Ecco un breve articolo letto su Quibrescia: lo si diceva nell’ambito del discorso su Brescia città maglia nera in Lombardia per l’inquinamento ambientale in estate, ma dotata di un ottimo sistema di mobilità. La conferma arriva anche dallo studio “ICity Rate” che vede tra i partecipanti anche A2A Smart City per stilare una classifica delle città italiane più smart. In particolare, sistemi intelligenti per migliorare la viabilità dei centri urbani. E in questa griglia Brescia è scesa dal 12° al 31° posto in due anni e con un ulteriore calo nell’ultimo anno tra il 2017 e il 2018. Al primo posto ci sono Milano, Firenze e Bologna, mentre Brescia compare tra le migliori dieci solo quando, tra gli indicatori, si parla di economia e mobilità sostenibile. Dati opposti, invece, sul fronte dell’ambiente dove la città si piazza al 100° posto su 107 Comuni per qualità dell’acqua e dell’aria. Risultati scarsi, secondo il rapporto, anche per quanto riguarda le zone verdi e il consumo di suolo. Tuttavia, parlando di metropolitana, piste ciclabili e parcheggi arriva nei primi cinque posti in Italia. E’ nella parte alta della classifica anche a livello di ricerca e innovazione e lavoro, mentre è 38° per istruzione. 

Non è che avessi bisogno di ulteriori conferme: in questa città (che qualcuno, se non ricordo male Pietro Nenni, aveva definito, forse non del tutto correttamente*, nel 1946 “Vandea d’Italia”) ci sono nato e cresciuto, e ci ho vissuto più di 40 anni della mia vita. Una città “dedita al lavoro” (e a far soldi). Una città “catto-calvinista”, che unisce da sempre all’egemonia quasi incontrastata del cattolicesimo questa vena “calvinista”, da religione del lavoro, tipica dell’etica protestante (Max Weber docet). “El bef, però el laùra“. E questo “laurà” (legato anche al guadagno, ma spesso quasi autogiustificantesi in sé e per sé) mi accompagna da sempre, fin da piccolo. “Lazarú”: il peggior insulto per il bresciano tipico. Certo, come in ogni cosa, non tutto è negativo in questo atteggiamento. Magari, sotto sotto, ci può scivolare persino un minimo di recupero per il discorso marxista sul lavoro (non alienato) come elemento di dignità ed emancipazione dell’essere umano. Ma in definitiva l’immagine del bresciano medio, tutto casa, chiesa e officina, poco disponibile all’apertura mentale, ergo all’apertura verso “l’altro”, il “diverso”, quello con il colore della pelle un po’ più scuro, quello di una religione diversa dalla cattolica, quello che parla un’altra lingua (e persino un altro dialetto, in particolare se meridionale) si riconferma anche da questa strana indagine. Non prendo per oro colato questi discorsi sulle “smart cities“: il fatto che Milano appaia ai primi posti mi mette abbondantemente in sospetto. Però devo dire che me l’aspettavo: quando si parla di “pila” (dané, schei, franc, solç) siamo spesso ai primi posti (vedi anche la metropolitana, i parcheggi, il consumo di suolo, ecc.). Appena si parla di aria, acqua, suolo oppure di cultura e istruzione, eccoci piombare vertiginosamente in basso. Non è che le altre città italiane (e mondiali) siano esenti dallo spirito animale del capitalismo, ovviamente. Ma qui da noi (e credo un po’ in tutto il nordest, dall’Alta Lombardia al Veneto profondo) c’è questo mefitico mix di gretto capitalismo, spirito conformista piccolo borghese e puzza d’incenso da sacrestia che fa venire il voltastomaco. Ricordo quando, 5 anni fa, presentando la lista Brescia Solidale e Libertaria, scrivevamo che “volevamo rivoltare questa città come un calzino”. Beh, il calzino puzzava troppo, e la puzza continua ad aumentare. E, maledizione, Brescia non ha neppure il mare!

*Nel senso che altre realtà, come Verona, Bergamo, Vicenza o Padova erano ancor più “vandeane” dal punto di vista dei rapporti di forza politici.

Flavio Guidi

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