Nel settembre del 1938, alla periferia di Parigi, una trentina di delegati, provenienti in gran parte dai paesi europei e americani, decidevano di fondare la Quarta Internazionale. Il principale ispiratore, Lev Davidovic Trotsky, era assente, esiliato in Messico e impossibilitato ad uscirne per l’ostracismo di tutti gli stati del pianeta (URSS in testa, ovviamente). La fondazione, in un momento storico tragico e segnato dalla vittoria delle forze controrivoluzionarie (il fascismo in Italia, Germania, Spagna, lo stalinismo in URSS, le dittature militari in Giappone e nella maggior parte dei paesi dell’Europa orientale e dell’America Latina) voleva essere un segnale, nonostante la corrente storica andasse nell’opposta direzione, suscettibile di riaccendere una possibile speranza di risalire la china, dopo il fallimento della II e della III Internazionale. In realtà i “trotskisti” avevano tentato, da almeno cinque anni (dopo la vittoria del nazismo in Germania, che aveva convinto Trotsky dell’impossibilità di “riformare” quello che restava della III Internazionale) di dar vita ad un nuovo raggruppamento internazionale delle forze marxiste rivoluzionarie, in particolare rivolgendosi ai partiti e gruppi riuniti nel cosiddetto “Bureau di Londra” (di cui il POUM spagnolo rappresentava la forza più importante), un raggruppamento di partiti operai avversari sia dello stalinismo sia della socialdemocrazia. Ma per motivi che sarebbe troppo lungo spiegare in un breve articolo, il tentativo era naufragato. E quindi, all’appuntamento si presentarono solo i gruppi e i partiti “trotskisti” (come venivano definiti da nemici ed avversari). La “mezzanotte nel secolo” era vicinissima, e la neonata Internazionale entrò nella bufera della Seconda Guerra Mondiale nelle peggiori condizioni possibili. Represse e sterminate le sue deboli forze dal nazifascismo e dallo stalinismo in Europa e URSS (la sezione sovietica, la più numerosa, finiva proprio in quegli anni la sua esistenza, anche fisica, nei Gulag siberiani), l’Internazionale superava con difficoltà la tormenta soprattutto grazie alle sezioni americane, risparmiate dalla guerra (in particolare in Argentina, in Bolivia e negli USA) e in pochi altri paesi (come Ceylon-Sri Lanka). La ricostruzione, nel dopoguerra, fu relativamente rapida, soprattutto in Europa occidentale. Ma, diversamente da ciò che Trotsky (assassinato da un sicario stalinista nel 1940) si aspettava, avveniva in un contesto in cui lo stalinismo (grazie alla vittoria contro il nazifascismo dovuta in gran parte agli eroici sacrifici dei popoli sovietici) aveva il vento in poppa. Tutte le componenti della sinistra rivoluzionaria dell’epoca (dagli anarchici ai bordighisti, fino alla sinistra socialista rivoluzionaria legata al Bureau di Londra) subivano la pressione della guerra fredda, che vedeva lo scontro sempre più drammatico tra gli imperialisti occidentali e la burocrazia staliniana. Lo spazio per le forze rivoluzionarie, al tempo stesso anticapitaliste ed antistaliniste, risultava ridottissimo (salvo casi eccezionali, come appunto Ceylon o la Bolivia). Solo con la crisi dello stalinismo (iniziata già dopo la morte del dittatore georgiano, aggravatasi tra il ’56 e il ’68, fino al crollo del 1989-91) e l’allentarsi del clima da “caccia alle streghe” nei paesi del “blocco” capitalista, le forze rivoluzionarie e libertarie potevano puntare ad un vero salto di qualità. Le rivoluzioni anticoloniali ed antimperialiste (Vietnam, Algeria, Cuba, ecc.), insieme alla ripresa del movimento operaio nelle metropoli imperialiste e nei paesi stalinizzati tra il ’56 e il ’68 fornivano finalmente un terreno di sviluppo favorevole. Il 1968 costituisce da questo punto di vista uno spartiacque (non solo per i “trotskisti”, ovviamente – vedi la riscoperta dell’anarchismo , piuttosto che del “luxemburghismo”, o la grande popolarità del pensiero e dell’azione di Che Guevara). Il movimento “per” la Quarta Internazionale (inteso in senso lato, viste le numerose, sciagurate scissioni che davano vita a vari raggruppamenti minori) nasceva a nuova vita, nutrendosi delle migliaia di giovani militanti che il ’68 aveva lanciato nell’arena della battaglia politica.  Da Parigi a Praga, da Città del Messico a Buenos Aires, da Londra a Barcellona, migliaia di giovani militanti riscoprivano il comunismo rivoluzionario e libertario, innalzando spesso le bandiere con la falce, il martello ed il quattro. Gli anni settanta, dopo l’infatuazione “maoista” di un numero ancora maggiore di giovani e la successiva delusione, sembravano consolidare questa spinta propulsiva, che portava il movimento “quartista” (orribile neologismo) a contare, per la prima volta, su svariate decine di migliaia di militanti, con un peso politico significativo in paesi come la Francia, l’Argentina, lo Stato Spagnolo, la Gran Bretagna, ecc. Nonostante questo nessuna sezione nazionale (né della Quarta “ufficiale”, il Segretariato Unificato, né delle varie scissioni  pregresse) riusciva a diventare un vero e proprio partito di massa, capace di condizionare la vita politica di un paese. E l’arrivo del riflusso, a partire dagli anni Ottanta e aggravatosi nel decennio successivo, tagliò le gambe alle rosee prospettive nutrite tra il 1968 e il 1979 (anno della rivoluzione sandinista). Vero è che la quasi sparizione delle forze maoiste (con l’eccezione di alcuni paesi asiatici) e la crisi, prima latente, poi verticale della maggior parte dei partiti comunisti “ufficiali”, hanno permesso a chi, come noi, ha subito dei contraccolpi relativamente meno devastanti, di mantenere una presenza politica più visibile di quella dei decenni precedenti. E i relativi successi elettorali (come in Francia nel 2002, con quasi l’11% dei voti ai candidati “trotskisti”, o in Portogallo col Bloco de Esquerda, in Danimarca con l’Alleanza Rosso-Verde o più recentemente nello Stato Spagnolo con Podemos o in Argentina con il Frente de Izquierda de los Trabajadores) sono, a loro modo, lo specchio (seppur deformato) del peso politico non insignificante delle forze che si richiamano a quel lontano congresso clandestino di 80 anni fa. Persino in Italia (paese storicamente non particolarmente generoso con la corrente “trotskista”), per la prima volta dal dopoguerra, i militanti che si richiamavano alla Quarta sono riusciti ad avere un ruolo politico, per quanto minoritario, non insignificante, come nel caso della crisi del primo governo Prodi nel ’98 e del secondo nel 2007. Ma questi relativi “successi” non bastano certo a far apparire meno nero il quadro politico internazionale, soprattutto nell’ultimo decennio. Le nostre forze sono ancor oggi infinitamente inferiori alle necessità storiche. E da molto tempo abbiamo smesso di consolarci con gli slogan e le facili illusioni. Cercando ostinatamente nuove strade, nuove soluzioni, più aperte alle altre correnti anticapitaliste ed antiautoritarie, guardando un po’ meno il nostro ombelico e più ciò che si muove intorno a noi. Convinti che il seme, gettato su un terreno gelato 80 anni fa, pur non essendo riuscito a creare una foresta rigogliosa, ha non di meno permesso il crescere di qualche pianta che si opponga alla desertificazione. Consci che, nell’alternativa tra la barbarie e il socialismo, la nostra battaglia, pur con tutti gli errori (e sono stati molti) continua a scommettere sul secondo di questi termini. Buon compleanno, vecchia Quarta!

Flavio Guidi

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