Pubblichiamo una prima breve nota del compagno Beppe, che conosce la realtà brasiliana da almeno un quarto di secolo.

Con i dati in aggiornamento delle elezioni per la Presidenza della Repubblica e per la formazione del Senato e della Camera, oltre alle Assemblee degli Stati svoltesi la scorsa notte in Brasile, ad ormai due anni e mezzo (2016) dal golpe istituzionale, o “impeachment” come la classe dirigente e la borghesia brasiliana preferiscono venga chiamata più soavemente la destituzione in corso di mandato dalla presidenza di Dilma Rousseff (PT), il Brasile fa i conti con le urne a seguito di un periodo caratterizzato da pesanti attacchi alle condizioni di vita di milioni di lavoratori con misure d’austerità, la cancellazione di diritti e risorse economiche a discapito della maggioranza della popolazione condotte dal governo Temer e dai suoi alleati a “colpi di spugna” e senza soluzione di continuità.
La politica di demolizione di qualsiasi parvenza di stato sociale e l’eliminazione della spesa pubblica “inutile” tesa ad una seppur minima redistribuzione, il Brasile è nella sua lunga e più turbolenta campagna elettorale degli ultimi anni: la prigione di Lula, l’assassinio di Marielle Franco, le numerose aggressioni armate impunemente condotte contro pacifiche manifestazioni di movimenti sociali, solo per citare alcuni rilevanti fatti. In un clima di crescente odio e intolleranza razziale, di classe, di genere e con proposte truculente sull’armamento di massa per la giustizia sommaria “fai da te” da parte della destra estrema, si svolgono queste difficili elezioni in un panorama d’arretramento sociale e fortemente condizionato dal mito della “soluzione forte” della destra al potere, mai così estrema e nera dagli anni della dittatura (1964-1985).
In questo sommario quadro, a 30 anni dalla Costituzione post-dittatoriale (1988) dopo questo 1° turno la destra più conservatrice e di matrice apertamente fascista vede concreta la possibilità di installare nuovamente al potere nel Planalto un suo uomo-forte, il retrogrado e populista Jair Bolsonaro (PSL) che con quasi 50 milioni di voti ed il 46,03%
si afferma quale primo candidato. Al secondo posto Fernando Haddad del Partito dei lavoratori (PT) con oltre 30 milioni di voti al 29,28% progressista di sinistra con maggior radicamento nella classe lavoratrice e quindi al terzo posto il social-democratico Ciro Gomes (PDT) al 12,47%. Il ballottaggio sarà tra Bolsonaro e Haddad il prossimo 28
ottobre.
La concentrazione e polarizzazione anche territoriale del voto lascia agli altri candidati poco consenso, con la storica destra liberista-conservatrice di Geraldo Alkimin (PSDB), tradizionale riferimento dell’imprenditoria industriale e del ceto borghese medio e medio-alto che precipita sotto il 5%. Piccole percentuali per tutti gli altri candidati, come
Guilherme Boulos (PSOL) il partito di riferimento dei movimenti sociali di base e della sinistra rivoluzionaria allo 0,58%.
Di fronte alle fallimentari politiche liberiste della destra MDB-PSDB dell’uscente governo si afferma così l’ultra-destra radicale e reazionaria del PSL (il partito di Bolsonaro) che vantava un solo deputato nello scorso Congresso Federale ed oggi sale a 52 deputati (sui 513 a disposizione) aumentando e compattando intorno alla sua figura i seggi del
settore “agrotossico-armi-bibbia”. Il PT elegge 56 deputati; il PDT 28 deputati. Come conseguenza alla crisi prodotta dal neo-liberismo sfrenato e dei suoi partiti tradizionali, avanza il medioevo!
Per la disputa alla presidenza, nella logica elettorale delle percentuali sembrano poche le possibilità di colmare nel poco tempo a disposizione, da qui al ballottaggio, un divario così marcato in termini di voti. Sfida difficile quanto necessaria per le sorti del Paese, cercando di riaggregare e ampliare la mobilitazione di massa “Ele não” (Lui No!) delle
ultime settimane che ha portato in piazza milioni di persone attraverso e la formulazione di una proposta politica antifascista, democratica, semplice e di massa, per un “fronte democratico” nel segno della giustizia sociale.
La sfida è imminente, da subito, per rendere coscienti ampi strati subalterni che hanno riposto fiducia nella destra più volgare e antidemocratica, che dall’elezione di Bolsonaro sono i primi a rimetterci, vedendosi ulteriormente minacciata la loro già precaria condizione, ad esempio con l’eliminazione della 13° mensilità, delle ferie retribuite,
delle cure pubbliche per malattie come l’AIDS, ed il libero arbitrio della polizia e perdita di elementari diritti sociali e democratici come già annunciato dal settore più reazionario. Poi ci sono altri circa 30 milioni di brasiliane/i che non si sono recati alle urne (circa il 20%) oltre ai 10 milioni di schede bianche (2,65%) e nulle (6,14%). Sommando astensioni, bianche e nulle sono quasi 40 milioni la platea di elettrici/tori che hanno preferito non andare a votare o non esprimere un proprio candidato. Di fronte ad un bivio storico è urgente recuperarli da questa parte della barricata

Beppe

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