Questo blog sta diventando quasi un elenco di necrologi, maledizione. In poco più di due anni ho dovuto scriverne troppi: da Momi a Sancho, da Simona a Pietro, ecc. ecc. Ed oggi Eugenio. Troppi con il 5 dei cinquanta e il 6 dei sessanta davanti all’età. Ma la speranza di vita media degli italiani non è di oltre 80 anni? E che cazzo, non vale per i miei amici questa statistica “oggettiva”? O essere compagni ed amici, cresciuti nell’Italia del boom (demografico, economico, politico, culturale, ecc.) porta sfiga? O porta sfiga essere stati (ed esserlo ancora in molti casi) dei compagni, dei militanti? Forse che lo stress per non essere in sintonia con questa società della rabbia individuale, del rancore represso, dell’arraffa-tutto-ciò-che puoi-fottendotene-degli-altri ci porta ad essere più fragili? O porta sfiga essere nati e cresciuti a Brescia, nella città più inquinata d’Italia? Non so. E sinceramente, stasera, non ho molta voglia di riflessioni politiche. Ho voglia di pensare un po’ ad Eugenio. Non eravamo amici intimi, nonostante ci conoscessimo da quasi mezzo secolo. Dai tempi del Calini. Tutti e due con l’eskimo verde. Tutti e due con la “morosa” nel liceo. La mia, la Maria, del Movimento Studentesco (quello con le iniziali maiuscole, alias “banda Capanna-Toscano, banditi a Milano”), quindi stalinista (ma sarà stato davvero così?). Lui con la Luisa. Bellissima. Invidia di tutti noi. Tutti e due a fare i picchetti, a organizzare gli scioperi studenteschi, i cortei, le manifestazioni. Tutti e due ad annoiarci, spesso, nelle interminabili assemblee, nei CUB del pomeriggio. Tutti e due a contrastare i “riformisti della FGCI” (quelli più a destra non li contrastavamo: ci sembrava che non esistessero). Lui di Lotta Continua. Io di Avanguardia Operaia. Avremmo dovuto essere quasi “concorrenti”: noi, i “professorini di marxismo”, loro, gli “spontaneisti frikkettoni” (si sa, LC non era un partito, era uno “stato d’animo”). Ma si lottava insieme, nonostante le stupidità settarie dell’adolescenza (e, parafrasando Guccini, a quell’età si è stupidi davvero). Poi ci siamo un po’ persi di vista, fino a 5 o 6 anni fa. Ci siamo ritrovati appoggiati al bancone della Casa del Popolo del Carmine. Lui con la sua immancabile birra, io col rosso o con la sambuca. E abbiamo riso e parlato, anche dei vecchi tempi. Anche della Luisa, neh, Eugenio? E ti ho proposto di partecipare al nostro ciclo di conferenze, quello del Centro Studi “Maitan-Berneri” intitolato “Volevamo solo cambiare il mondo”. Sei stato l’unico, tra i “sopravvissuti di Lotta Continua”, ad accettare di parlare del tuo rapporto con LC, della tua militanza nei “formidabili anni ’70”. Mi hai chiarito subito che avresti fatto una “relazione” poco politica, molto personale, quasi psicologica. Ricordo che ho pensato (riflesso del “professorino di AO”!) “Ovvio, il classico compagno di LC, lo “spontaneista”. E così è stato. E poi sono venuto a sentirti suonare il tuo amato sax un po’ in tutti i bar del Carmine, e anche altrove. Ora posso dirtelo, Eugenio: non eri certo John Coltrane: Ma amavi, con la tua timidezza e dolcezza, suonare. Perché amavi profondamente la musica: e chissà come ti costava buttar via la tua timidezza per fare un assolo col tuo sax. Solo per questo ti perdono ora (e te lo ho perdonate sempre) le stonature. Affanculo il pentagramma, Eugenio! Eri comunque bellissimo con quel sax. Mi mancherà il non vederti appoggiato al bancone, mentre chiedevi la tua “media”. Mi mancheranno persino i tuoi assolo. Suonami l’Internazionale, Eugenio. Ciao, amico e compagno.

Annunci