di Flavio Guidi

Quest’anno, meno di un mese fa, è passato giusto un secolo dall’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. I criminali dei Freikorps, dei paramilitari pre-nazisti, antisocialisti, antiproletari, antisemiti fecero il lavoro sporco, nella Berlino insanguinata dalla repressione della rivolta spartachista. Una repressione voluta non solo dalla destra reazionaria, ma anche dalla parte più moderata della vecchia socialdemocrazia (col “boia di Berlino”, Gustav Noske, in testa). Nel nostro blog abbiamo già cominciato a parlarne. E abbiamo in programma una serata in suo onore, e in onore del suo compagno di sventura, quel Karl Liebknecht che ebbe il coraggio di votare in parlamento, da solo, contro i maledetti “crediti di guerra” che distrussero l’Internazionale socialista, aprendo un solco mai più richiuso tra la sinistra socialista rivoluzionaria (Rosa, Lenin, Trotsky, ecc.) e la destra socialdemocratica (i “social-traditori”, come li definì Lenin). Il Centro Studi “Maitan-Berneri” (e il circolo “Guido Puletti” di Sinistra Anticapitalista) vuole ricordare così una delle più grandi figure del movimento socialista. Una figura che appare oggi, al di là di venti e maree, di un’attualità inattesa. I Lenin, i Trotsky ci appaiono oggi, per certi versi, meno “vicini”. In un certo senso il loro destino (politico ed umano) di “vincitori” dell’Ottobre li ha consegnati ad una dimensione un po’ troppo mitica. Li ha quasi imbalsamati (nel caso del povero Lenin anche in senso letterale, visto il Mausoleo che Stalin, il prete mancato georgiano,  fece costruire per la sua mummia, nuovo idolo di una religione “marxista-leninista” che di Marx e di Lenin conservava solo gli ammennicoli esteriori), costringendoli ad una misura quasi “sovrumana”. Rosa no. Lei resta nella nostra memoria, più ancora che per le lucide e profetiche analisi dell’imperialismo o della burocrazia “operaia”, per la tragica umanità un po’ crepuscolare dei suoi ultimi anni, figlia di una sconfitta storica, quella del grande massacro della Grande Guerra e dell’abortita rivoluzione tedesca. Non solo il suo grido d’allarme (Socialismo o Barbarie) ci risuona nelle orecchie con minacciosa attualità, ma tutte le messe in guardia ai pur stimati bolscevichi ci fanno capire che la lucidità politica, se accompagnata dalla grandezza morale, dalla sensibilità umana nemica del cinismo da “realpolitik”, da una profonda cultura marxista (e quindi, per definizione, radicalmente democratica) resteranno per sempre nella Storia della parte migliore dell’umanità, sottratti alle grinfie dei suoi assassini.

«L’ordine regna a Berlino!» Stupidi sbirri! Il vostro «ordine» è costruito sulla sabbia. Già domani la rivoluzione si ergerà nuovamente e annuncerà, con vostro profondo orrore, con un suono di squilla: «Ero, sono, sarò!»[1]                                          „Ordnung herrscht in Berlin!“ Ihr stumpfen Schergen! Eure „Ordnung“ ist auf Sand gebaut. Die Revolution wird sich morgen schon „rasselnd wieder in die Höh’ richten“ und zu eurem Schrecken mit Posaunenklang verkünden:
Ich war, ich bin, ich werde sein!         

L’ultracentralismo raccomandato da Lenin ci sembra pervaso in tutto il suo essere non dallo spirito positivo e creatore ma dallo spirito sterile del guardiano notturno. La sua concezione è fondamentalmente diretta a controllare l’attività di partito e non a fecondarla, a restringere il movimento e non a svilupparlo, a soffocarlo e non a unificarlo.[2]

La libertà, riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà. La libertà è sempre soltanto la libertà di chi pensa diversamente. Non per fanatismo per la «giustizia», ma perché tutto quanto vi è di istruttivo, di salutare, di purificatore nella libertà politica dipende da questo modo di essere, e perde la sua efficacia quando la «libertà» diventa privilegio.[3]

Ma Lenin sbaglia completamente nella ricerca dei mezzi: decreti, potere dittatoriale degli ispettori di fabbrica, pene draconiane, terrorismo, sono solo dei palliativi. L’unica via che conduce alla rinascita è la scuola stessa della vita pubblica, la più larga e illimitata democrazia, l’opinione pubblica. Proprio il regno del terrore demoralizza. Tolto tutto questo, che rimane in realtà? Lenin e Trotski hanno sostituito ai corpi rappresentativi eletti a suffragio universale i Soviet, come unica vera rappresentanza delle masse lavoratrici. Ma soffocando la vita politica in tutto il paese, è fatale che la vita si paralizzi sempre più nei Soviet stessi. Senza elezioni generali, senza libertà illimitata di stampa e di riunione, senza libera lotta di opinioni, la vita muore in ogni istituzione pubblica, diviene vita apparente ove la burocrazia rimane l’unico elemento attivo. La vita pubblica cade lentamente in letargo; qualche dozzina di capi di partito di energia instancabile e di illimitato idealismo dirigono e governano; tra loro guida in realtà una dozzina di menti superiori; e una élite della classe operaia viene convocata di quando in quando a delle riunioni per applaudire i discorsi dei capi e per votare all’unanimità le risoluzioni che le vengono proposte – è dunque in fondo un governo di cricca, una dittatura certamente, ma non la dittatura del proletariato, bensì la dittatura di un pugno di uomini politici, una dittatura nel significato borghese… C’è di più: una tale situazione porta necessariamente ad un inselvatichirsi della vita pubblica: attentati, fucilazioni di ostaggi, ecc.[4]

Qualche volta ho la sensazione di non essere un vero e proprio essere umano, ma appunto qualche uccello o un altro animale in forma di uomo; nel mio intimo mi sento molto più a casa mia in un pezzetto di giardino come qui, oppure in un campo tra i calabroni e l’erba, che non… a un congresso di partito. A lei posso dire tutto ciò: non fiuterà subito il tradimento del socialismo. Lei lo sa, nonostante tutto io spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o in carcere. Ma nella parte più intima, appartengo più alle mie cinciallegre che ai “compagni”. E non perché nella natura io trovi, come tanti politici intimamente falliti, un rifugio, un riposo. Al contrario, anche nella natura trovo ad ogni passo tanta crudeltà, che ne soffro molto.[5]

Solo estirpando alla radice la consuetudine all’obbedienza e al servilismo, la classe lavoratrice acquisterà la comprensione di una nuova forma di disciplina, l’autodisciplina, originata dal libero consenso.[6]

↑ Die Ordnung herrscht in Berlin (L’ordine regna a Berlino), «Die rote Fahne», 14 gennaio 1919 
↑ Rosa Luxemburg, Scitti politici, a cura di Lelio Basso, Roma 1965, pp. 217 ss.
↑ La rivoluzione russa. Un esame critico (settembre 1918, pubblicato postumo nel 1922), in Rosa Luxemburg, Scritti Politici a cura di Lelio Basso (seconda edizione), Roma Editori Riuniti, 1970, p. 589.
↑ ibidem, pp. 590-591.
↑ Dalla lettera a Sophie Liebknecht, 2 maggio 1917 
↑ 1918; citato in Noam Chomsky, I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America,