So che per molti compagni l’analisi dei flussi elettorali è una cosa noiosa e poco importante. Un certo “vezzo”, diffuso nell’estrema sinistra, è quello di snobbare le elezioni, sia non partecipandovi, sia ignorando i loro risultati. Sentendosi così, magari, più “rivoluzionari”, più radicali. A me questo atteggiamento ricorda un po’ la favoletta “La volpe e l’uva” o, peggio ancora, lo snobismo radical chic di chi non si “abbassa” al livello delle forze politiche borghesi o riformiste (e quindi del 95% delle persone che ci stanno intorno, al di là delle chiacchiere da bar). Magari ripetendo come un mantra la manfrina su “quel che contano sono le lotte” (quali?). Da sempre sono un “presenzialista” (da non confondere con “elettoralista” – uno cioè che crede che le cose si cambino con la scheda elettorale -): l’assenza dei rivoluzionari dalle elezioni è (quasi) sempre un segno di debolezza, secondo me (anche quando è spacciato per “forza” e “purezza” ideologica. E da sempre mi interessano i dati di quello specchio (deformato, certo) dei rapporti di forza politici e sociali che sono le elezioni.

E veniamo ai dati delle elezioni di ieri, quelle abruzzesi. Non si tratta di un test particolarmente importante: la regione in questione ha più o meno lo stesso numero di abitanti della provincia di Brescia (1,3 milioni), con un PIL che è poco più della metà di quello della nostra provincia. Ciononostante si presta ad alcune riflessioni. Innanzitutto il calo degli elettori rispetto alle politiche di 11 mesi fa: meno 22%. Ieri poco più della metà degli abruzzesi si è presa il disturbo di andare a votare. Segno di una ulteriore disaffezione (e, mi spiace per i compagni “astensionisti” pieni di illusioni, di spoliticizzazione) di fronte ad un’offerta politica sempre meno attraente. Questo crollo di partecipazione ha colpito, mi sembra, soprattutto il M5S e la sinistra, mentre sia la destra sia il centro-sinistra ne sono stati immuni. Un’avvertenza: preferisco fare il raffronto con le politiche di un anno fa, visto il profondo cambiamento avvenuto il 4 marzo del 2018. I 5 anni che trascorrono tra un’elezione e l’altra sono diventati ormai un periodo troppo lungo, vista la volatilità dell’elettorato negli ultimi anni. Questo non vuol dire che le specificità di un’elezione amministrativa (in cui i “grillini” sono spesso penalizzati) non esistano. La destra (guidata in questo caso da un post-fascista di FdI-AN) cresce, passando dai 280 mila voti del marzo 2018 ai 300 mila di ieri. La cosa più preoccupante è che questa crescita è pagata dalle componenti più moderate (Forza Italia dimezza rispetto all’anno scorso – ed era già dimezzata nel 2018 rispetto agli anni precedenti) a tutto vantaggio dell’estrema destra leghista (che passa da 105 mila a 170 mila voti) e neofascista (che mantiene i suoi 38 mila voti). Anche aggiungendo ai 280 mila voti di cui sopra i 12 mila voti ottenuti dai gruppuscoli neonazisti (CPI e FN) un anno fa (ed oggi ridotti a meno di 3 mila voti), si nota comunque un piccolo incremento dell’elettorato reazionario e razzista. Radicalizzazione a destra, quindi. Il M5S crolla dagli oltre 300 mila voti di un anno fa ai 126 mila di oggi (e, ancora più allarmante per i grillini, si perdono elettori anche rispetto al 2014 – meno 17 mila!). I quasi 180 mila voti persi finiscono per la maggior parte nell’astensione, ma una fetta relativamente significativa “torna all’ovile” del centro-sinistra, che passa dai 154 mila voti di un anno fa (134 mila PD e satelliti, 20 mila LeU) ai 195 mila di ieri. Un dato allarmante, per noi, è l’ulteriore crisi a sinistra. Un anno fa la sinistra (già molto debole) raccoglieva, nelle tre liste presentatesi (LeU, PaP e PC) circa 35 mila voti (il 4,5%). Oggi gli eredi di LeU, presenti nella coalizione pseudo-progressista, ottengono la metà dei voti presi dalle tre liste un anno fa (e meno persino dei soli voti di LeU, pur essendo oggi in coalizione con PD e satelliti, cosa che spesso “premia” dal punto di vista elettorale). Vero che la presenza di una miriade di liste di appoggio al candidato di centro-sinistra ha sicuramente contribuito a questo risultato, ma non di meno il quadro appare sconfortante, soprattutto se pensiamo che non erano presenti liste apertamente di sinistra (presenti invece nel 2014). Insomma, mentre razzisti e fascisti si rafforzano, dal lato opposto la radicalizzazione, per lo meno dal punto di vista elettorale, non avviene. Anzi, si assiste ad un ulteriore spostamento verso il “centro” dell’elettorato che si presume “progressista”. Se questi dati, sicuramente influenzati da fattori locali, dovessero essere confermati nelle prossime elezioni sarde e, ancor più, in quelle europee in primavera, sarebbe un ulteriore passo avanti verso il disastro. D’altra parte, finché i movimenti sociali languono (a partire dall’unico che può realmente modificare i rapporti di forza, quello dei lavoratori) non c’è da aspettarsi nulla di buono.

Flavio Guidi