Il vento di nord-ovest, il Maestrale (Mistral in francese) è normalmente freddo e secco (salvo poi inumidirsi quando, attraversato il mar Ligure e il Tirreno, arriva in Corsica e in Sardegna). In queste settimane però soffia sempre più impetuoso, insolitamente caldo. Come nei lontani 1789, 1830, 1848, 1871 e nel più vicino 1968, la Francia sembra indicarci il cammino. Alcune centinaia di migliaia di persone stanno mettendo in ginocchio il governo e i “poteri forti” d’Oltralpe. Con la rabbia, la determinazione, persino la confusione ideologica di tutti i veri movimenti di massa, che non vengono “scatenati” da questo o quel partito, da questo o quel sindacato (e tanto meno da qualche “guru” in versione comica e/o tragica), ma che, senza preavviso, irrompono sulla scena, solitamente dominata dai soliti noti, scombussolando i piani di coloro che “stanno in alto”. Questa rivolta “spontanea” parla ai nostri potenti (governo, “opposizioni” parlamentari, padroni), per ricordar loro che “i re passano, ma gli arrabbiati restano”. Parlano alle burocrazie di ciò che resta del movimento operaio, per ricordar loro la fragilità della loro “egemonia” sulle grandi organizzazioni dei lavoratori. Parla ai “sovranisti” e all’estrema destra, che tentano inutilmente di insinuarsi, infiltrarsi, strumentalizzare: quando un movimento di massa vero, che parte dai bisogni reali di “quelli che stanno sotto” e che è capace di auto-organizzarsi, si diffonde e si radica, lo spazio per la loro demagogia piccolo-borghese si riduce istantaneamente. E parla anche a noi, all’estrema sinistra (in tempi meno bui si chiamava “rivoluzionaria” – oggi ci si vergogna addirittura di dichiararsi tali) politica e sindacale. Per dirci che non se ne può più di coltivare i piccoli orticelli in un’ottica di pura sopravvivenza. Che non se ne può più di settarismi, di concorrenzialità, di miopia autoreferenziale. E di mobilitazioni lacrimose e pietistiche, di stile evangelico compassionevole. Che si possono cambiare le cose, ottenendo dei risultati impensabili fino a pochi giorni prima pur senza avere parlamentari, assessori, consiglieri comunali o regionali, tessere a bizzeffe, pur senza avere la mitica “maggioranza” del cosiddetto popolo dietro le proprie bandiere. Sarà per questo che, in questi giorni continua a tornarmi alla mente quel bellissimo verso della canzone degli anni ’60 “Buttiamo a mare le basi americane”. Diceva più o meno così : “In una ragnatela di fatti quotidiani abbiam dimenticato di essere compagni. O forse qui si aspetta la Rossa Provvidenza, per cui gli altri decidono e noi portiam pazienza…rompiamo le abitudini, torniamo ad esser uomini“. Ecco, domani pomeriggio andrò al presidio antirazzista, e sabato a Torino alla manifestazione NO TAV con questa canzone in testa. E mi porterò un bel gilet giallo.

Flavio Guidi

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