 di LeU di un anno fa). Ovvio che la presenza dei seguaci di Pisapia e il fatto che il candidato del centro-sinistra, Zedda, venga da quest’area, ha i suoi effetti. Molto meno bene per le componenti più “radicali”: sia i “comunisti” interni al centro-sinistra (Progetto Comunista), sia quelli esterni (PRC-PCI-Sin. Sarda) portano a casa, in totale, un misero 1,1% (contro l’1,5 di Pap più PC di un anno fa), scendendo da 13 mila a meno di 8 mila voti. Bisognerebbe probabilmente aggiungere ai voti “a sinistra” del PD anche AutodetermiNatzione (14 mila voti, il 2%), che candidava l’ex-diessino Andrea Murgia. Ad essere generosi si potrebbe pure includere Sardegna in Comune (che strizza l’occhio, almeno nel nome) alla Barcelona en Comù di Ada Colau, che vede la presenza di Possibile e dei “bersaniani” sardi – ma pure dei radicali. Volendo quindi essere “ecumenici” la sinistra sarda, divisa in gruppi e sottogruppi (quasi tutti pro Zedda), sembrerebbe una delle meno malate (almeno elettoralmente) d’Italia: oltre 88 mila voti (12,4% dei votanti) ieri, rispetto ai 59 mila (7%) di un anno fa. Credo che l’incremento numerico sia, almeno in parte, dovuto al “soccorso grillino”. Ma il fatto che i “premiati” (a parte AutodetermiNatzione) siano le “stampelle” del centro-sinistra e non i settori più radicali deve essere oggetto di un’attenta riflessione. In particolare l’alleanza tra il PRC, il PCI e Sinistra Sarda, con meno di 5 mila voti, non raccoglie neppure la metà dei 13 mila voti di Pap e PC dell’anno scorso. Certamente la dinamica del cosiddetto “voto utile”, con la paura dell’affermazione di una destra sempre più estremista e fascistoide e in presenza di un candidato come Zedda che, pur non essendo certo un “comunista”, ha mantenuto un minimo di fisionomia “progressista” e “a sinistra” del PD (proviene da SEL), ha giocato a sfavore delle componenti più radicali. Resta il fatto che, diversamente da ciò che è accaduto in Abruzzo due settimane fa, il vento di destra sembra soffiare meno forte sull’isola di Gramsci.

Flavio Guidi

 

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