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Movements in the Crisis – Indonesia, Nepal, Madagascar, Philippines, Ecuador, Peru, Morocco, ad infinitum… [Below]

Presentiamo di seguito un testo dei compagni del collettivo “Tridni Valka” (guerra di classe) della Repubblica ceca, sulla loro valutazione delle rivolte della cosiddetta “Gen Z”, che hanno caratterizzato i moti di classe a livello internazionale dell’ultimo periodo e di cui, per il loro estremo interesse, ci siamo già occupati a più riprese nelle puntate della rubrica “Moti nella crisi”.
Al di là, della aneddotica borghese che mira a mistificare il significato di questi movimenti, solo una lettura di classe può restituirgli l’esatta dimensione e carattere, appartenente al proletariato internazionale e alla sua causa. Riportiamo il seguente testo perché secondo noi ha vari pregi: 1) inquadra con correttezza i movimenti della generazione Z all’interno di una visione e prospettiva di classe, criticando le tante forze che, anche in ambito internazionalista, ancora non riescono a dare il giusto peso e significato a questa serie di eventi, che promette di essere tutt’altro che chiusa. 2) pone in maniera chiara e coerente il problema di come le avanguardie internazionaliste si dovrebbero relazionare a questo tipo di problemi, ossia valorizzandoli e riflettendoci su con molta attenzione, individuando le loro possibilità e prospettive di radicalizzazione in termini di classe, ma 3) senza scadere nello spontaneismo, riflettendo, cioè, a partire dal contesto concreto, sulla necessità della costruzione e sviluppo di un autentico partito di classe (che in questo testo viene definito “partito storico”). 4) il testo ha poi il pregio di criticare in maniera netta la visione occidentocentrica che va per la maggiore, restituendo ai moti della nostra classe nella periferia imperialista tutto il loro significato e importanza: sono gli eventi più significativi per quanto riguarda la vita della nostra classe in questo tormentato primo quarto di secolo.
Testo tradotto e lievemente ridotto da: https://www.autistici.org/tridnivalka/class-war-17-2026-indonesia-nepal-madagascar-philippines-ecuador-peru-morocco-ad-infinitum/
Oggi, o da poco tempo, l’intero spettro delle lotte proletarie contro il deterioramento permanente delle nostre misere condizioni di vita (sopravvivenza) è stato coperto dal velo chic e appariscente, ingannevole e artificiale, della cosiddetta Generazione Z — la “Gen Z”, come viene definita da tutti i media compiacenti.
In poche settimane, non meno di sette grandi rivolte sono scoppiate in tutto il mondo: Indonesia, Nepal, Madagascar, Filippine, Ecuador, Perù e Marocco. E quando diciamo “grandi” è innanzitutto per l’intensità degli attacchi portati avanti dalla nostra classe, nonché per la rottura circostanziale della pace sociale, purtroppo ancora troppo diffusa ovunque…
Senza voler parlare di uno slancio temporale, e certamente non di una “nuova fase” (come va sempre più di moda!), nel secolare confronto tra due classi con interessi immediati e storici visceralmente antagonistici, bisogna tuttavia notare e sottolineare che il ritmo delle rivolte proletarie in tutto il mondo del valore sta subendo una seria accelerazione. Di per sé non è una novità: l’ondata significativa di lotte che ha travolto l’inferno capitalista nel 2018-19 si era già diffusa a macchia d’olio… Algeria, Cile, Ecuador, Francia, Hong Kong, Iraq, Iran, Libano, Sudan… Dopo la battuta d’arresto causata dalla gestione controrivoluzionaria del Covid da parte di tutti gli Stati-nazione del mondo, la rinascita delle lotte non si è fatta attendere, alimentata dagli attacchi frontali alla nostra classe con il pretesto della crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina, che ha provocato l’impennata dei prezzi, ondate di licenziamenti, ecc.
E ora che assistiamo all’ascesa della militarizzazione della società, a spese esorbitanti per gli armamenti e, in generale, allo sviluppo accelerato verso la guerra generalizzata e globale — concepita dalla classe capitalista e dai gestori impersonali dell’Ordine Mondiale (sia “vecchio” che “nuovo”!) come “la soluzione” a tutti i problemi di valorizzazione e alla sua inerente tendenza del saggio di profitto a cadere — la vecchia talpa sembra voler riemergere: la nostra classe sta iniziando nuovamente la lotta e rialza la testa…
Perché sotto il sole nero del capitale (un sole cocente, e persino un cielo plumbeo, potremmo dire, fatto di piombo e schegge!), la nostra unica prospettiva, per noi proletari, è la lotta: lotta non per qualche riforma di questa società di guerra, miseria e morte, per la sua totale e definitiva eradicazione…
Anche stavolta, come è sempre avvenuto nella turbolenta storia delle lotte di classe, le ultimissime proteste sono nate sotto vari pretesti specifici: indennità abitative che i parlamentari si auto-assegnano (in Indonesia), il divieto di diversi social network e, più in generale, la “corruzione” e il “nepotismo” endemici (in Nepal), interruzioni di corrente e carenza d’acqua (in Madagascar), la riforma delle pensioni (in Perù), il fallimento del sistema sanitario (in Marocco), ecc.
Tutti questi fattori circostanziali sono solo le scintille che danno “fuoco alla prateria”, mentre il fondamento stesso di tutte queste rivolte è il deterioramento in corso — ovunque! — delle nostre condizioni di lavoro e di vita… è la dittatura sociale del valore, del profitto e dei rapporti sociali capitalisti. Tutte queste dimostrazioni di rabbia, violenza ed esasperazione virulenta della nostra classe non sono episodi nazionali isolati, ma espressioni locali e materializzazioni dello stesso rifiuto dello stato presente delle cose. E ovunque — che piaccia o no, gli attivisti professionisti che si autoproclamano “avanguardia” del proletariato e sostengono la “centralità” dell’Europa e del Nord America nella lotta di classe non possono ignorarlo! —, ovunque, dall’Indonesia al Nepal, dal Madagascar alle Filippine, dall’Ecuador e dal Perù al Marocco… sono ampi settori del proletariato (urbano e rurale) che scendono in strada e che, qui, saccheggiano massicciamente e collettivamente i templi dedicati al Dio-Merce riappropriandosi parzialmente della ricchezza sociale prodotta dalla nostra classe, e lì, distruggono e incendiano i parlamenti borghesi, le sedi dei partiti politici e le ricche dimore di politici e capitalisti, così come i covi delle loro milizie armate…
Non ci soffermeremo qui sulla sequenza precisa di tutti questi eventi, sebbene sia la vita e l’energia della nostra classe a squarciare il lurido velo dell’oppressione, pur in mancanza di un attacco frontale alle fonti stesse dello sfruttamento. Vorremmo tuttavia evidenziare alcuni dei momenti più potenti che sono stati incisi a lettere di fuoco nella nostra coscienza collettiva e nella memoria storica. E questo, contrariamente a — e lo rivendichiamo apertamente! — l’insipida logorrea diffusa nei loro stracci da tutti gli eurocentrici che vaneggiano dell’ennesimo “sciopero” in un settore particolare (tra i postini, ad esempio, o gli insegnanti…), purché accada “qui” e non “là”, nei “paesi centrali” e non nelle “periferie” del capitale…
Desideriamo quindi semplicemente sottolineare l’incredibile e vitale violenza espressa dalla nostra classe in lotta: in Nepal, ad esempio, il proletariato non ha esitato a dare fuoco al parlamento borghese, agli edifici della Corte Suprema e a molti altri palazzi. La rabbia salvifica dei nostri compagni di classe è andata ben oltre il quadro riformista della protesta, al punto che gli “organizzatori” autoproclamati del movimento hanno dovuto ammettere di essere stati “travolti”!!! Questa rabbia si è manifestata anche in un alto livello di terrore rosso, quando noti nemici di classe, politici e borghesi, sono stati bersaglio di vere e proprie scene di linciaggio e di una “caccia all’uomo” nelle strade, nelle campagne… e persino nei fiumi!
Vale anche la pena notare, tra gli altri esempi, un’espressione di associazionismo proletario, come manifestatosi in Nepal attraverso la voce del “Safal Workers’ Street Committee”, che dichiara:
“Siamo un gruppo di marxisti indipendenti che hanno da tempo rifiutato tutti i partiti, essendo comunisti solo di nome.
Restiamo innanzitutto un Comitato di Strada, formato per organizzare la Difesa della Classe Operaia.
Siamo nati per necessità, poiché i partiti comunisti hanno abbandonato la classe operaia proprio quando questa aveva più bisogno di una guida.
Il nostro compito ora è separare la classe operaia dai partiti democratici della classe media. Impedire la riproduzione della democrazia borghese.
Ci stiamo ancora organizzando e invitiamo tutti i comunisti e gli alleati che la pensano allo stesso modo a formare i propri comitati e a unirsi a noi in un Fronte Operaio”.
D’altra parte, va notato (un fenomeno che non sembra essersi verificato in paesi diversi dal Madagascar) che una forte discordia è apparsa apertamente all’interno dell’esercito malgascio quando i soldati si sono ammutinati (come avevano già fatto durante le lotte del 2009) per protestare contro la repressione delle manifestazioni: “Rifiutate di essere pagati per sparare ai nostri amici, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle. […] Non obbedite più agli ordini dei vostri superiori. Puntate le armi contro chi vi ordina di sparare ai vostri fratelli d’arme, perché non saranno loro a prendersi cura delle nostre famiglie se dovessimo morire”.
Il rifiuto di certi settori della polizia di sparare ai propri fratelli e sorelle di classe è sempre un momento cruciale nello scontro tra il proletariato e lo Stato. In effetti, l’arruolamento di proletari nelle forze di repressione è la pietra angolare del dominio borghese. Le lotte di classe in Bolivia nel 2003 furono un esempio notevole di questa contraddizione, quando ampi settori della polizia disertarono e passarono “con armi e bagagli” dalla parte del proletariato in lotta, assaltando caserme, svuotando arsenali e affrontando le unità d’élite come ultimi bastioni del settore centrale dello Stato.
Purtroppo, in Madagascar, come spesso accade in altre lotte, i limiti e le debolezze del movimento hanno neutralizzato la forza sovversiva di questo esplicito rifiuto dei soldati di sparare e partecipare alla repressione, trasformandolo in un sostegno implicito al “cambiamento democratico”.
Purtroppo, sembra che l’ammutinamento non sia riuscito a sviluppare o dare slancio — con tutte le conseguenze che ne derivano — a queste manifestazioni iniziali di disfattismo rivoluzionario. Di fronte a questa situazione, che mostra quanto l’ordine capitalista tema il vuoto di potere, il gioco dell’“alternanza democratica” ha prevalso grazie alla sua efficacia ultima nello schiacciare il movimento, un’efficacia di gran lunga superiore a qualsiasi cosa lo Stato avesse tentato di fare fino a quel momento nel corso della lotta.
Non possiamo che vedere nei forti limiti dell’associazionismo proletario una delle principali debolezze che si riveleranno fatali per i potenti episodi di rivolta radicale contro il sistema nel suo insieme, sia in Madagascar che in Nepal, in Indonesia o in Marocco, ecc. Queste rivolte si sono manifestate attraverso sommosse, saccheggi e attacchi mirati, ma non sembrano aver compiuto salti qualitativi sufficienti in termini di coordinamento e organizzazione, tali da agitare i settori più esitanti del proletariato.
[Interlab] Moti nella crisi – Indonesia, Nepal, Madagascar, Filippine, Ecuador, Perù, Marocco, ad infinitum…
Durante queste poche settimane di lotta intensa (e le braci sembrano ancora abbastanza calde da riaccendere il fuoco alla minima occasione, qui o altrove), la maggior parte del proletariato non ha rotto con le illusioni democratiche, legalitarie e riformiste che attribuiscono l’origine di tutti i mali alle politiche di un presidente in carica, a politici “corrotti” (e lo sono ovviamente!), a istituzioni parlamentari e altro, “disconnesse” dalla realtà della nostra sopravvivenza quotidiana come proletari, ecc. Sebbene settori del proletariato in lotta, attraverso le loro denunce e azioni, abbiano evidenziato l’origine capitalista della loro attuale sofferenza sociale, la rivolta non è riuscita a esprimere chiaramente la propria rottura con la sottomissione democratica e cittadina, né si è diffusa a sufficienza nel tempo (nonostante il crescendo incessante dell’incendio!) e nello spazio (nonostante l’eco fragorosa che ogni lotta “locale” produce sulla capacità di lotta dei proletari nei paesi vicini, e persino in altre aree geografiche), cosa che ovviamente costituisce, ancora e ancora, uno dei problemi principali delle lotte proletarie in tutto il mondo.
Vale anche la pena accennare alla questione delle bandiere, in particolare quella che sventolava durante le lotte classificate come quelle della “Gen Z”. Consideriamo, ad esempio, la diffusione virale di certi gesti collettivi che si sono sviluppati in Indonesia e si sono diffusi molto rapidamente in Nepal, nelle Filippine, in Madagascar, in Marocco, in Ecuador e in Perù… e che si sono concretizzati, tra le altre cose, attraverso la ripetizione dello stesso gesto: innalzare una “bandiera pirata” ispirata a un manga giapponese molto popolare nella “cultura di massa” (One Piece), e che di fatto è servita come risposta creativa (per quanto semplicistica) all’appello del presidente indonesiano affinché i cittadini sventolassero la bandiera nazionale prima del giorno dell’indipendenza del paese.
Certamente, avremmo tutti preferito che i proletari, che scendono in strada e devastano i simboli della loro miseria quotidiana, innalzassero invece la bandiera rossa e/o nera dell’anarchia e/o del comunismo, la bandiera del partito della sovversione e del proletariato rivoluzionario — sebbene in Indonesia la bandiera nera dell’anarchia sia stata sventolata in molte scene di scontro! Ma proprio come la rivoluzione sociale non è una questione di partito formale, di partito politico (nel senso stretto del termine), di un partito autoproclamatosi “avanguardia del proletariato”, la rivoluzione non è nemmeno una questione di bandiera formale. Va notato, tuttavia, che nel manga in questione, la “bandiera pirata” viene innalzata più volte come dichiarazione di guerra contro “il Governo Mondiale”. In questo senso, il governo indonesiano non ha avuto torto nel descriverlo come un atto di disobbedienza e tradimento contro la patria, perché è proprio così: è diserzione attiva, un simbolo che rappresenta più o meno la promessa di una rivoluzione, una rivoluzione che non conosce né Stati né frontiere…
Sul terreno della lotta di classe, la realtà materiale è estremamente complessa: i proletari — giovani, giovanissimi o anche meno giovani; uomini, donne, “cittadini” e persino “contadini” — esprimono un odio sano, vigoroso e incommensurabile. Ma sfortunatamente, non hanno ancora stabilito una struttura organizzativa all’altezza della posta in gioco — una struttura capace di guidare l’intero processo verso i suoi obiettivi. Questi sono i limiti ricorrenti nella storia di tutte le nostre lotte: l’indebolimento delle forze organizzate della nostra classe porta inevitabilmente alla cooptazione del potenziale rivoluzionario da parte di poteri esterni e/o interni che lo sfruttano per fini capitalisti e imperialisti per rinnovare la propria dittatura sociale.
Per superare la spontaneità, i limiti e le contraddizioni delle attuali rivolte e trasformarle così in forze dinamiche per l’eradicazione dei rapporti sociali capitalisti, è necessario organizzare e rafforzare l’associazionismo proletario, la costituzione del proletariato come classe e come partito storico della rivoluzione comunista mondiale:
“Quando parliamo di partito, non ci riferiamo, ovviamente, alle infami mafie e cricche che portano quel nome, ma piuttosto al partito storico della rivoluzione, che non può essere opera di alcun gruppo o insieme di gruppi particolare, ma solo della classe proletaria stessa, costituita come organismo sociale autonomo. Siamo lungi dal credere che le attuali debolezze della classe possano essere rimediate artificialmente da una avanguardia rivoluzionaria che inietti coscienza dall’esterno. Al contrario, ci riconosciamo come parte del partito diffuso della sovversione all’interno della società capitalista, e la nostra riflessione come un contributo, modesto senza dubbio, alla costituzione della classe proletaria come partito storico.”
“La teoria rivoluzionaria, la prospettiva del partito storico della rivoluzione, ha oggi un compito titanico: produrre la sintesi rivoluzionaria della nostra epoca prima che il degrado delle condizioni terrestri imponga — in misura ancora maggiore rispetto al presente — scenari catastrofici per l’intera specie. La minaccia di una corsa agli armamenti tra le potenze centrali del capitalismo globale, la crisi ecologica e le rivolte nei diversi continenti sono, finora, la tendenza del nostro futuro immediato.”
[Citazioni da “La democracia es el orden del capital” / 2020]
Questa realtà materiale trascende anche le separazioni borghesi tra i “paesi centrali” del capitalismo e i “paesi periferici”… Per parafrasare Marx, che alla fine della sua vita sfidò la concezione dominante ed eurocentrica della rivoluzione, potremmo evocare “la possibilità che la rivoluzione inizi prima nei paesi periferici, meno industrializzati, dove le forze produttive capitaliste sono ancora limitate e persistono forme sociali ‘arcaiche’, prima di raggiungere il centro”. E le numerose esplosioni di rabbia proletaria nel mondo negli ultimi anni e decenni non ci smentiscono. Al contrario, ci incoraggiano a cogliere il fatto che la nostra classe si sta organizzando ed è portatrice della determinazione dell’umanità persino nei luoghi “meno sviluppati” — secondo i disgustosi criteri dell’economia politica borghese!
Stesso sfruttamento, stesse azioni!
I brutti giorni finiranno!
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