C’ERA UNA VOLTA IL WEST:

IL BIENNIO ROSSO ’68 – ‘69

“LA LOTTA DEGLI UOMINI CONTRO IL POTERE E’ ANCHE LA LOTTA DELLA MEMORIA CONTRO L’OBLIO” (Milan Kundera – IL LIBRO DEL RISO E DELL’OBLIO)

Non siamo certo qui per fare delle celebrazioni. Io, almeno, non lo sono!

Le celebrazioni sono sempre qualcosa di propedeutico all’imbalsamazione. E alla demonizzazione tesa a dividere, in modo manicheo, i BUONI dai CATTIVI (dentro tutte quelle storie che vanno a comporre il grande MOVIMENTO degli anni Sessanta, fino al BIENNIO ROSSO del 68-69).

Non sono qui a riprodurre obbediente le FALSIFICAZIONI ISTITUZIONALI.  A separare i BUONI perché RICICLATI NEL POTERE, infine. Dai CATTIVI più o meno di “PIOMBO”: in galera, in esilio o ai margini di qualsiasi cosa. Gli invisibili, gli sconfitti dalla storia!

Io, per lo meno, sto dentro quella grande storia che fu. In quella GRANDE ONDATA RIVOLUZIONARIA con amore e passione. Senza perdere le misure delle cose, degli esseri umani, degli accadimenti che l’hanno percorsa.

Dentro fino al collo e oltre, senza respiro né tregua, in quell’ondata rivoluzionaria del tutto EXTRAISTITUZIONALE. In conflitto duro e pervicace con il CAPITALE (proprio DAS KAPITAL); con lo STATO e, anche, con i Partiti della Sinistra storica e classica. Coi “loro” sindacati e le loro burocrazie.

Un’ondata rivoluzionaria partita con la PROTESTA fino alla RIVOLTA, alla RIBELLIONE INSUBORDINATA;  sia ESISTENZIALE che POLITICA. PRODOTTE DA UNA VERA E PROPRIA “GENERAZIONE IN RIVOLTA”! Da inquadrare oltre il concetto classico di generazione anagrafica. Cresciuta dentro tutte le generazioni “IN RIVOLTA ESISTENZIALE” come ci ricorda Agnes Heller: Il BEAT AMERICANO (sulla strada e coi suoi poeti maledetti), gli HIPPIES, i BLACK PANTHERS, i PROVOS …

GENERAZIONI di ribelli contro la FORMA PARTITO, per l’AUTORGANIZZAZIONE DI BASE, per l’AUTONOMIA, contro la DELEGA, per l’”AUTONOMIA DEL SOGGETTO”.

In rifiuto consapevole della Società dei Consumi che produce “L’UOMO A UNA DIMENSIONE” (Herbert Marcuse, 1964 – Einaudi, 1967).

Nella critica radicale, senza mediazioni, della FAMIGLIA NUCLEARE  e della SCUOLA  BORGHESE e classista, dell’ISTITUZIONE TOTALE (caserma, carcere, fabbrica fordista, manicomio).

Fino ad arrivare nelle analisi più raffinate, alla critica della forma massima di DOMINIO: L’IMPERIALISMO. In giro per il mondo c’è (allora): il Vietnam e le lotte di liberazione in Africa e le guerriglie in America Latina e Cuba! Mica si scherza.

Con la consapevolezza che “LA LIBERAZIONE DI SE’ è CONDIZIONE INDISPENSABILE PER LA LIBERAZIONE DI TUTTI”.

Perché fu il tempo della CONTESTAZIONE GLOBALE.  DELLA RIBELLIONE TOTALE CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITA’ E DI DOMINIO. Sotto qualsiasi forma si esprimesse, nella democrazia borghese o nel totalitarismo sovietico; in qualsiasi ambito esistenziale.

 

–        TAMBURI LONTANI: GLI ANNI SESSANTA

Parlare del BIENNIO ROSSO vuol dire parlare degli anni Sessanta.

Così parafrasando Paul Nizan di “ADEN ARABIA” (1931) che scriveva:

“Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

Tutto congiura per mantenere il giovane alla rovina: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra gli adulti. E’ duro imparare la propria parte nel mondo.”

(non a caso il libro fu pubblicato nei Settanta da una casa editrice del “movimento”: la SAVELLI).

Diremo che avevamo vent’anni o giù di lì allora, ma non permettiamo a nessuno di dire che gli anni Sessanta furono magnifici e magici e meravigliosi.

(Perché?)

Il 1960 che ci introduce nel decennio che esploderà, alla fine, col BIENNIO ROSSO, inizia con una strage.

Nel luglio, vengono uccisi dalla polizia e dai carabinieri ben 10 cittadini che protestavano contro il fascismo. Altre decine i feriti.

Contro, cioè, l’autorizzazione data al Partito neo-fascista MSI di tenere il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Il governo Tambroni (DC) ripagava il sostegno dei fascisti che gli permettevano di vivere e governare. 10 assassinati qui e là dell’Italia: a Reggio Emilia, a Palermo, a Catania.

La violenza brutale delle forze dell’ordine scagliate contro le manifestazioni di protesta e sindacali è una tratto tipico della Repubblica italiana. La ferocia dei poliziotti e dei carabinieri è spaventosa tanto da eguagliare quella delle forze repressive di uno stato dittatoriale. Dal ‘47 al ‘69 sono 91 i cittadini partiti per un corteo, per una protesta e massacrati a colpi di pistola, di fucile, di mitra, sotto le ruote delle jeep scagliate a folle velocità fra i manifestanti. Colpiti dai candelotti sparati ad altezza d’uomo. 674 i feriti (alcuni invalidi per sempre). E la cosa continuerà per tutti i Settanta; quando non ci penseranno direttamente le bombe di Stato e fasciste a massacrare!

Il clima nel Paese è cupo. Controllato dalle forze repressive, dalle parrocchie; dai giornali e dalla tivù di stato.

 

GLI ANNI SESSANTA cominciano coi morti e con “ROCCO E I SUOI FRATELLI” di Luchino Visconti (1960).

Il film, duro e violento quanto basta, che ci racconta quello che sta succedendo in Italia. In un bianconero crudele quanto certe mattine di nebbia padana inquinata.

1 milione e mezzo di contadini del Sud si spostano a Nord dove è scoppiato il BOOM ECONOMICO. Dove le grandi fabbriche pretendono, urgentemente, nuovo sangue e carne da sfruttare nelle catene di montaggio sempre più FORDISTE e TAYLORISTE!

I CONTADINI meridionali chiamati con appelli pressanti (manifesti, banditori in giro per i paesi con trombe e tamburi, parroci che si trasformano in impiegati collocatori) arrivano nelle città settentrionali che li accolgono nei loro HINTERLAND in espansione speculativa. Veri e propri GHETTI PROLETARI tirati su dal niente per loro e per i ceti popolari espulsi dal centro. Perché in centro si creano le direzioni urbane e i quartieri prestigiosi dei ricchi.

I contadini “terroni” si trasformano in operai senza alcuna specializzazione e professionalità. Vanno sulle catene di montaggio dove il lavoro è massacrante. Ondeggiano  verso i quartieri dormitorio per crollare esausti dopo Carosello. Così, un giorno dopo l’altro finché il padrone ha bisogno e poi via, buttati fuori. E senza salario si perde la casa. Allora si avvolgono i materassi, si legano le valigie di cartone e si cambia città o quartiere dove la nuova fabbrica colloca i suoi operai.

Perché il lavoro precario e dequalificato è dappertutto. Basta essere giovani e disperati. Si arriva a Brescia e poi a Milano e a Torino alla FIAT come capita al protagonista di “VOGLIAMO TUTTO” di Nanni Balestrini (Feltrinelli, 1971).

La produzione di beni (soprattutto AUTO ed ELETTRODOMESTICI) è ILLIMITATA.

Si favoriscono i CONSUMI ILLIMITATI a rate!(la 500 vale 8 mesi di salario).

Il salario aumenta solo sulla base della crescita della PRODUTTIVITA’ e non per le necessità di vita. Per le urgenze delle famiglie proletarie.

L’innovazione tecnologica (le macchine produttive) aumenta e marginalizza quello che era il caposaldo della Classe Operaia: l’operaio specializzato. Padrone, almeno, della propria conoscenza del lavoro. Capace da solo di costruire una FIAT BALILLA!

Tutta la trasformazione in atto è  sorretta e regolata dai mille strumenti della propaganda del Capitale: al cinema, sui muri, alla televisione, sui giornali, alla radio. Nelle parrocchie!

La costruenda SOCIETA’ DEL BENESSERE non dà scampo. Succhia vite  e ne garantisce una rateizzata. E profitti crescenti per i padroni!

Si produce sulle catene di montaggio con il controllo pressante dei tempi. Si cammina verso la fabbrica e da questa a casa, per mangiare e per dormire. Per essere pronti a una nuova giornata di sfruttamento bestiale.

La CLASSE OPERAIA è letteralmente DOMINATA. Pare senza scampo. Senza liberazione possibile e paradiso in terra.

Ma i giovani operai come gli studenti come quasi ogni altro giovane sente l’oppressione della cappa di piombo culturale e sociale in cui si dibatte l’esistenza. Senza, magari, avere piena coscienza dell’oppressione; ma con un sentimento di infelicità diffusa che pretende altre cose dalla vita. Che non sia solo quella di spaccarsi la schiena in fabbrica o nel campo o ammuffire dietro una scrivania.

Qualcuno mette i jeans, le gonne si accorciano, i capelli dei ragazzi si allungano. Si amano i Beatles e i Rolling Stones e nei CAMPUS  USA scoppia la rivolta. Spinta fin qui dai racconti, dai libri, dai pochi giornali che descrivono l’altra verità.

I sogni si fanno comuni e condivisi. Divengono, di fatto, UNA CRITICA DELLO STATO DELLE COSE PRESENTI  nel rifiutare i modelli di vita vincenti e pubblicizzati.

Si sente nell’aria il bisogno diffuso di GRANDI IDEALI e SPERANZE che giustifichino l’esistenza.

In America Thunderclap Newman canta “SOMETHING IN THE AIR” (1969):

“Dobbiamo fare qualcosa prima o poi perché la rivoluzione è qui

            E tu sai che è giusto

E tu sai quello che è giusto

Noi dobbiamo fare questo assieme 

Noi dobbiamo fare questo assieme ora

            Bloccate le strade e le case perché c’è qualcosa nell’aria      

Dobbiamo fare qualcosa prima o poi perché la rivoluzione è qui”.

Qui da noi i ragazzi cercano “DIO E’ MORTO” (1967) censurata dalla RAI.

La canzone è di Guccini, ma è cantata dai Nomadi perché è il tempo delle aggregazioni, dei gruppi (qui da noi si chiamano i “complessi”) per stare insieme e riconoscersi nei valori condivisi e altri rispetto a quelli dominanti e sempre più insopportabili.

LA MUSICA DIVIENE COMUNICAZIONE POLITICO-CULTURALE!

“UN RAGAZZO DI STRADA” dei Corvi (1966).

“Io sono quel che sono

Non faccio la vita che fai tu

Io vivo ai margini della città

Non vivo come te

 

Io sono un poco di buono

Lasciami in pace perché

Sono un ragazzo di strada

E tu ti prendi gioco di me

 

Tu sei di un altro mondo

Hai tutto quello che vuoi

Conosco quel che vale

Una ragazza come te.”

Dai quartieri dormitorio e ghetto con amore e furore (verso il centro città)!

 

I giovani, oltre ai dischi dei complessi e di DE ANDRE’, ascoltano le loro canzoni su RADIO LUSSEMBURGO e RADIO MONTECARLO (… BEATLES, ELVIS PRESLEY, ROLLING STONES, BOB DYLAN, MC5, FUGS, BEACH BOYS, VELVET UNDERGROUND, PINK FLOYD, SUPREMES, TEMPTATIONS, OTIS REDDING, JEFFERSON AIRPLANE, GRATEFUL DEAD, JIMI HENDRIX, i DOORS …)

UNA SORTA DI RIVOLUZIONE CULTURALE PLANETARIA. La musica diviene propedeutica all’assalto al cielo e il fondamento della controcultura giovanile.

LA MUSICA riesce a esprimere, forse per l’ultima volta, una funzione di PRESAGIO, di PREMONIZIONE dei mutamenti in corso. Perché si costituisce come strumento di COMUNICAZIONE unificante del TEMPO VISSUTO dai giovani,  nel suo linguaggio globale.

La colonna sonora della ribellione crescente. Dei disagi e del malessere esistenziali.

Ma non solo accompagnamento. La musica è, anche,  SCINTILLA CHE ALIMENTA L’IMMAGINARIO POLITICO E CULTURALE.

“VOGLIAMO IL MONDO E LO VOGLIAMO ADESSO” ( WHEN THE MUSIC’S OVER-STRANGE DAYS, The Doors, 1967).

Ascoltano (dicevo) le “loro canzoni” e cominciano a vestirsi “DA GIOVANI” come mai era successo prima: LA RIVOLTA DELLO STILE che induce UNA CRITICA DELLE ISTITUZIONI. E la prima fu la famiglia!

In FUGA allora: sia mentale che fisica. Per ritornare con cose nuove e dirompenti negli occhi e nelle menti. A balzare sulle lingue pronte a raccontare e a far vedere. A dirompere le fantasie.

Si ha voglia di più cose nuove e libere. Di più amore che la società chiusa e crudele dell’Italia non sa offrire. SI DISEGNANO NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO INFINITI MONDI POSSIBILI e desiderati!

L’Italia cattolica e assoggettata viene scossa e turbata da questo incontrollabile movimento tellurico di culture irrequiete e insubordinate.

Le sue parrocchie, le sue famiglie educate all’obbedienza, la sua polizia assassina, i suoi tribunali di classe che applicano ancora il CODICE PENALE FASCISTA (ROCCO) NON SEMBRANO PIU’ IN GRADO DI ARGINARE IL CAMBIAMENTO CULTURALE.

PERCHE’ le novità arrivano dai padroni dell’Occidente in cui il Paese è schierato: gli USA. E non si possono censurare.

Si scoprono così le crepe della WAY OF LIFE yankee:

  • GINSBERG, KEROUAC, FERLINGHETTI.
  • La RIVOLTA NERA: PRIMA NON VIOLENTA e poi furibonda con centinaia di rivolte nei ghetti e le città a fuoco. Da Martin Luther King alle BLACK PANTHERS di Huey Newton e Bobby Seale. Passando da MALCOM X.

“ (…) viviamo in un’epoca rivoluzionaria e la rivolta dei neri americani fa parte della generale ribellione contro il colonialismo e l’oppressione che caratterizzano il nostro tempo”. (ULTIMI DISCORSI, Einaudi, 1968).

  • La lotta DEI GIOVANI CONTRO LA GUERRA DEL Vietnam, nelle Università e nelle città.

Tutto sembra portare alla presa di coscienza di un malessere esistenziale e sociale. Al pensiero sempre più diffuso che il mondo non è “BELLO”! Questo mondo, almeno, perché è possibile cominciare a immaginarne un altro.

Dove “L’OBBEDIENZA NON E’ PIU’ UNA VIRTU’” (DON MILANI, Libreria Editrice Fiorentina, 1967) e “IL PASSO DELLA GUERRIGLIA E’ IL PASSO DEL COMPAGNO PIU’ DEBOLE” (CHE GUEVARA,La guerra per bande, Edizioni Avanti, 1961 – FELTRINELLI, 1967) … così vale per una società solidale e uguale: a misura del più debole! Nella certezza crescente che “UNA SCINTILLA PUO’ DAR FUOCO A TUTTA LA PRATERIA” (MAO TSE – TUNG, Pechino, Casa Editrice in lingue estere, 1968).

CON totale senso critico, preveggente e lucido,  verso il movimento nascente. Come scrivono gli hippies:

“QUELLI CHE PARLANO DI RIVOLUZIONE E DI LOTTA DI CLASSE SENZA RIFERIRSI ESPLICITAMENTE ALLA VITA QUOTIDIANA, SENZA COMPRENDERE CIO’ CHE C’E’ DI SOVVERSIVO NELL’AMORE E DI POSITIVO NEL RIFIUTO DELLE COSTRIZIONI (…) COSTORO SI RIEMPIONO LA BOCCA DI UN CADAVERE”.

(HIPPIES dalla parola HIP: quello che è in gamba! Non a caso …)

I giovani non ne possono più di quel tipo di vita che era stata quella dei padri e che avrebbe dovuto essere la loro anche.

Scriverà più tardi Andrea Bellini quello della Banda del Casoretto, il mitico servizio d’ordine che si batté in difesa dei cortei contro l’assalto dei vari raggruppamenti celere:

“VOLEVAMO VIVERE, STARE MEGLIO: MANGIARE, BERE, SCOPARE DI PIU’ (…) ESSERE LIBERI PIU’ DI PRIMA” ( Marco Philopat, LA BANDA BELLINI, Shake, 2002-Einaudi, 2007-AgenziaX, 2015).

Guardano negli occhi i padri e le madri e i nonni sopravvissuti e dichiarano con scandalo felice il loro rifiuto alla vita predestinata. Non attraverso un percorso privato, individuale, egoista; ma nella scelta collettiva resistente e ribelle senza compromessi. Dove la lotta libera tutti!

Dice ancora Bellini:

“NESSUNO VOLEVA LA FABBRICA DI RIFERIMENTO (…) NESSUNO VOLEVA ENTRARE ALL’INNOCENTI (…) SE IL COMUNISMO E’ ANDARE IN FABBRICA A LAVORARE, IO NON SONO COMUNISTA!”

 

–        BASTARDI SENZA GLORIA: L’OPERAIO MASSA.

Sesto San Giovanni (Milano), 1968

Già la fabbrica e il lavoro …

Fino agli anni Cinquanta nelle fabbriche, abbiamo visto, c’è la figura mitica dell’OPERAIO PROFESSIONALE:

  • A forte spessore ideologico.
  • Dotato di memoria storica delle lotte di classe.
  • Che si è fatto la Resistenza
  • E le lotte della ricostruzione
  • Cosciente di svolgere, col suo partito e il suo sindacato, una missione politica per trasformare la società in senso democratico e socialista (UN PO’ ALLA VOLTA!).

Nei Sessanta arriva dappertutto la CATENA DI MONTAGGIO (IL FORDISMO) e il controllo serrato e programmato dei tempi di lavorazione (IL TAYLORISMO).

  • LO SFRUTTAMENTO DIVENTA SEMPRE PIU’ ELEVATO
  • LE CONDIZIONI DI VITA NON MIGLIORANO ADEGUATAMENTE RISPETTO ALL’INCRESCIOSA FATICA DI FABBRICA.
  • IL SOCIALISMO APPARE COME UNA CHIMERA IRRAGIUNGIBILE VISTO IL TRIONFO CORRENTE DEL CAPITALISMO.

NON C’è più bisogno di raffinata professionalità, ma di forza e giovinezza pronte alla fatica. A testa bassa perché non ci sono alternative.

Le fabbriche si riempiono di un nuovo tipo di operaio: l’operaio comune dequalificato, INTERCAMBIABILE, sradicato. L’OPERAIO MASSA!

PROPRIO come si chiamerà, di lì a poco, il protagonista del film “LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO” di Elio Petri (1971).

Gian Maria Volontè interpreta l’operaio Ludovico Massa (detto Lulù) e ha 31 anni!

“Lo studente, lo studente, lì, fuori, ha detto che noi entriamo qui dentro di giorno, quando è… è buio. E usciamo di sera, quando è buio. Ma che vita è la nostra? Questo, pro forma. Allora io dico, già che ci siamo, perché non lo raddoppiamo questo cottimo? Eh? Così lavoriamo anche la domenica. Magari veniamo qui dentro anche di notte… Anzi: magari portiamo dentro anche i bambini, le donne… I bambini li sbattiamo sotto a lavorare, le donne ci sbattono a noi un panino in bocca e noi via che andiamo avanti senza staccare. Avanti, avanti, avanti…avanti, per queste quattro lire vigliacche, fino alla morte. E, così, da questo inferno, sempre senza staccare, passiamo direttamente a quell’altro inferno!

 

Dov’è che ero? Facevo il cottimista, seguivo la politica dei sindacati! Lavoravo per la produttività, incrementavo io, incrementavo. E adesso? Adesso cosa sono diventato? lo studente dice che siamo come le macchine. Ecco, io sono come una puleggia, come un bullone. Ecco, io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione , io sono una pompa! E non c’ho più la forza di aggiustarla, la pompa adesso! Io propongo subito di lasciare il lavoro. Tutti! E chi non lascia il lavoro è un crumiro e un facia de merda!”

Perché l’operaio massa non è poi così arrendevole come vorrebbero i padroni e lo Stato.

Ogni tanto, prima dell’Autunno 69, sciopera e lo fa in maniera nuova e per soddisfare i bisogni di vita concreti, urgenti, materiali. Per il SALARIO non per cambiare il mondo. Senza rendersene conto, comincia a cambiare anche quello!

Sciopera in maniera nuova e selvaggia. Senza preavviso. A GATTO SELVAGGIO! E IL COSTO PER IL PADRONE è decisamente più elevato. La lotta incontrollabile diviene GUERRIGLIA DI FABBRICA. Nessun concetto e senso di responsabilità dettato dalle sorti magnifiche e progressive del Paese le ferma. Nessun Menenio AGRIPPA, sindacale e politico, lo riporta alla mansuetudine.

Su un muro di Milano qualcuno scrive:

“IL VIETNAM E’ IN FABBRICA” (Uliano Lucas, Cinque anni a Milano, Musolini, 1973).

Ma non se ne può più davvero!

Alla FIAT bastano 2 ore di lavoro per RIPRODURRE IL VALORE DELLA FORZA DI LAVORO. Il saggio del PLUSVALORE  è del 400%!

Come si fa a non insorgere?

A Torino il 7, 8, 9 luglio 1963 scoppia la rivolta operaia. 3 giorni di scontri durissimi in Piazza Statuto. Contro il padrone, ma anche contro la burocrazia sindacale, complice o incapace. Contro la politica tradizionale che non vede le novità dello sfruttamento disumano e delle condizioni di vita bestiali e precarie.

SI CHIEDE PIU’ SALARIO E MENO ORARIO. SALARIO COME VARIABILE INDIPENDENTE DALLA PRODUZIONE per recuperare il tempo dove far vivere il proprio corpo liberato dal lavoro.

L’OPERAIO MASSA SI PREPARA ALLA RIVOLTA CALDA DELL’AUTUNNO SESSANTANOVE!

 

 

 

  • CORRI UOMO CORRI: IL 68

Ma prima c’è il 68 che è una questione di studenti (più o meno!)

La società italiana fa schifo e la scuola pure.

L’organizzazione degli studi è strutturata in funzione della società divisa in classi. Cosa che non si modifica neppure con la riforma della scuola media (1963). Per i figli della borghesia ci sono i licei e l’università. Per quelli del proletariato la fabbrica o qualche ufficio “fantozziano”.

Dove non arriva la struttura scolastica ci pensa il corpo insegnanti asservito all’ideologia dominante: “le vestali della classe media”.

Come ben comprende Don Milani e spiega nella sua  “Lettera a una professoressa” (LIBRERIA EDITRICE FIORENTINA, 1967):

“Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato tanto a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.”

Come scrive, alzando il tiro, Guido Viale sui Quaderni Piacentini e chiarisce che si lotta non dentro, ma contro l’Università e le sue strutture organizzative.

“(L’Università è) uno strumento di manipolazione ideologica e politica che produce subordinazione nei confronti del potere (…) adatta a cancellare nella personalità di ognuno le culture della solidarietà e della collettività attraverso il mito della competitività individuale e della selezione tra soggetti privilegiati e svantaggiati”.

Ecco allora che tutte le ragioni dei libri e delle cose in giro per il pianeta; tutto il “DESIDERIO DISSIDENTE” dei SESSANTA confluisce nell’esplosione del 68.

Qui e nell’altrove della vita umana: da EST  a OVEST. Da SUD a NORD. DENTRO LE NAZIONI, ATTRAVERSA IL CENTRO E LE PERIFERIE. Per costruire una comunicazione sociale, culturale e politica tra realtà decisamente diseguali. Tanto da far riconoscere l’individuo, ovunque si trovi, come parte della stessa specie. Divisa fra oppressi e oppressori. Con l’intenzione dichiarata di ROVESCIARE IL POTERE COSTITUITO (INADEGUATO E INGIUSTO): QUELLO DELLA SOCIETA’ DEGLI ADULTI.

Una lotta ininterrotta fino all’insubordinazione che è la DISOBBEDIENZA. FINO alla costruzione di un ALTROVE sociale, economico, politico dentro SPAZI SEPARATI.

  • Le Università occupate e autogestite.
  • Le Comuni.
  • La democrazia di base e assembleare.

Sul palcoscenico apprestato dalle lotte e dalla partecipazione si porta tutta la propria carica esistenziale fino agli aspetti più intimi e privati. Il proprio corpo, la propria coscienza. Il proprio IO viene investito totalmente. E lo si fa con gratuità e passione perché la politica non è più una professione.

Insieme si mescolano in una miscela esplosiva di benessere: l’ANTIAUTORITARISMO, l’ANTINORMATIVO, l’ANTIISTITUZIONALE. Non si accetta né si chiede alcuna RIFORMA GRADUALE perché “BISOGNA ESSERE REALISTI E CHIEDERE L’IMPOSSIBILE!” (Che Guevara, Scritti, Discorsi e Diari di guerriglia  1959-1967, Einaudi, 1969).

Per EVITARE così il rischio di essere fagocitati dal sistema; capace di inglobare perfino la protesta per fini di modernizzazione. (una modernizzazione) Tesa a mantenere saldi, comunque, gli equilibri dati e fondati sul dominio di classe. Nella coscienza che il sistema capitalista e di potere in genere è in grado di attuare la riproduzione diffusa di sé come una METASTASI.

PERCHE’:

  • COLONIALIZZA LE MENTI
  • CORROMPE LE COSCIENZE
  • CREA CONFORMISMO E APATIA

I giovani capiscono che contro il sistema di potere dato non basta una semplificata PRESA DI POTERE. SENTONO la necessità di una RIVOLUZIONE TOTALE e ININTERROTTA che punti non solo alle strutture; ma alle persone nella loro interezza, complessità e contraddittorietà- L’UOMO NUOVO PER LA NUOVA UMANITA’!

L’ERESIA  si mette in moto qui e ovunque.

Sulle note di EVE OF DISTRUCTION di Barry McGuire (1965), Pino Masi canta:

“Tutto il mondo sta esplodendo dall’Angola alla Palestina, l’America Latina sta combattendo, la lotta armata vince in Indocina; in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza e nelle piazze scendono con la giusta violenza. E quindi: cosa vuoi di più, compagno, per capire che è suonata l’ora del fucile?” (L’ora del fucile, 1971).

 

Il 1° marzo, a Roma nella Città universitaria, gli studenti provano a rioccupare la Facoltà di Architettura dove si era tentata l’autogestione, subito repressa.

Appena il corteo si muove la polizia attacca con consumata ferocia.

E’ iniziata la BATTAGLIA DI VALLE GIULIA!

GLI STUDENTI, memori delle esperienze precedenti, hanno formato un embrione di servizio d’ordine contrassegnato dal distintivo della ROMA.

QUANDO la polizia carica, gli studenti, a differenza delle altre volte, non scappano. Si ritirano in ordine e contrattaccano. Lanciano sassi e uova. Gli sbirri rispondono con i lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Si prende allora quello che si trova: pezzi di panchina e altro. Su e giù per i vialetti e i prati. Fra gli altri a guidare la resistenza ci sono Oreste Scalzone e Massimiliano Fuksas.

“Piazza di Spagna, splendida giornata, traffico fermo, la città ingorgata e quanta gente, quanta che ce n’era! Cartelli in alto e tutti si gridava: «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». (…) Undici e un quarto avanti a architettura, non c’era ancor ragion d’aver paura ed eravamo veramente in tanti, e i poliziotti in faccia agli studenti. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Hanno impugnato i manganelli ed han picchiato come fanno sempre loro; ma all’improvviso è poi successo un fatto nuovo, un fatto nuovo, un fatto nuovo: non siam scappati più, non siam scappati più!”

E’ “VALLE GIULIA” di Paolo Pietrangeli (1969)!

E’ il 68!

E il 68 continua COLORATO DALLA RIVOLTA STUDENTESCA E GIOVANILE che scandisce le sue tappe fatte di manifestazioni, di occupazioni, di proteste, di controcultura. Con Capanna, fra le altre, che a Milano davanti alla Cattolica, in Largo Gemelli, urla alla polizia che ha circondato il corteo studentesco:

“POLIZIOTTI, AVETE CINQUE MINUTI DI TEMPO PER SCIOGLIERVI!”. (Poi sarà il massacro delle manganellate …)

CON LE UOVA addosso alle pellicce alla prima della Scala. E tanto altro che si fa cronaca e, ormai, memoria, mito e storia.

 

 

  • LA RESA DEI CONTI: il 69!

Lotte che si incrociano, l’anno dopo, con la rivolta operaia. Quello che appare, nel suo insieme complesso, è un quadro sociale più avanzato di quello politico.

A Valdagno, dove il 19 aprile, viene abbattuto il monumento del padrone delle vite di tutto il paese: Marzotto.  A Torino, in corso Traiano, il 3 luglio: “COSA VOGLIAMO? VOGLIAMO TUTTO! LOTTA CONTINUA IN FABBRICA E FUORI”.

E’ L’AUTUNNO dei consigli di fabbrica, dei picchetti duri, dei cortei interni, del gatto selvaggio a ringhiare per le città. La rivoluzione delle tute blu. La gioia della lotta che cambia lo stato presente delle cose. Delle proprie vite. E sono i padroni ad aver paura. La vittoria del rinnovo contrattuale con aumenti uguali per tutti e consistenti a garantire che il salario è una variabile indipendente dalla produzione. Oltre le volontà sia dei Partiti tradizionali della classe che dei Sindacati.

“Signor padrone non ci hai fregati con le invenzioni, coi sindacati, i tuoi progetti sono sfumati e noi si lotta contro di te. E le qualifiche, le categorie, noi le vogliamo tutte abolite Le divisioni sono finite: alla catena siam tutti uguali.” (LA BALLATA DELLA FIAT – Alfredo Bandelli – 1970)

 

  • GIU’ LA TESTA!: GLI ANNI SESSANTA SONO ALLA FINE (CON UN GRAN BOATO!) 

Sono iniziati nel sangue. Hanno percorso il loro decennio macinando vite qui e là per il Paese. Assassinate dalle forze dell’ordine. Scossi continuamente da presagi di golpe da parte delle forze armate, come in Grecia (1967).

Finiscono nel sangue di un’altra strage.

Il 12 dicembre 1969 alle ore 16,37, una bomba scoppia nella BANCA DELL’AGRICOLTURA di Piazza Fontana a Milano: 17 morti e 88 feriti. Altre 3 bombe scoppieranno a Roma (con feriti) e una verrà ritrovata inesplosa a Milano. Dopo pochi giorni, Pinelli, anarchico, verrà scaraventato fuori dalla finestra della questura di Milano.

“Quella sera a Milano era caldo ma che caldo, che caldo faceva. «Brigadiere, apra un po’ la finestra» ad un tratto Pinelli cascò.

 L’hanno ucciso perché era un compagno non importa se era innocente; «era anarchico e questo ci basta». disse Guida, il feroce questor.” (LA BALLATA DEL PINELLI – A.V. -1969).

Lo Stato coi suoi servizi segreti, i padroni, i fascisti colpiscono con la solita violenza bestiale per difendere il loro potere e i privilegi.

Perché come dice Ferro, il protagonista dei miei romanzi:

“ e quando si accorgeranno che davvero lo stiamo cambiando (il mondo), i padroni della Terra, qui come nell’altrove, ci manderanno contro i loro cani allenati alla ferocia e alla morte. Sarà sempre alto il prezzo da pagare”.

(“RAZZA RIBELLE – la rivoluzione è un sogno d’amore”)

Ma qui la storia si fa mito perché “ (…) se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.”  (John Ford, L’uomo che uccise Liberty Valance, 1962).

 

 

 

  • Quien sabe?: LA LOTTA CONTINUA.

Il Capitalismo non si è esaurito, né ha smesso di dominare la vita umana per sacrificarla alla divinità del profitto: dunque ribellarsi è ancora giusto. Le ragioni e le radici del BIENNIO ROSSO, perciò, sono ancora lì; anche se si presentano in forma modificata. Come in modalità modificata si presenta il modo di produzione.

E LO STATO CON LE SUE FORME SEMPRE PIU’ RAFFINATE DI DOMINIO E CONTROLLO.

 

 

 

“Vogliamo ridere, piangere e capire, senza rinnegarci e senza conservarci immutabili, con l’orecchio teso e l’occhio attento ai segni del mutamento”

(Oreste Scalzone, Biennio rosso, Sugarco, 1988)

 

 

 

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