Scriviamo mentre il governo è ancora impegnato in una concitata e confusa riscrittura della finanziaria per recepire i contenuti dell’accordo di Bruxelles: non sono escludibili nuove sorprese sui diversi contenuti mentre i numeri continuano a ballare.

Il lungo “tira e molla” tra il governo italiano e la Commissione europea si era infatti concluso senza rotture, senza l’apertura della procedura di infrazione alle regole comunitarie per l’Italia, all’insegna del compromesso, con significativi passi indietro del governo giallo verde, ma anche con indicatori finanziari lontani da quelle che in teoria dovrebbero essere le strette regole del fiscal compact. Si conferma quanto aveva espresso già a settembre il commissario europeo agli affari economici Moscovici “Non abbiamo alcun interesse ad aprire una crisi tra l’Italia e la Commissione, ma non abbiamo neanche interesse a che l’Italia non riduca il suo debito pubblico, che rimane esplosivo”. L’asticella del deficit annuale scende dal 2,4 al 2%, la manovra viene largamente riscritta, l’Italia resta sotto sorveglianza speciale e presto ci saranno nuove verifiche sull’applicazione reale delle misure definite, ma tutti sono amici come prima.

Lo scontro tra le due bande padronali

La ragione è chiara: i diversi soggetti economici e politici che si sono confrontati esprimono tutti, senza eccezione alcuna, gli interessi specifici dei diversi settori della classe padronale e gli interessi più generali della borghesia. Nessuno di loro rimette in discussione, se non su elementi parziali e nazionalisti, la svolta liberista che domina il mondo ormai da decenni, le politiche dell’austerità, le logiche del mercato capitalista, l’attacco alle classi lavoratrici, la piena flessibilità della forza lavoro e, almeno fino ad oggi, la struttura istituzionale europea, così utile per i loro fini, che le forze emergenti della destra nazionalista vogliono solo adattare alle loro specifiche esigenze.

La discussione di questi mesi ha evidenziato tutte le ambiguità, l’ipocrisia e le falsità propagandistiche del governo giallo verde, ma anche quelle dei loro oppositori, il PD in testa, la Commissione di Bruxelles e i rappresentanti delle forze economiche e finanziarie dominanti.

Come nei film western di serie B Salvini e di Maio insieme alle forze padronali che li sostengono da una parte e i loro avversari ultraliberisti economici e politici dall’altra si contendono la divisione del bottino, cioè la spartizione delle ricchezze prodotte dallo sfruttamento della classe lavoratrice in un periodo di grande turbolenze del sistema capitalistico e in una fase di ridefinizione dei rapporti di forza tra i diversi soggetti capitalisti. Questo scontro si esprime principalmente sul piano economico produttivo, ma ha anche una dimensione politica, quali partiti debbano governare e come si debbano dirigere oggi le società capitaliste.

Se non si capisce questo elemento di fondo si rischia di correre dietro a questo o quello slogan, propagandistico “corretto” che i contendenti lanciano per costruirsi consenso, finendo dietro il carro di uno dei due nemici delle classi lavoratrici, quando invece è proprio il protagonismo e l’indipendenza di contenuti e di progetto di queste ultime che devono essere affermate per uscire dalla crisi attuale.

Le affermazioni democratiche e le pretese “europeiste” delle forze del centro sinistra e centro destra sono del tutto ipocrite e false: queste hanno governato l’UE difendendone l’impianto economico, finanziario ed istituzionale, cioè le politiche di austerità che hanno moltiplicato le divisione del continente, prodotto decine di milioni di disoccupati e distrutto conquiste sociali fondamentali (per non parlare dello strangolamento e della riduzione in miseria della Grecia) per garantire rendite e profitti della borghesia, introducendo esse stesse forme di governo autoritarie.

Non meno pericolosi i progetti nazionalisti, reazionari e xenofobi delle forze della destra e dell’estrema destra, in ascesa in tutta Europa (nel quadro del degrado sociale determinato dalle politiche liberiste), che hanno prodotto terribili tragedie storiche e che oggi mostrano il loro volto violento e padronale in Ungheria con la “legge della schiavitù” e in Italia con il decreto Salvini sulla “sicurezza”.

L’accordo di Bruxelles obbliga il governo italiano a tagliare di 10 miliardi la legge finanziaria congelando altri due miliardi per coprire sfondamenti imprevisti, a ridurre, sulla base di evidenti dati obiettivi, le previsioni di crescita dall’1,5% all’1%, a prevedere un rapporto deficit/pil per il 2019 del 2% per scendere poi all’1,8% nel 2020 e al 1,5% nel 2021, a introdurre più pesanti clausole di salvaguardia che passano nel 2020 dalla prevista cifra di 13,7 miliardi a 23,1 miliardi e nel 2021 da 15,5 a 28,7 miliardi. Questi soldi (52 miliardi in tre anni) devono saltare fuori in altro modo oppure le aliquote dell’Iva, quella agevolata e quella ordinaria schizzeranno verso l’alto, la prima al 13%, la seconda al 25,2% e poi anche al 26,5%!

La quadratura del cerchio per il 2019, che già presenta molte lacrime e sangue, ma che dovrebbe permettere per un po’ la sopravvivenza del governo giallo verde, apre in questo modo per gli anni successivi scenari economici e di bilancio da incubo.

Certo i cosiddetti “falchi europei” volevano molto di più per ridurre il debito italiano e perseguire le regole del fiscal compact, ma questa vicenda conferma ancora una volta che le insensate iperbole liberiste non sono le tavole della legge, che sono costantemente condizionate da mediazioni politiche contingenti, dai rapporti di forza tra i diversi paesi e, in questa fase politica, dai rischi prodotti dalla Brexit e dalla crisi del macronismo con il movimento dei gilet gialli, dalla preoccupazione per le elezioni europee imminenti. Troppo grave sarebbe stata una crisi aperta con l’Italia, uno dei principali paesi dell’Unione europea. E tutti avevano bisogno di salvare la faccia.

Addirittura, si assiste a un nuovo, ulteriore, arretramento anche sul terreno della stessa democrazia borghese, peraltro già colpita da anni di compressione del dibattito e del ricorso alla fiducia. La legge di bilancio, la principale legge di un paese, non ha avuto alcuna discussione, neanche quella formale; deputati e senatori sono rimasti passivi per settimane, per aspettare che i due capi bastione di Lega e M5S trovassero un accordo e poi che Conte e Tria raggiungessero la convergenza con Juncker e soci. Possono solo alzare la mano su un testo quasi sconosciuto.

Il peso della finanziaria

Il valore della legge finanziaria resta cospicuo, ma scende a 31 miliardi per effetto di 9 miliardi di spesa in meno e di maggiori entrate per 1,2 miliardi.

Le due misure bandiera di Lega e di M5S, reddito di cittadinanza e “quota 100”, che per altro non erano mai state ben codificate e che saranno definite attraverso decreti leggi si riducono rispettivamente di 1,9 miliardi e di 2,7%, per un totale di 4,6 miliardi. Vedremo come il governo opererà per contenere la spesa riducendo le platee interessate e penalizzando gli importi pensionistici e di sussistenza. La partita è tutta aperta e riserverà altre amare sorprese per coloro che hanno riposto le loro speranze in queste misure. In ogni caso si partirà solo nei prossimi mesi.

I finanziamenti vengono ridotti di oltre 4 miliardi e solo in parte potranno essere compensati da un miglior uso dei fondi europei e dalla flessibilità (0,2% del Pil) che la Commissione europea ha concesso per le opere infrastrutturali e il dissesto idrogeologico. Altri cospicui tagli riguardano le ferrovie, il finanziamento delle politiche comunitarie, il fondo per la coesione territoriale e il fondo per gli investimenti nella PA, ed anche infine per alcune riduzioni (modeste) di sgravi per le imprese.

La maggiori entrate dovrebbero arrivare ancora una volta dal pacchetto sui giochi, dalla web tax e da una rimodulazione dei crediti di imposta, ma anche e soprattutto dalle dismissioni immobiliari, cioè dalla svendita dei beni pubblici ed anche dal raddoppio (dal 12% al 24%) dell’aliquota fiscale IRES per gli enti non commerciali, cioè anche per coloro che operano nel campo no profit, sollevando le proteste dei vescovi che temono per le loro associazioni assistenziali e di volontariato.

Vengono introdotte quattro misure, diverse tra loro, ma molto significative e penalizzanti per il lavoro, il reddito, la democrazia e i territori che occorre sottolineare:

la prima è il rinvio almeno fino al novembre del 2019 delle assunzioni nel P.I che dovevano rimpiazzare in minima parte il turn over;

la seconda sono i tagli all’editoria rivolti a colpire tutte le pubblicazioni variamente scomode, compreso il Manifesto e l’Avvenire, il giornale dei vescovi.

la terza è la più drammatica, il taglio dei contributi INAIL proprio in una fase in cui la deregolamentazione del lavoro tra producendo una recrudescenza degli incidenti sul lavoro, quelli denunciati regolarmente e quelli tenuti nascosti e mascherati; una norma vergognosa che fa “risparmiare” alle imprese 1,5 miliardi nei prossimi tre anni. Da tempo gli imprenditori si presentavano a tutte le audizioni parlamentari chiedendo di poter mettere la mano sul tesoretto dell’INAIL che ammontava ad almeno due miliardi. Finalmente sono stati accontentati.

La quarta sono i tagli delle pensioni più alte (previsto per 5 anni e probabilmente solo su quelle calcolate col sistema retributivo, guarda caso), un provvedimento di cui non può essere sottovalutato la gravità (si tratta di un salario differito dovuto) e che sarà il cavallo di troia per estenderlo progressivamente a pensioni ben più modeste; ma non meno grave è la modifica verso il basso della rivalutazione delle pensioni che passa da 4 a 7 fasce e che, secondo il governo, permetterà di risparmiare (cioè di rubare ai pensionati) 2,2 miliardi in tre anni al netto del fisco. Ma il calcolo che altri hanno fatto riportato dal Sole 24 ore è di 10 miliardi!

A questi sembra aggiungersi il miliardo di “tagli ombra” che probabilmente si troveranno a dover fronteggiare i Comuni proprio quando il governo si appresta a firmare l’accordo con i presidenti di Lombardia e Veneto che concede l’autonomia “differenziata” a queste regioni; per gestire scuola santità e altri servizi pubblici non avranno più bisogno dei soldi dello Stato perché avranno direttamente una percentuale delle tasse versate dai loro cittadini e queste risorse le potranno usare come meglio credono.

Infine, si prevede la possibilità di affidare appalti pubblici senza gara fino a 150.000 euro, dai 40.000 euro fissati in precedenza. Non c’è neanche bisogno di spiegare quali conseguenze avrà questa misura, sia sul versante dell’ulteriore accentramento di potere nelle mani, ad esempio, dei sindaci, sia sull’incentivo a una corruzione già strutturale nel capitalismo, e in quello della fase neoliberista in particolare.

Il riassunto economico e politico della finanziaria

Per riassumere la finanziaria rimodula entrate e spese; è del tutto interna agli assetti liberisti e alle logiche del patto di stabilità, ma così era già nella prima versione. Vedasi l’articolo

La spesa maggiore (12, 4 miliardi) è quella  relativa alla disattivazione delle clausole IVA, (ma solo per quest’anno), quella per la quota 100 e il reddito di cittadinanza (vedremo quanto e come), dalla conferma ed incremento di tante agevolazioni fiscali per le imprese e di una prima se pure limitata introduzione della Flat Tax, dagli investimenti se pur ridotti. Sono mantenute tutte le norme che hanno fatto a pezzi il diritto del lavoro e garantite precarietà e sfruttamento accresciuto.

Non è un caso che i lavoratori dipendenti non compaiano in questa finanziaria e non siano destinatari di nessuna prebenda.

I soldi per le spese si recuperano in parte da alcune misure che interessano banche e assicurazioni, dai risultati, da verificare, del contrasto all’evasione fiscale, dai giochi e dai tabacchi, ma anche dalla vendita degli immobili pubblici consentendo a chi li acquista di cambiarne la destinazione d’uso con procedura rapida, consegnando cioè nelle mani degli immobiliaristi e degli speculatori i quartieri storici delle città. Né bisogna dimenticarsi i condoni fiscali che servono a fare rapida cassa premiando gli evasori.

Altre risorse arrivano dall’utilizzo del deficit pubblico ed infine da alcune misure di cui tutti i media parlano molto poco, soprattutto della sua quantificazione complessiva, ma che avevamo avuto modo già di sottolineare analizzando la prima versione della finanziaria, i tagli ai ministeri, cioè i tagli alla spesa pubblica e a quelli all’immigrazione. Nel suo complesso sono circa 7 miliardi, una riduzione pesantissima che si aggiunge a quelle operate negli ultimi anni e che dispiegherà conseguenze drammatiche nel prossimo periodo quando i cittadini verificheranno sulla loro pelle come certi servizi non siano più disponibili o usufruibili.

Era una legge fin dall’inizio liberista e costruita su cifre e previsioni in gran parte fantasiose, (operazioni da cui non erano andati esenti i precedenti governi), ma i gialloverdi hanno creduto di poter esagerare con facilonerie e furbizie di accatto che non potevano reggere la prova dello scontro con le componenti fondamenti della borghesia italiana ed europea e tanto meno con la logica capitalista del mercato anche perché né Salvini, né Di Maio hanno mai avuto intenzione ed interesse a rompere con esse (e tanto meno ne avrebbero avuto strumenti).

È una legge di bilancio che utilizza le flessibilità europee permesse, come già avevano fatto Renzi e Gentiloni, che, grosso modo, si mantiene dentro un contenuto rapporto deficit/PIL, come i governi precedenti, che prevede un avanzo primario intorno al 1,5% (pari a molte decine di miliardi) che viene realizzato grazie a un volume di spese largamente inferiori alle entrate, al netto degli interessi del debito. Siamo lontanissimi dalla manovra espansiva di keynesiana memoria, sia nella versione di ottobre che in quella di dicembre.

Due note aggiuntive

Quando il governo ha annunciato due mesi fa un deficit al 2,4% e Di Maio si è affacciato gaudente dal fatale balcone, non solo i sostenitori vecchi e nuovi del M5S, ma anche diversi soggetti della sinistra si sono esaltati di fronte a questo dato quasi che di per se stesso bastasse a caratterizzare come positiva la manovra e a mettere in discussione la famigerata e antisociale norma del pareggio di bilancio inserito nella costituzione.

Per valutare il significato dell’assunzione di un debito e di un deficit, occorre verificare come le risorse reperite vengono usate, a cosa servono, se per i bisogni sociali ed occupazionali o per altre finalità; bisogna anche capire la natura ingiusta di un debito ed agire per il suo rigetto; bisogna soprattutto comprendere più in generale che il debito pubblico che si è formato nel corso dei decenni è il frutto diretto delle ingenti e sempre più vistose riduzioni ed agevolazioni fiscali (che questo governo continua) fatte alle classi possidenti e alle imprese e che quindi l’intervento prioritario da realizzare è la reintroduzione di un sistema fiscale fortemente progressivo, di imporre una nuova fiscalità alle imprese e naturalmente la patrimoniale, l’imposta sulle fortune. Per farlo sarà necessaria una dura lotta e uno scontro molto forte con la classe padronale.

Il grande polverone sul 2,4 % di deficit di Lega e 5 stelle è servito,insieme alle violente misure contro i migranti e sul cosiddetto ordine pubblico, solo a mascherare la vera natura della finanziaria e a rendere ancora più difficile la costruzione di una mobilitazione e di una opposizione politica e sociale.

Con il nuovo anno bisognerà farlo e tanto più dovrà essere fatta una campagna di massa via via che arriveranno al pettine i nodi delle misure decise nella legge finanziaria.

Personaggi in cerca d’autore

Ci si permetta infine di esprimere un giudizio sui diversi protagonisti della battaglia di autunno, come si fa al termine delle partite di calcio.

I personaggi di Bruxelles, i vari Juncker, Moscovici e Dombrorovskis, si sono dimostrati politici sperimentati nel loro gioco tra dura determinazione e capacità di mediazione, obbligati a tenere conto di quel che succede qua e là nel continente, dei veri manigoldi al servizio dei potentati economici e finanziari capitalistici europei:

I dirigenti del PD sono apparsi dei tarantolati nella loro difesa ad oltranza delle regole liberiste e delle politiche di austerità; la Lega esprime una piccola e media borghesia, avida, rancorosa, avvinghiata alla sua “roba”; il suo capo è un personaggio cinico, spregiudicato che ha seminato odio e razzismo con il suo gruppo di comunicatori e che in futuro potrebbe fare le cose più diverse; il M5S è l’insostenibile leggerezza dell’essere della piccola borghesia impiegatizia, intellettuale, imprenditoriale della rete, i cui militanti sono largamente inconsapevoli della realtà dello stato e della società capitalista; il suo leader un personaggio supponente e ipocrita, miracolato dagli eventi, ma anche largamente impreparato al compito.

Mattarella, come già il suo predecessore si è fatto garante della stabilità dello stato capitalista italiano, del suo ruolo nell’UE, degli interessi della borghesia italiana; non a caso si è “dimenticato” di agire da garante dei principi democratici umani e civili espressi nella Costituzione, firmando colpevolmente e senza esitazione il decreto Salvini, una legge violenta ed anticostituzionale.

Ma un ruolo di mediazione degli interessi borghesi e del ruolo dell’Italia l’ha avuto, tra la sorpresa di molti, ma grazie a un rapido apprendimento e all’aiuto dei grand commisdello Stato, Tria e Moavero, anche il cavaliere pallido, conquistando una credibilità nazionale ed internazionale che forse, ma solo forse, permetterà a Giuseppe Conte una vera carriera politica.

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