I provvedimenti annunciati per rispondere alle proteste dei gilets jaunes sono in realtà briciole che provano a dividere un movimento in espansione. Ma possono diventare un assist per rivendicazioni di carattere più sociale

Emmanuel Macron si è presentato alla nazione provando a reagire alla crescente ondata di mobilitazione che investe la Francia. Un discorso per il bene del Paese per alleviarne le sofferenze di cui si assume parte della responsabilità. La voce quieta e il tono teatrale sembrano studiate a tavolino in opposizione ai toni non certo pacati della protesta. Una scelta strumentale volta non tanto a riportare tranquillità quanto a mostrarsi ancora una volta come la voce di quella parte della società francese che si schiera contro le violenze di piazza, che condanna i Gilets Jaunes, li denigra.
I provvedimenti sono annunciati dal Président per far sì che la Francia sia quel paese dove si «possa vivere dignitosamente del proprio lavoro» e aggiunge che sul tema il governo si è mosso troppo lentamente. Basterebbero queste prime frasi per rendersi conto dell’ipocrisia con cui Macron si rivolge alla maggioranza dei francesi. Nessuno potrà dimenticare le prime misure adottate contro i lavoratori a inizio mandato utilizzando la legislazione d’urgenza senza discussione parlamentare: dalla Loi Travail 2 che completa quella El Komri del governo Hollande, passando per i tagli ai servizi pubblici, soprattutto la sanità. Ed è da lì che sprigiona la collera popolare, «non è possibile stringere la cintura e allo stesso tempo abbassare i pantaloni» recitava una scritta ieri mattina sulla piazza de la République a Parigi.

Le briciole

Comodo nella sua maschera di bronzo Macron stila le proposte da adottare fin dal 2019. Prima di tutto, un aumento di 100 euro del salario minimo (Smic) oggi a circa 1.180 euro netti mensili che coinvolge quasi il 12% dei lavoratori dipendenti, circa 1,98 milioni di persone secondo il Dares del Ministero del Lavoro. Ma questo annunciato aumento era già in parte previsto per il 2019. Se con una mano dà, con l’altra si toglie. L’aumento previsto ricadrà sulla fiscalità generale, cioè le tasse dei cittadini, primi tra tutti i lavoratori stessi. Una misura che «non deve costare un euro ai datori di lavoro» si premura di aggiungere Macron rassicurando la parte padronale. Ma la questione salariale va ben oltre il livello minimo, è un tema che si estende a gran parte della classe lavoratrice, anche in Francia, sempre più precaria. E questo Macron lo sa e si rimette alla benevolenza del padronato francese affinché corrisponda ai propri lavoratori dei premi di fine anno su base volontaria. Una proposta che era stata avanzata il 6 dicembre dal Primo ministro Eduard Philippe e che ha trovato tutto l’appoggio delle organizzazioni padronali. Infatti, la proposta non implica solo un versamento a titolo volontario ma anche che questo sia defiscalizzato ed esente dai contributi sociali per le imprese.
Qualche liberale potrà dire che siamo di fronte a una misura che distribuisce equamente tra lavoratori e imprese in quanto minori contributi da parte delle imprese sono compensati dalla detassazione a favore dei lavoratori su questa parte di reddito. Briciole. Si tratta nella pratica di un istituto che interviene sul potere d’acquisto dei lavoratori non come diritto sociale ma in termini di elargizione arbitrale dei datori di lavoro. Dal diritto alla carità. Inoltre, esonerando le imprese dai contributi, senza alcuna menzione alla copertura da parte della fiscalità generale, ai lavoratori verrà meno quella quota di reddito da lavoro da accantonare per la pensione, coperta appunto dai contributi. Allo stesso tempo, si tratta di una strategia volta a disaggregare la classe lavoratrice in seno alla stessa azienda: ne sarebbero esclusi innanzitutto i lavoratori interinali in quanto non dipendenti dell’impresa che detiene assoluto potere sul come, quanto e a chi eventualmente versare ai propri dipendenti, producendo volutamente discriminazioni che minano da sempre l’unità dei lavoratori.
A consolidare la base neoliberale delle promesse di Macron si aggiunge la defiscalizzazione degli straordinari, una misura già adottata dalla destra francese durante il mandato Sarkozy, non proprio un presidente dalla parte dei lavoratori. Di nuovo, questa misura provoca due distorsioni a carico dei lavoratori stessi. L’allungamento della giornata lavorativa è storicamente uno degli strumenti privilegiati per l’aumento del saggio di sfruttamento da parte dell’impresa sul lavoratore. Inoltre, a causa della Loi travail – la riforma del lavoro approvata nel 2015 – le ore di straordinario sono pagate solo il 25% in più del salario orario standard ma un accordo a livello di impresa può far scendere il supplemento fino al 10%. Di nuovo, i datori di lavoro possono far pressione per aumentare l’orario di lavoro pagando meno: i lavoratori produrranno più plusvalore in cambio di qualche «miette», briciola. Quel po’ che basta per minare dalle fondamenta una delle battaglie politiche più profonde, quella per la riduzione dell’orario di lavoro, per la liberazione del tempo di vita (a parità di salario). Dentro questo quadro di rivendicazione storica si inseriscono altri argomenti contro il provvedimento in quanto portatore di discriminazioni tra chi può e non può fare straordinari e quindi beneficiare dello sconto fiscale. Un argomento che richiama ancora una volta la questione salariale, generalizzata, ma che può risultare controproducente in termini di emancipazione dell’intera classe lavoratrice di fronte al dominio del capitale. L’aumento salariale incondizionato e indiscriminato non può essere barattato con maggiori livelli di sfruttamento.

Quale lotta di classe

Fin qui le misure sono volte a scavare ancora lungo la linea di frattura nella società francese: da un lato i lavoratori su cui si abbattono non soltanto le riforme del lavoro ma anche quelle relative al welfare, all’istruzione, al diritto alla casa e, dall’altro, il padronato, piccolo o grande che sia. Macron simula un’apertura per ristabilire la pace sociale, avallando chirurgicamente la lotta di classe del piccolo e grande padronato a scapito dei lavoratori.
È evidente che il Presidente della repubblica francese abbia a cuore la lotta di classe, quella fatta dal blocco sociale che costituisce il suo elettorato, quel 10% più ricco della popolazione, espressione non soltanto della rendita ma anche del grande capitale. Ed è a loro che va l’accorata rassicurazione che per nessun motivo saranno fatti passi indietro sull’imposta di solidarietà sulla fortuna (l’Isf), strumento di redistribuzione fiscale dagli alti patrimoni alle finanze dello Stato con cui vengono prodotti e garantiti i servizi sociali. Tra le primissime misure adottate dal quinquennato macroniano, la patrimoniale francese era stata fortemente ridotta, eliminando dal computo del patrimonio tutta la ricchezza salvo il patrimonio immobiliare a partire da 1,3 milioni di euro. Nessun passo indietro dice il Presidente perché l’abolizione dell’Isf stimola l’economia e gli investimenti, producendo più occupazione e quindi maggiore potere d’acquisto anche per i lavoratori en colère, evitando la fuga di capitali che una patrimoniale potrebbe causare. Quel mantra ideologico secondo cui liberare risorse nell’alto della società genera benefici per tutti. I liberali sono ancora fermi a difendere strenuamente la trickle-down theory, la teoria dello sgocciolamento, secondo cui l’aumento della concentrazione di reddito e ricchezza nell’alto della società è un bene perché a cascata una parte seppure infinitesimale sgocciolerò verso il basso, smentita quotidianamente dalla storia. Lo ha ripetuto anche Thomas Piketty su Le Monde «fin dal 1990 si osserva un aumento spettacolare e continuo del numero e dei volumi di ricchezza dichiarati all’Isf. Ed è soprattutto la parte dei patrimoni finanziari oggi detassati grazie a Macron quella che aumenta di più negli ultimi anni, nonostante la crisi del 2008».
Ma i liberali sanno bene che ogni passo indietro rimetterebbe in discussione l’intero assetto regressivo delle politiche fiscali dell’ultimo trentennio, tutte a loro favore, dalla detassazione dei profitti a quelli sulla ricchezza, fino alla sua libera circolazione così da sfuggire a ogni stima, a ogni possibilità di intervento. Ma la classe lavoratrice non sembra disposta a sentire ancora questa storiella e non a caso il deputato della France Insoumise, François Ruffin, autore del film cult durante le mobilitazioni del 2015 Merci Patron!, ne domanda la restituzione. È una questione di giustizia fiscale e quindi sociale.
A conti fatti si potrebbe dire che Macron non abbia chiaro in mente quale sia la portata di questa nuova ondata di mobilitazioni e prova a giocare la carta dell’uomo moderato pronto a difendere la nazione dalle violenze inaccettabili che la stanno attraversando, quelle dei Gilets Jaunes non certo quelle prodotte dalle sue politiche sociali ed economiche. Così il più che riesce a fare è provare a dividere un movimento in espansione e che atto dopo atto acquisisce coscienza. Dalle rivendicazioni sul costo dei carburanti, non poco contraddittorie, le rivendicazioni hanno assunto un carattere sociale ben definito portando al cuore dell’Europa due questioni chiave: la questione salariale e la giustizia fiscale. Sta qui il vero detonatore capace di estendere la protesta ben oltre i confini dell’Esagono. L’aumento del salario minimo ha infatti attraversato negli ultimi anni le due parti dell’Atlantico, sotto la spinta del conflitto sociale, dagli Stati Uniti con il movimento 15$ alla Germania il cui governo centrista ha dovuto cedere alle rivendicazioni introducendolo nel gennaio 2015. Una questione dirimente per tutti quei lavoratori poveri, ormai oltre il 10% in Europa, una forza sociale che ha tutto il potenziale per condurre una battaglia unitaria, dentro e fuori i luoghi di lavoro, dentro e fuori i propri confini nazionali. La grande partita risvegliata dai Gilets jaunes sta tutta qui, in un conflitto sociale che ha rotto gli argini del moderatismo e della responsabilità, ma necessita oggi di una direzione politica coerente e intransigente nei confronti del neoliberalismo. Ed è il momento di cogliere un’altra sfida storica: la ricomposizione di classe e la sua unità contro tutti i tentativi di segmentazione portando avanti non più una difesa dei pochi diritti rimasti ma un’offensiva con obiettivi di emancipazione chiari. Il discorso di Macron non è che un assist: provando a spaccare il movimento, non fa altro che separare le rivendicazioni del blocco piccolo borghese da quello della classe lavoratrice che può così avanzare compatta e in modo non contraddittorio.

*Marta Fana, PhD in Economics, si occupa di mercato del lavoro. Autrice di Non è lavoro è sfruttamento (Laterza).

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