Il Brasile prima di tutto e Dio al di sopra di tutti“: con questo slogan da microcefalo emerso dal Medioevo più buio, Jair Bolsonaro, l’italo-brasiliano (ahimè, gli eredi dei nostri emigranti!) d’estrema destra, l’uomo che esalta la sanguinosa dittatura militare dei “gorilas” del ventennio tra la metà dei Sessanta e la metà degli Ottanta, è arrivato al primo posto nelle elezioni presidenziali di ieri nel gigante dell’America Latina. Quel Brasile che, con Cina, Russia e India, era un pilastro del cosiddetto BRIC. Un paese con un’industria importante, con un PIL paragonabile a quello di molti paesi imperialisti come il Regno Unito, la Francia o l’Italia. E con oltre 200 milioni di abitanti. Si era già reso “famoso” quando, unico deputato del suo partitucolo fascistoide (il Partito Social Liberale), durante la votazione per l’impeachment di Dilma Roussef, aveva dedicato il suo voto all’assassino e torturatore di molti compagni (tra i quali Dilma, che prima di diventare socialdemocratica era stata una rivoluzionaria) durante i bui anni della dittatura. Incredibilmente questo omuncolo ignorante, violento, razzista, omofobo e misogino (di fronte al quale Salvini sembra quasi un gentiluomo), che non ha mai voluto confrontarsi con gli altri candidati, né in TV né in altri luoghi (forse sapendo che avrebbe fatto una figuraccia), è arrivato, con quasi 50 milioni di voti (il 46% dei votanti) ad un passo dall’essere eletto al primo turno. Prima di qualsiasi commento diamo alcuni dati.

Bolsonaro ha ottenuto 49,3 milioni di voti, contro i 31,3 di Haddad, il candidato del PT (il Partito dei Lavoratori, il grande partito riformista, di tipo più o meno laburista, guidato da Lula, che non ha potuto candidarsi perché rinchiuso in galera con l’accusa di corruzione). Gli altri candidati riconducibili più o meno alla sinistra (PDT, Verdi, PSOL, ecc.) hanno ottenuto circa 15 milioni di voti (di cui solo 700 mila all’estrema sinistra, quasi tutti al PSOL, il partito di Mariele Franco, assassinata pochi mesi fa). In totale, a voler essere generosi, tutta la sinistra, con 46,4 milioni di voti, resta sotto il risultato del solo neandertaliano carioca. Se ai voti della bestia di Rio de Janeiro (che infestava la città con striscioni con su scritto “l’unico bandito buono è il bandito morto”) aggiungiamo quelli di un altro esponente fascistoide, Cabo Daciolo (1,3%), arriviamo pericolosamente vicini a quel 50% che consegnerebbe il Brasile ad un presidente sostanzialmente fascista. La destra “rispettabile” (si fa per dire!), dai liberali ai “socialdemocratici” (in realtà conservatori, nonostante il nome), ai democristiani crolla ad un misero 9,1% (meno di 10 milioni di voti). Insomma, l’elettorato di destra si è spostato massicciamente all’estrema destra, e quello di sinistra, pur conservando più o meno (meno, in realtà), i voti raccolti da Dilma 4 anni fa, si è polarizzato su Haddad, per fare da “diga” ad un Bolsonaro coccolato dai media (ed ultimamente anche dal grande capitale) e dalle chiese “evangeliche” (una delle pesti peggiori nell’attuale America Latina, talmente reazionarie che fanno rimpiangere persino la chiesa cattolica!). E così un “caporale” (nel senso di Totò) che arriva dire in tv ad una donna “che lei non merita nemmeno di essere stuprata” (sic!) ottiene decine di milioni di voti. I dati del contemporaneo voto legislativo sono un po’ meno bui (per esempio il PSOL, che ha pagato la paura di veder vincere il neandertaliano col “voto utile” ad Haddad, perdendo un milione di voti rispetto al ’14, raddoppia i deputati, passando da 5 a 10), con il PT che resta il partito col maggior gruppo parlamentare (ma il PSL di Bolsonaro diventa il secondo, passando da 1 a 51 deputati!). Ma è inutile tentare di consolarsi: quel che è successo ieri in Brasile è un vero e proprio disastro. Si può analizzare, disquisire, dar la colpa alla corruzione nel PT (che c’è sicuramente) o ai soliti settarismi nell’estrema sinistra (anche quelli ben presenti), ecc. ecc. Su questo aspettiamo i commenti dei nostri compagni brasiliani. Ma fin d’ora dobbiamo interrogarci, qui come in Brasile, su cosa sta accadendo. E innanzitutto smetterla di cullarci nelle facili illusioni e pseudo-certezze (come nella frase, tanto diffusa a sinistra, del “siamo il 99%”). Non siamo il 99%. Non lo siamo MAI stati, né lo saremo MAI. Milioni di borghesi, di piccolo-borghesi, di sottoproletari, non appartengono al nostro “campo”. Persino quando i lavoratori hanno il vento in poppa (come negli anni Settanta in Europa e un po’ in tutto il mondo) si fa fatica a coinvolgere nel progetto di “un altro mondo possibile” questa polvere d’umanità. Immaginiamoci quando il vento soffia in direzione contraria, come ci mostrano Trump negli USA, Putin in Russia, Modi in India, i vari integralisti nei paesi islamici e, last but not least, Salvini qui da noi. Ricordo che uno degli slogan di Reagan, 38 anni fa, suonava più o meno così “Bisogna smetterla di vergognarsi di essere ricchi”. Quattro decenni dopo hanno convinto molta gente che “bisogna vergognarsi di essere poveri”. Stiamo assistendo, da Brasilia a Washington, da Mosca a Roma, al trionfo del “darwinismo sociale” a buon mercato, figlio (degenere?) del liberalismo estremista tanto di moda a partire dagli anni Ottanta. E se “i poveri” non si organizzano, non prendono coscienza di sé, dei loro bisogni, di come battersi contro la barbarie dilagante, faranno una brutta fine. Come l’intera umanità, del resto.

Vittorio Sergi

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